L’animazione italiana, eccellenza europea

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Anche quest’anno a Bruxelles il festival ANIMA ha portato nel cuore dell’Europa il meglio dell’animazione mondiale, con l’Italia e il Portogallo come paesi ospiti d’onore. Durante il festival ho avuto modo di ammirare cortometraggi innovativi e lungometraggi appassionanti, ma l’incontro che mi ha maggiormente colpito è stato quello con due decani dell’animazione italiana, che ho deciso di coinvolgere in una “intervista doppia” sul cinema di animazione.

Si tratta di Chiara Magri, “donna dell’immagine”, che coordina a Torino il corso triennale in cinema d’animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia e Andrea Martignoni, “uomo del suono”, veterano nella creazione di colonne sonore e promotore del cinema di animazione italiano all’estero. Incontrandoli di persona è inevitabile farsi contagiare dalla loro passione e dalla loro competenza, e sentendoli parlare si comprende il valore di un’arte che si può includere a pieno titolo tra le eccellenze del nostro paese, da valorizzare per dimostrare che la cultura italiana apprezzata anche all’estero può essere un virtuoso motore di sviluppo, anche e soprattutto nel settore dell’animazione.

Le loro esperienze individuali e particolarissime possono aiutarci a capire il valore che si nasconde dietro tante produzioni culturali italiane che vanno avanti a testa alta nonostante il contesto, e che potrebbero diventare motori virtuosi di sviluppo se solo credessimo un po’ di più nel potenziale della nostra creatività e nella forza del nostro background culturale. Entrambi portano un messaggio importante: quell’Europa che molti considerano matrigna, nel settore della cultura e in particolare nel cinema di animazione è stata un punto di forza, che ha dato vita a tante iniziative che i singoli stati non avrebbero potuto o voluto realizzare.

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Chiara Magri mostra al pubblico di #Anima2017 i lavori del corso di animazione del CSC di Torino.

CARLO GUBITOSA: di cosa ti occupi nel settore dell’animazione?

CHIARA MAGRI: Da quindici anni, cioè dalla sua nascita, coordino il corso triennale in cinema d’animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia (ovvero Scuola Nazionale di Cinema) nella sede del Piemonte a Torino.

ANDREA MARTIGNONI: sono un creatore di colonne sonore per cortometraggi di animazione. Mi occupo anche di promozione del cinema di animazione italiano in giro per il mondo. Ho curato 4 DVD dedicati ai cortometraggi di animazione italiana contemporanea insieme a Paola Bristot, viaggio spesso in festival e mi capita di presentare programmi dedicati a questo argomento.

Andrea Martignoni resenta al pubblico di #Anima2017 i cortometraggi di animazione realizzati da Virgilio Villoresi e dallo studio Dadomani

Andrea Martignoni resenta al pubblico di #Anima2017 i cortometraggi di animazione realizzati da Virgilio Villoresi e dallo studio Dadomani

CG: Cosa ti ha spinto a scegliere tra tutte le svariate forme di espressione artistica di dedicare la tua vita e la tua carriera all’animazione?

CM: Mi piaceva l’arte contemporanea, mi appassionavano le avanguardie storiche del ‘900, e ho capito che il cinematografo, con tutti i suoi trucchi, era stato e sarebbe stato sempre più uno strumento magnifico per portare la ricerca artistica in territori nuovi, inattesi: insomma le illimitate possibilità che l’animazione dà all’artista mi offrono tuttora continue scoperte. E mi appassiona lavorare con un “cinema” che spazia dalla manifestazione del più intimo lavoro artistico al semplice (o sofisticatissimo) prodotto sul mercato dell’intrattenimento – con tutte le possibili sfumature e intersezioni fra i due estremi.

AM: Il particolare ed unico rapporto che si crea tra immagini animate e colonna sonora. Ovviamente l’animazione ha infinite sfaccettature e caratteristiche, ma di certo il rapporto privilegiato e particolare che ha col suono è assolutamente speciale. Come l’animazione nasce dal foglio bianco o dallo spazio vuoto, e apre tutte le possibili strade verso la creatività, così succede con i suoni e la composizione musicale o elettroacustica che nascono da un “rumoroso” silenzio.

CG: Qual è il messaggio chiave che hai portato dall’Italia al cinema di animazione europeo con la tua partecipazione ad Anima 2017?

