Sorveglianza dinamica: per una detenzione diversa
corridoio di cacere

di effedie/Spesso si parla di riforma del sistema carcerario e della necessità di fare un vero passo avanti rispetto alle attuali condizioni, ma obiettivi e aspettative, si differenziano a seconda del punto di osservazione del problema. Le riforme sono necessarie qualora istituzioni e organismi necessitano di un mutamento. Le modifiche sono determinate dalle condizioni di vita che cambiano, dalla necessità di un miglioramento, dai risultai della ricerca che studia gli effetti dell’applicazione delle diverse metodologie.

Mercoledì 22 novembre, ricercatori e docenti di provenienza internazionale che si stanno muovendo in diversi istituti penitenziari europei, hanno visitato la Casa Circondariale di Bologna. Lo scopo di queste visite è quello, di raccogliere dati su come si svolgono i percorsi universitari, quali tipi di attività culturali vengono effettuate, accesso a materiale didattico ecc. La raccolta di informazioni su come i diversi istituti di pena applicano i percorsi di detenzione, ha come obiettivo principale quello di far sì che il tempo in cui i detenuti scontano la pena, raggiunga le finalità di un reinserimento nella società in modo consapevole. Da alcuni anni nel nostro paese si parla di sorveglianza dinamica, una concezione di applicazione della pena che vede i detenuti impegnati in attività nel corso dell’intera giornata, obbligandoli ad uscire dalle “stanze di pernottamento”, evidentemente così chiamate oggi proprio in virtù di questa nuova concezione, per coinvolgerli in occupazioni di varia natura. All’interno di questo progetto, oltre a voler rendere la detenzione per il reo “produttiva”, ovvero che lo si aiuti a una elaborazione del proprio vivere all’interno della società, si vuole evitate che la detenzione si trasformi in un “soggiorno di riposo” dove le uniche attività divengano televisione, gioco a carte, ecc. Come in ogni realtà ci si trova di fronte alla resistenza a un cambiamento, al timore di perdere qualcosa senza sapere a cosa si andrà incontro. L’avversità al cambiamento è un fattore umano e, se poco o per nulla aiutata a comprenderne il significato, diventa ostile.

In questo progetto sarebbero necessari passaggi obbligati senza i quali non è possibile ottenere buoni risultati. Sarebbero quindi necessari corsi di formazione per il personale penitenziario poiché è quello che a sua volta deve trasmettere e applicare questa nuova concezione alla popolazione detenuta che, da queste modifiche, può riceverne dei benefici. Le resistenze evidenti, sia da parte di agenti che di detenuti, sono spesso dovute a pregiudizi, al credere che qualsiasi cosa si faccia non serva a nulla, o addirittura, per alcuni detenuti, al timore di partecipare ad attività che hanno come scopo la manipolazione psicologica con l’obiettivo di plasmarli secondo un pensiero che non condividono.
Gli sforzi da fare sono sicuramente molti ma, se si vuole costruire un percorso in grado di portare un nuovo modo di vivere la detenzione, sarebbe importante avviare momenti di confronto e condivisione tra amministrazione penitenziaria e detenuti, perché si possa, collaborando, giungere al miglior risultato possibile.

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Fonte: Bandieragialla.it – http://www.bandieragialla.it/content/sorveglianza-dinamica-una-detenzione-diversa

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