Siria, bombe e missili sui civili: «Questa non è una guerra, è in tutti i sensi una catastrofe umanitaria»

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«Questa non è una guerra, è in tutti i sensi una catastrofe umanitaria. L’uccisione di massa di persone senza il rispetto alcuno per i principi fondamentali della vita». Non usa giri di parole Ahmed al-Dbis, rappresentante dell’Unione delle Organizzazioni mediche e di soccorso (UOSSM) per spiegare cosa sta accadendo a Ghouta est, un’area subito fuori Damasco, in Siria, abitata da circa 400mila persone che, secondo le Nazioni Unite, rappresentano il 94% di tutti i siriani attualmente sotto assedio.

via BBC

L’area alla periferia della capitale siriana sta subendo un bombardamento senza precedenti da parte delle forze aeree del governo siriano in sette anni di guerra. Da domenica, racconta Francesca Mannocchi su L’Espresso, continuano a piovere bombe e razzi. I residenti, terrorizzati, hanno trovato riparo in caverne, rifugi e scantinati mentre una grandinata di esplosivi colpiva case, strade e ospedali. E quando i bombardamenti si fermano, iniziano a sparare missili, ha raccontato una donna, che era con i suoi due bambini, ad Al Jazeera. “Il rombo crescente di un jet che squarcia il cielo, il risuonare di un tonfo basso ma rumoroso, le urla e sirene” è la colonna sonora di questi giorni a Ghouta est, scrive la NBC.

Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Sohr), un’organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito, considerata vicina ai ribelli che si oppongono al regime di Bashar al-Assad, in quattro giorni di bombardamenti incessanti, sono stati uccisi almeno 335 civili. Solo il 20 febbraio sarebbero morte 106 persone, il più alto numero di vittime in un unico giorno dall’agosto del 2013 quando un attacco con armi chimiche uccise circa 1400 persone nella stessa area. Tra le vittime, sostiene sempre l’Osservatorio siriano, 58 bambini e 42 donne, mentre i feriti sarebbero più di 1200, per quello che alcuni operatori umanitari hanno definito “un inferno in terra”. Un campo di sterminio per bambini, ha detto Juliette Touma dell’Unicef.

Mercoledì scorso un convoglio di aiuti dell’Onu e della Mezzaluna rossa siriana è riuscito ad arrivare nell’area. Si tratta del primo convoglio in grado di giungere a Ghouta est da novembre, riporta Reuters.

«Da quando si è intensificato il bombardamento non si può più parlare nemmeno di soddisfare i bisogni fondamentali dei civili. Ormai è una questione di sopravvivenza, di riuscire a superare la giornata», racconta al Guardian Jacob Kern, responsabile del Programma alimentare mondiale a Damasco. «Due settimane fa siamo riusciti a consegnare cibo sufficiente per 7mila persone. Meno del 2% delle persone che avevano bisogno hanno ricevuto aiuti. Realisticamente abbiamo bisogno di un mese di stop dei combattimenti per consegnare le razioni di cibo sufficienti». Ancor prima dell’attuale intensificazione dei bombardamenti, gli esperti avevano avvertito che i prezzi dei generi alimentari nella zona assediata erano diventati insostenibili: un pasto con una porzione base di pane costava 85 volte di più che a Damasco.

Percentuale delle strutture distrutte a Ghouta orientale – via BBC

Ventidue ospedali sono stati bombardati, ben tredici sono stati distrutti o gravemente danneggiati, secondo quanto riportato da Medici senza Frontiere. In una comunicazione ufficiale, il Comitato internazionale della Croce Rossa ha detto che il personale medico non è in grado di far fronte all’elevato numero di feriti, aggiungendo che “le vittime ferite stanno morendo per il solo fatto di non poter essere curate in tempo”. «Sono i giorni peggiori della nostra vita a Ghouta. Sono cinque anni che veniamo colpiti da attacchi aerei, ma non avevo mai visto nulla di simile», dice alla CNN il direttore dell’ospedale di Ghouta est, il pediatra Amani Ballour. «Se il massacro degli anni ’90 è stato Srebrenica, e quelli degli anni ’80 sono stati Halabja e Sabra e Shatila, Ghouta est è il massacro del ventunesimo secolo», afferma un altro medico al Guardian.