AM: Ho presentato due incontri con animatori italiani che si presentavano al pubblico di Anima, cose molto diverse tra loro, un lungometraggio in fase avanzata di realizzazione: La Gatta Cenerentola; due studi che si occupano in maniera unica ed estremamente creativa di pubblicità: Virgilio Villoresi e lo studio Dadomani. Il messaggio è: si può fare tutto con l’animazione! Ma ci vuole un sacco di convinzione e un bel pizzico di fortuna, soprattutto in Italia.

CM: Ho parlato del lavoro che facciamo alla scuola presentando una selezione di corti realizzati dagli studenti come saggi di diploma: un anno intero di lavoro per film molto diversi, realizzati da ragazzi con talenti e aspirazioni diverse. Per me è importante comunicare la nostra filosofia: nutrire e orientare il talento, sviluppare capacità tecniche, artistiche e organizzative indispensabili per lavorare, stimolare l’originalità degli stili e delle idee, allargare l’orizzonte oltre i modelli, pur imprescindibili, del cinema d’animazione “mainstream”, creare un terreno fertile per lo sviluppo del cinema d’animazione europeo e, non ultimo, sollecitare un po’ le ambizioni – autoriali o commerciali che siano – di giovani che spesso vedo ingiustamente appiattiti e sfiduciati dal solito “mantra” della crisi… Inoltre oggi nel mondo, probabilmente, i maggiori produttori di cortometraggi animati sono proprio le scuole, i corti dei nostri studenti sono una fetta consistente della piccola produzione italiana, presentarli ai festival internazionali mi sembra in sé stesso un bel messaggio!

CG: Nel tuo percorso professionale, operare nel contesto italiano è stato penalizzante o ti ha dato maggiori possibilità rispetto a quelle di altri paesi europei? Si potrebbe dire lo stesso per i giovani che si affacciano oggi sul mondo dell’animazione, o lo scenario è cambiato?

AM: Ovviamente bisognerebbe conoscere a fondo la situazione in ogni paese europeo. Per quello che è la mia esperienza posso immaginare che da una parte avere iniziato in Italia mi ha fatto sicuramente “perdere” molto tempo, perché devi avere anche un altro lavoro che ti sostenga e questo assorbe tempo ed energie utili per seguire al meglio la propria passione. Però per quello che è stato il mio percorso credo che tutto abbia funzionato molto bene e sono molto soddisfatto di quello che ho fatto e che sto facendo. Anche se devo dire che, ultimamente, la maggior parte dei lavori che faccio sono per produzioni NON italiane… Credo che per i giovani, molto più di quanto potesse accadere 30 anni fa, ci siano più possibilità di ricevere informazioni e quindi decidere cosa scegliere e, nel caso, cominciare a viaggiare, iniziando a considerare come territorio di riferimento non solo i confini nazionali italiani, ma quantomeno tutta l’Europa. Non posso dire se l’Unione Europea sia stata fatta bene e nel modo migliore possibile, ma certamente rispetto alle possibilità in ambito culturale le cose sono cambiate tantissimo rispetto a prima, e sono cambiate in meglio. Quindi se anche la situazione italiana è sempre abbastanza tragica, nella didattica del cinema, nelle possibilità produttive e distributive, andare in un altro paese europeo è comunque facile e decisamente consigliabile, anche, magari, per cogliere idee e esperienze da riportare e sviluppare in Italia.

CM: Ho cominciato a occuparmi di animazione negli anni ’80 con Asifa, l’associazione internazionale degli animatori, che ha lottato moltissimo per il riconoscimento dell’animazione come arte e come industria culturale. In Italia la produzione commerciale praticamente non esisteva, c’erano autori che facevano splendidi cortometraggi che circolavano in alcuni festival seguiti da addetti ai lavori e pochi appassionati. E la situazione in Europa non era poi molto migliore. Oggi le cose si sono molto evolute. L’animazione resta un affare molto rischioso e lo zoccolo duro è indubbiamente la produzione televisiva per l’infanzia, tuttavia il cinema d’animazione europeo comincia ad avere un’identità anche grazie ad un grande incremento della produzione di lungometraggi, con un riscontro crescente di critica e pubblico. Per i giovani vedo molte più possibilità. L’Europa ha fatto bene all’animazione. In Italia si produce parecchio per la tv, con RAI in particolare. Produrre animazione è molto complicato, lento e costoso (ecco un altro motivo della mia passione: è davvero sempre una gran bella sfida). Per mettere in piedi un sistema produttivo che funzioni serve tempo e mi pare che ormai anche in Italia quel tempo stia arrivando: abbiamo molti talenti, una discreta capacità formativa, alcuni produttori di esperienza, un settore sempre più consapevole della necessità di innovazione e una nuova legge sul cinema che potrebbe dare una spinta forte. D’altra parte anche il corto d’autore ha un pubblico sempre più vasto, non soltanto, naturalmente, per via di internet, ma anche perché sembrano caduti alcuni pregiudizi che lo escludevano dall’ambito della cultura e della critica sia artistica sia cinematografica. Proliferano buoni festival, informazione, scambi.

