La Carcerite e l’importanza di esprimere il proprio dolore
due mani che cercano di toccarsi in un ambiente triste

di Daniele Lago/Il termine “carcerite” comprende quegli effetti collaterali dovuti alla detenzione. Un termine molto originale e dal contenuto variegato. Intendiamoci: non è una malattia e tantomeno una patologia particolare. È molto diffusa tra le mura circondariali, figlia sicuramente dello stress, ma non solo. Ma in concreto, che cos’è? Incredibilmente, quando dopo solo pochi giorni ti spuntano qualche pelo bianco qua e là, oppure scrivi dimenticando alcune lettere; quando si abbassa la vista, ma anche il frenetico camminare su e giù per i corridori, come gli animali in gabbia allo zoo, perdita di capelli per qualcuno, prurito per qualche altro. Se il tema è in modo ricorrente l’indulto e l’amnistia, oppure se senti chiunque professarsi innocente e ti chiedi se sei solo tu l’unico criminale nell’istituto. Ecco, questa è la “carcerite”. A parte quest’ultimo ironico esempio dove il sorriso è quasi d’obbligo, c’è poco da stare allegri perché in questo termine nelle sue infinite sfumature c’è del grottesco ed io credo che fondamentalmente molti di questi effetti commutativi, poco scientifici (se non per alcuni casi) ma sicuramente di matrice empirica e comportamentale, trovano un loro moltiplicatore alimentativo nell’ipocrisia che cala sistematicamente come una maschera all’ufficio identificativo (accettazione) all’ingresso del carcere.

Il carcere si trasforma in un’arena inflazionata da gladiatori (vittime innocenti) a cui non è concesso alcun cedimento; pena: cali nelle classifiche di gradimento, come al “Grande Fratello” con il televoto. Le sofferenze sono come dei tarli che non trovano via d’uscita: ti consumano dentro, confinati dalle barriere perverse dell’ipocrisia.
L’antidoto alla “carcerite”? “Libertà!” urla qualcuno delirante e in pieno malessere. Personalmente credo che la manifestazione più coerente e disinibita della propria sofferenza tramuterebbe l’arena in un ambiente certamente più umano, solidale e sostenibile per tutti. Magari ci sarebbe qualche colpevole in più e anch’io guarirei. Se la colpevolezza è di per sé un peso, la consapevolezza alleggerisce e libera.

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Fonte: Bandieragialla.it – http://www.bandieragialla.it/content/la-carcerite-e-limportanza-di-esprimere-il-proprio-dolore

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