Per quanto l’agonia di Ghouta est sia più lenta del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono massacrati in pochi giorni e quasi 30mila donne, bambini e anziani furono costretti a sfollamenti coatti, le due situazioni hanno molte cose in comune, commenta in un lungo editoriale sul Guardian Simon Tisdall. Come in Bosnia, nessuno ha tentato di proteggere i civili quando è iniziata l’offensiva di regime, dopo il fallimento dei negoziati. E anche in questo caso, la comunità internazionale ha osservato in silenzio che il massacro diventasse prima possibile e poi un fatto compiuto, nonostante Ghouta est fosse una delle aree in teoria escluse dal conflitto.

Le 4 aree escluse dal conflitto in base all’accordo tra Iran, Russia e Turchia del 2017 – via Al Jazeera

Ghouta est è, infatti, una delle quattro “de-escalation zones” [la numero 3 nella mappa in alto], cioè una delle zone che, in base a un accordo siglato lo scorso anno da Russia, Turchia e Iran, non avrebbe dovuto essere coinvolta negli scontri. Quest’offensiva (molto simile all’attacco di Aleppo nel 2016), invece, scrivono Tamara Qiblawi e Sarah Sirgany della CNN, fa pensare che il regime di Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia, si stia preparando ad annientare i gruppi ribelli (il gruppo islamista Jaysh al-Islam e quello jihadista Hayat Tahrir al-Sham, entrambi esclusi dalle presunte tregue, spiega Francesca Mannocchi su L’Espresso) che controllano l’area, soprattutto dopo l’arretramento di Isis nell’ultimo anno. «L’offensiva non è ancora iniziata. Questo è un bombardamento preliminare», ha dichiarato alla Reuters un comandante della coalizione che combatte per conto del governo di Assad. Russia e Siria ha affermato che l’attacco si è reso necessario per sconfiggere i ribelli che avevano sparato colpi di mortaio nella parte di Damasco controllata dal governo. «Coloro che sostengono i ribelli sono i responsabili di quanto sta accadendo a Ghouta est», ha detto in una conferenza stampa il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. «E questi non sono né la Russia, né la Siria, né l’Iran che stanno conducendo una guerra assoluta contro i terroristi in Siria».

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Parallelamente, le forze governative siriane hanno avviato una campagna nella provincia nord-occidentale di Idlib, un’altra cosiddetta “zona sicura” [la numero 1 nella mappa] che ospita più di 1 milione di sfollati interni. Inoltre, durante i bombardamenti di Ghouta est, alcune milizie filo-governative sono entrate nell’enclave curda di Afrin per difenderla da una campagna militare delle truppe turche iniziata lo scorso 20 gennaio.

La mossa del governo di sostenere i curdi, scrivono sul New York Times Anne Barnard e Carlotta Gall, segna una nuova fase degli scontri, che vede opporsi l’esercito turco e i gruppi ribelli alleati siriani e mettere a rischio mesi e mesi di negoziati tra Russia, Iran e Turchia in un ulteriore rimescolamento del già disordinato campo di battaglia della Siria nord-occidentale. Ad Afrin, commenta Annalisa Perteghella dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), ci si trova in una situazione paradossale, che vede schierati contro la Turchia sia i curdi – alleati Usa – sia le forze di Assad, contro le quali gli Stati Uniti hanno più volte espresso la propria ostilità: “un paradosso che non è che l’emblema del groviglio di alleanze e relazioni di convenienza che danno forma alle diverse guerre nella guerra che compongono oggi il conflitto siriano”.

