Spose bambine, dati Unicef invisibili, bufale islamofobe e Mattia Feltri

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Il fenomeno del “child marriage” non è mai stato sotto i riflettori della nostra informazione mainstream, nonostante gli allarmi lanciati dall’Unicef nei suoi comunicati ufficiali, da cui cito (traduzione mia):

“Il matrimonio prima dei 18 anni è una violazione dei diritti umani fondamentali. Molti fattori contribuiscono al rischio di matrimonio delle bambine, tra cui la povertà, la percezione che il matrimonio possa fornire ‘protezione’, l’onore della famiglia, le norme sociali, le tradizioni sociali o religiose che accettano questa pratica, un quadro legislativo inadeguato e le pratiche di registrazione dell’anagrafe civile. Il matrimonio infantile spesso compromette lo sviluppo delle bambine con gravidanze precoci e isolamento sociale, sppinge all’interruzione degli studi, limita le opportunità di seguire la propria vocazione e progredire professionalmente, ed espone le bambine a rischi più alti di violenze domestiche. Il matrimonio infantile riguarda anche i bambini, anche se in misura inferiore rispetto alle bambine”.

Un segnale di allarme su questo grave fenomeno di violazione dei diritti umani è stato lanciato anche dalla sezione italiana di Amnesty International, con la campagna “Mai più spose bambine”, basando le proprie denunce sui medesimi dati Unicef, e senza associare questo fenomeno ad una specifica religione.

Nel rapporto “Ending Child Marriage – Progress and prospects” (Bandire il matrimonio infantile – Progressi e prospettive) i dati di questo fenomeno vengono presentati dall’Unicef in tutta la loro crudezza: nel mondo più di 700 milioni di donne si sono sposate prima del loro diciottesimo compleanno, e 250 milioni di donne si sono unite a un uomo prima dei 15 anni.

In questo rapporto non si dice nulla sulla religione dei paesi che tollerano la pratica del matrimonio infantile, anche perchè nella lista dei dieci paesi con il più alto tasso di matrimoni infantili compaiono paesi come il Nepal, a prevalenza induista, l’Etiopia, a prevalenza cristiana, l’India, a prevalenza induista, o la Repubblica Centrafricana, a forte prevalenza cristiana.

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Nel rapporto, invece, si dice tanto sul legame tra il fenomeno dei matrimoni infantili e le condizioni socioeconomiche delle spose bambine: il loro livello di scolarizzazione, la loro collocazione in aree rurali, il livello di povertà. Senza che la cosa ci sorprenda più di tanto, scopriamo dai dati Unicef che se nasci in una famiglia povera, vivi in una zona rurale e sei poco istruita hai una probabilità più alta di sposarti da bambina rispetto alle tue coetanee più ricche e istruite che vivono in aree urbane, indipendentemente dalla religione praticata dal tuo marito-padrone.

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Nel dossier Unicef si guarda anche il passato e il futuro, descrivendo i miglioramenti in alcuni paesi rispetto al passato e le condizioni favorevoli per la scomparsa di questo fenomeno nel futuro: “rompere il ciclo intergenerazionale di povertà permettendo alle ragazze e alle donne una partecipazione più piena alla vita sociale“.

Cosa può fare il giornalista socialmente utile in questi casi? Può dare visibilità al fenomeno rilanciando i dati Unicef e le campagne delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, contribuire a svelenire il clima d’odio che si è creato verso le organizzazioni umanitarie spiegando che sono tra le poche agenzie sociali a denunciare questo tipo di fenomeni, spostare l’attenzione su più poveri del pianeta evidenziando che le ingiustizie sociali, la povertà, e l’iniqua distribuzione delle risorse non provocano solo la povertà e la morte fisica per fame, ma anche la povertà di spirito che rende tollerabile la schiavitù travestita da matrimonio e la morte interiore, sessuale e affettiva di bambine costrette a una violenza fisica e psicologica socialmente istituzionalizzata nella società. Oppure.