CG: L’animazione italiana ha una grande storia, che a volte sembra valorizzata e riconosciuta più all’estero che in patria. Oltre al vostro impegno professionale di addetti ai lavori, quale potrebbe essere il ruolo degli amministratori pubblici e degli operatori culturali per dare a questa arte il posto e il riconoscimento che merita nel panorama culturale italiano?

AM: Gli operatori culturali italiani che hanno un qualche potere all’interno dell’amministrazione pubblica dovrebbero capire il valore e la potenzialità di linguaggi come l’animazione d’autore, ma pare che in Italia non ci sia una cultura condivisa in questo settore, quindi credo che molti, troppi, non sappiano neanche cosa sia l’Animazione di qualità.

CM: Parliamo di un settore ampiamente sconosciuto o ignorato a più livelli, e mi è difficile pretendere che gli amministratori pubblici siano consapevoli del suo valore artistico e culturale. Ma anche in questo ambito si sta muovendo qualcosa, penso soprattutto alla regione Piemonte che, fra l’altro, sta sostenendo la scuola. Se non altro ciò che nessuno può ignorare è che i “cartoni animati” restano un’esperienza fondamentale nella crescita dei bambini, “educazione” e prima di tutto educazione al gusto, e anche che oggi – guarda un po’? – l'”animazione” si trova in una proliferante varietà di media con una crescente molteplicità di funzioni.

CG: Nel corso della vostra carriera avete assistito a rapidi mutamenti tecnologici, e oggi con attrezzature alla portata di molti è possibile realizzare progetti di animazione che un tempo avrebbero richiesto una ingente quantità di risorse. Oggi come oggi, per essere un buon professionista dell’animazione è più importante la padronanza delle tecnologie o l’approccio all’animazione come artigianato creativo e sperimentale che prescinde dal supporto tecnico per focalizzarsi sul racconto?

CM: Mi pare che le tecnologie digitali abbiano abbassato alcuni costi di produzione, aumentato la complessità, rivoluzionato lo stile del prodotto “mainstream”, esteso o forse semplicemente raccolto e rielaborato possibilità tecniche. Hanno stimolato l’auto-produzione e contribuito ad un maggiore riconoscimento dell’animazione come “qualcosa di artistico”. Ma l’animazione è sempre stata un’arte, alla scoperta ingegnosa di soluzioni tecniche, di trucchi e di fantasmagorie. Direi banalmente che il valore dipende sempre dal rapporto fra il contenuto e la sua espressione, rapporto che in animazione ha veramente un’infinità di variabili.

AM: Le tecnologie hanno portato molte più persone ad avvicinarsi all’animazione, questo è stato un bene, la capacità produttiva è aumentata a dismisura; ma questo non significa che di pari passo aumenti la qualità delle cose che si fanno. A mio avviso la qualità media dei lavori che passano dai festival è aumentata tantissimo (soprattutto negli aspetti tecnici), ma ciò non vuole dire che siano aumentati i grandi film, i così detti “capolavori”. Per questi ci vuole sempre quel qualcosa di più che non si impara, deve essere innato.

CG: In Italia ci dicono che “con la cultura non si mangia”, ma a Bruxelles il festival Anima dimostra annualmente che il settore artistico e culturale dell’animazione genera circuiti virtuosi dell’economia, attirando un pubblico che non ha nulla da invidiare a quello del grande cinema. Qual è il cambio di mentalità che bisognerebbe promuovere in Italia per sostenere la cultura dell’animazione come uno dei piu’ preziosi patrimoni immateriali del nostro paese?