Gli ultimi sviluppi suggeriscono che la guerra in Siria non sta finendo ma sta cambiando, spiega Jeremy Bowen sulla BBC. La Siria rimane il crocevia di reti di guerra e di potere che vede coinvolti sempre più soggetti e potrebbe generare ulteriori conflitti: la Russia e l’Iran, che sostengono il regime di Assad; gli Stati Uniti, che armano e sostengono i curdi; la Turchia, che è intervenuta per respingerli; e Israele, che è allarmato dalla prospettiva che l’Iran e il suo alleato libanese, Hezbollah, si impiantino sulle alture del Golan. “Con la lotta all’IS che si è affievolita e l’eliminazione di qualsiasi seria minaccia per la sopravvivenza del regime, il conflitto è più che mai definito dalla lotta tra attori regionali e internazionali”, spiega Randa Slim del Middle East Institute, un think-tank con sede a Washington.

via Internazionale

L’attacco a Ghouta est è stato condannato da più organizzazioni umanitarie. Amnesty International ha parlato di “palesi crimini di guerra” commessi su “scala epica”, mentre l’Unicef ha pubblicato un comunicato in bianco, scrivendo in una nota a piè di pagina di “non avere parole” per descrivere la sofferenza dei bambini.

«Per sei anni, la comunità internazionale ha assistito inerte ai crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal governo siriano nella totale impunità. Negli ultimi sei anni i civili hanno sofferto un assedio crudele e ora sono intrappolati, colpiti da una serie di attacchi quotidiano che li uccidono e feriscono deliberatamente», ha dichiarato Diana Semaan, ricercatrice siriana di Amnesty International.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è detto “profondamente allarmato dall’escalation della situazione nella Ghouta orientale e dal suo devastante impatto sui civili. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente chiesto la cessazione delle ostilità per consentire le consegne di aiuti umanitari e l’evacuazione di malati e feriti”. La stessa richiesta è stata fatta anche dall’Altro Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein.

Non è ancora chiaro, inoltre, dove i nuovi rifugiati siriani saranno costretti ad andare. «Non esiste un piano di emergenza per loro. Ci sarà bisogno di un corridoio umanitario di qualche tipo, ma non è chiaro come funzionerebbe. Non vedo come possano andare a Idlib dove ci sono già milioni di sfollati. Tutto questo sarà oggetto di discussione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma ovviamente l’Onu non può farsi sostenitore del movimento forzato di persone», ha detto al Guardian un diplomatico occidentale in Libano.

Vassily Nebenzia, ambasciatore russo alle Nazioni Unite, ha proposto per il 22 febbraio una riunione del Consiglio di sicurezza per discutere della situazione siriana. Durante la riunione, la Russia ha bloccato una risoluzione Onu, presentata il 15 febbraio da Kuwait e Svezia, che avrebbe stabilito un cessate il fuoco di 30 giorni e consegne umanitarie nella Ghouta orientale, affermando che la diffusa denuncia di pesanti vittime civili nell’area assediata ai margini della capitale siriana, Damasco, era il frutto di una “psicosi di massa”. Nebenzia ha definito irrealistica l’ipotesi di risoluzione di Svezie e Kuwait e ha fatto circolare un elenco di emendamenti che sembrano implicare una serie di clausole nel cessate il fuoco che consentono di colpire alcuni gruppi ribelli. Giovedì sera, secondo quanto riportato dall’agenzia Interfax, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva dichiarato che la Russia era pronta a «considerare l’ipotesi di cessate il fuoco di 30 giorni ma solo se non riguarderà Isis, Nusra e gli altri gruppi che hanno attaccato i quartieri residenziali di Damasco». Un diplomatico occidentale ha detto al Guardian che a prima vista gli emendamenti russi sono “probabilmente inaccettabili”.


Foto in anteprima: “Fumo dalla città di Hamouriyeh, Ghouta est, vicino Damasco” – REUTERS/Bassam Khabieh via abcnews

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/siria-bombardamenti-civili/

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