Oppure, come è avvenuto in questi giorni nel caso di Mattia Feltri, il giornalista può fomentare pregiudizio islamofobo partendo da un fatto di cronaca nel quale si perde la visione d’insieme del fenomeno, si evidenzia la religione della vittima, si condisce il tutto con un burqa che ci sta sempre bene anche se c’entra poco, e si cavalca la tragedia di una bambina per insinuare di passaggio che la sacrosanta rottura di una congiura del silenzio per denunciare le molestie sessuali nel mondo del cinema sarebbe una battaglia opportuna ma “un po’ scomposta, un po’ genericamente recriminatoria, un po’ troppo indugiante al linciaggio, un po’ troppo declinata al capestro mediatico“, e soprattutto colpevole di non dedicare attenzione al “ben altro” su cui il giornalista ha deciso di puntare il dito: non un fenomeno globale legato alla miseria e alla povertà, non una battaglia di civiltà dell’Unicef e di Amnesty International, non una tragedia figlia dell’ignoranza e del degrado che mette in discussione anche il nostro stile di vita fatto di accumuli e sprechi, ma un singolo caso di violazioni presunte dei diritti umani.

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E va aggiunto “presunte perchè a un certo punto il “ben altro” comincia a puzzare di bufala per stessa ammissione del giornalista in questione, il quale riconosce che il caso attorno a cui ha costruito la sua arringa “nasceva da una fake news“, e decide di cancellare il sermone in questione buttando via tutto (comprese le accorate lezioni di indignazione rivolte alle femministe).

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Ma la toppa diventa peggiore del buco, come accade quando ci si scusa per aver sdoganato una bufala di terze persone mentre se ne scrivono tre di proprio pugno. La prima bufala è dire che “date le scuse, che rimangono prevalenti, il Buongiorno resta intatto“, visto che due righe prima si è comunicato che “Il Buongiorno di oggi, accidenti, nasceva da una fake news e per questo abbiamo deciso di cancellarlo.” E qui non c’è bisogno di scomodare l’Unicef, basta un po’ di logica per capire l’incongruenza metafisica del concetto di cancellazione che preserva l’integrità di ciò che si è cancellato.

La seconda bufala è dire che la riflessione innescata dalle “fake news” sopravvive perchè “il fenomeno delle spose bambine rimane un dato di fatto QUASI ESCLUSIVAMENTE nella comunità musulmana“, e per smentire questa seconda bufala bastano i dati Unicef citati in precedenza, dove non si riscontra nessun diritto di esclusiva dei paesi islamici su un fenomeno che l’Unicef associa a fattori socioeconomici e non religiosi.

La terza bufala è aggiungere “come segnala per esempio Amnesty International“, e per rendersi conto che Amnesty International non ha segnalato un bel niente sulla “quasi esclusività” islamica nel fenomeno delle spose bambine basta leggere i suoi comunicati ufficiali.

Da tutta questa vicenda rimane un senso di dubbio e di smarrimento. Il dubbio riguarda tutto il bene e il buono che potremmo regalare all’umanità se i nostri giornalisti blasonati fossero più attenti a quello che dicono davvero le agenzie ONU e gli organismi di difesa dei diritti umani, e scegliessero di dare voce ai segnali d’allarme sulla povertà e le disuguaglianze che sono alla radice di tante brutture senza piegare le loro segnalazioni a convinzioni o pregiudizi personali su base etnica o religiosa.

Lo smarrimento è quello che nasce di fronte a un panorama mediatico dove chi fa giornalismo di mestiere con tanto di tesserino, contratto blindato e stipendio garantito riesce a inanellare tre bufale nel medesimo maldestro tentativo di rettifica, e per il necessario debunking di queste bufale i lettori sono costretti ad affidarsi ai social network, che vengono spesso descritti come una zona franca dove imperversano bufale, complotti e finto giornalismo ma a volte si rivelano un prezioso correttivo all’informazione delle grandi testate, dove si producono gratuitamente verifiche più rigorose e analisi più approfondite di quelle che si trovano in edicola pagando un prezzo di copertina.

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Fonte: Matita Rossa – http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/11/23/unicef/

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