AM: Non credo ci siano problemi a convogliare il grande pubblico verso l’animazione, anche quella di cortometraggio. Si tratta di spiegare ed eliminare i tabù oramai vecchi e scontati che vedono l’animazione come un genere secondario del cinema e principalmente dedicato a bambini e famiglie, è vero ma solo per la grossa punta produttiva dell’iceberg che si rivolge a questo pubblico. Tutto sta a far scoprire la grande bellezza che sta nella parte sommersa dell’iceberg!

CM: Quando arriva a vederla, il pubblico italiano ama l’animazione (anche quella d’autore) o almeno ne è molto incuriosito. Credo che il problema stia piuttosto nella diffusione e distribuzione, so che è una questione complessa. E in ogni caso mi pare che in Italia la cultura dell’immagine sia meno sviluppata che in altri paesi (vogliamo più arte nelle scuole!)

CG: Quali sono i progetti che avete attualmente in cantiere?

CM: Per la nostra scuola c’è molto da fare per continuare e migliorare, anche perché da un lato stiamo crescendo parecchio, dall’altro nulla è scontato in un paese dove mediamente la parola “scuola” suscita tristezza o indifferenza. Fra i progetti: formalizzare e strutturare il ruolo della scuola che favorisce e sostiene start-up di diplomati sul territorio piemontese (ne sono già nate due), ruolo che finora abbiamo svolto in modo spontaneo e senza sostegni specifici. Vorremmo poi tenere anche dei corsi più brevi di specializzazione, soprattutto in produzione. Il mio sogno: istituire una “residenza d’artista” per produrre giovani autori.

AM: Attualmente sto per lavorare a diversi film, come autore della colonna sonora, sto anche portando avanti la produzione del mio primo corto che sto realizzando in collaborazione con l’artista animatrice Maria Steinmetz a Berlino. Si tratterà di un film molto personale. Continuo a collaborare con molte strutture e festival in giro per il mondo, e sto curando insieme ad altri, un evento dedicato all’animazione d’autore mondiale a Kuala Lumpur in Malesia, dove le occasioni di vedere questo genere di produzioni è ancora molto più difficile che in Italia (il che è tutto dire!), inoltre sto anche continuando la mia attività di workshop per giovani e anche meno giovani con l’associazione OTTOmani, avremo presto due laboratori in due festival Croati, a fine aprile 2017 e in giugno.

CG: Quali sono i consigli che vi sentite di dare ai giovani creativi che vogliono trasformare in un percorso professionale la loro passione per l’animazione?

AM: Avere le idee chiare su quale strada intraprendere: lavorare nell’industria dell’animazione o sviluppare le potenzialità autoriali, a volte le cose possono andare insieme ma è estremamente difficile, solo alcuni free-lance ce la fanno.

CM: Consiglierei di cogliere ogni occasione di lavoro, in Italia e fuori, fare tante esperienze per scoprire dove davvero ci si vuole avventurare fra le tantissime possibilità dell’animazione; ma anche di coltivare le proprie idee, portare avanti i propri progetti, senza scoraggiarsi per i tempi lunghi, e pensando che il finanziamento dei propri film fa parte del lavoro. Ad una recente “panel” un grande autore giapponese ha detto “se non volete occuparvi di cercare finanziamenti, non fate gli autori, cercate lavoro in uno studio”. Sembra un po’ brutale, ma credo che i giovani artisti che vogliono fare film debbano capire che “business plan” o “montaggio finanziario” non sono brutte parole, che non dovranno occuparsene loro direttamente, ma che la ricerca di un buon producer è un passo faticoso ma fondamentale.

CG: Cos’altro vorresti aggiungere a quello che hai detto fin qui?

CM: Altri motivi dietro la scelta di questa strada: mondo piccolo e assai internazionale, niente star né tappeti rossi, spirito di collaborazione e amicizia, una notevolissima quantità di persone gentili, creative e abbastanza mattacchione.

AM: Che il mondo dell’animazione è principalmente fatto da persone molto carine e simpatiche, le cosiddette “prime donne” in questo settore della creatività artistica sono veramente pochissime, questo rende l’ambiente dell’animazione estremamente invitante e piacevole da frequentare… provare per credere!

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Fonte: Matita Rossa – http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/04/24/anima2017/

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