La marcia dei ragazzi sopravvissuti alla strage di Parkland: il coraggio di trasformare il dolore in speranza anche grazie alla forza dei social

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Il 14 febbraio 2018, alle 14.19 circa, Nikolas Cruz, studente diciannovenne espulso dalla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, entra nel campus della sua ex scuola e apre il fuoco con un fucile d’assalto AR-15, uccidendo 14 ragazzi e 3 professori e ferendo 16 persone. Avrebbe potuto trattarsi dell’ennesima strage compiuta in una scuola negli Stati Uniti (dall’inizio del 2018 ad oggi sono 17 le sparatorie avvenute negli istituti statunitensi), da archiviare dopo i funerali e commemorare gli anni successivi. Così non è stato.

Fin dalle prime ore successive alla strage, gli studenti della Stoneman Douglas High School hanno avuto l’intuizione e sentito la necessità di darsi da fare affinché l’orrore vissuto non si ripetesse ancora, trasformando l’enorme dolore per le perdite subite in determinazione nel far sentire la propria la voce e proporre un cambiamento, per fare in modo che la morte di amici e professori non fosse vana. Non bisognava perdere neanche un minuto perché rimandare, anche soltanto di qualche giorno, avrebbe potuto significare non ricevere più l’attenzione dei media e quindi dei legislatori e del paese intero.

Come è nato il movimento

Sono bastati cinque giorni successivi alla sparatoria per permettere a un gruppo di adolescenti di organizzarsi creando #NeverAgain (un movimento che ricordasse all’America che quanto accaduto non era avvenuto per caso e che avrebbe potuto essere evitato), di prefissarsi un obiettivo politico (controlli più severi per gli acquirenti di armi) e di pianificare un evento di portata nazionale (la March for Our Lives, prevista per domani 24 marzo, a Washington DC). Tutto questo anche e soprattutto con l’utilizzo dei social, usati fin da subito (Snapchat prevalentemente) per raccontare quello che stava accadendo all’interno della scuola.

Cameron Kasky, uno dei leader di #NeverAgain, aveva iniziato a pubblicare post sul suo profilo Facebook subito dopo il massacro, dall’auto del padre, accorso a scuola a prendere lui e il fratello disabile. “Sono al sicuro” aveva scritto per rassicurare parenti ed amici, continuando a postare per l’intera giornata, alternando il dolore e il ricordo degli amici scomparsi, alla rabbia e alla frustrazione perché “non fare niente non porterà a niente”. Grazie a quei post, la CNN ha chiesto a Kasky di scrivere un editoriale, pubblicato online il 15 febbraio. “Non possiamo ignorare il problema del controllo delle armi sollevato da questa tragedia. Per questo chiedo – non pretendo – che si intervenga subito. Perché? Perché in fin dei conti, sono gli studenti della mia scuola ad aver vissuto questa esperienza – i nostri politici ci hanno abbandonati senza riuscire a tenere lontane le armi dalle scuole. Ma questa volta, i miei compagni ed io, gli chiederemo di renderci conto di quanto accaduto. Questa volta li costringeremo a impegnarsi di più per proteggere vite umane invece di feti non ancora nati”. Da quel momento, per Kasky, è stato un susseguirsi di interviste, una dopo l’altra, che hanno ottenuto l’effetto sperato: mantenere alta l’attenzione nel corso dei giorni successivi alla sparatoria.

La sera del 15 febbraio, il giorno dopo il massacro, al termine della veglia di commemorazione delle vittime, Kasky invita a casa sua alcuni amici per provare a fare qualcosa di concreto. Così nasce il movimento. “Lavorando a qualcosa di più grande del mio profilo personale per unirci e proporre un cambiamento”, posta su Facebook, aggiungendo “Rimanete in contatto #NeverAgain”. Durante quella stessa notte, i ragazzi aprono una pagina Facebook, creano account sui social, provano a capire e a decidere quale sia il messaggio da trasmettere, acquisiscono informazioni, decidono quali azioni intraprendere. E cominciano a twittare senza sosta.

Contemporaneamente, Jaclyn Corin, studentessa diciassettenne rappresentante di istituto della Stoneman Douglas High School, sconvolta per la morte di un compagno e per questo fortemente motivata a portare avanti la battaglia per il controllo delle armi, chiede a chiunque la legga di sostenere la sua azione attraverso i social, contattando politici locali e statali per chiedere l’entrata in vigore di leggi più severe. Corin – molto documentata su fatti e cifre riguardanti il problema, avendo lavorato qualche mese prima a un progetto di cinquanta pagine su una proposta di riforma della legge sul controllo delle armi – era già riuscita ad ottenere un colloquio con la deputata democratica della Florida Debbie Wasserman Schultz. All’incontro sono seguite conversazioni con rappresentanti dello Stato e sono stati presi accordi preliminari affinché un centinaio di studenti dell’istituto, insieme a 15 accompagnatori, incontrassero a Tallahassee le autorità della Florida.

Il 16 febbraio, dietro richiesta di Kasky, Corin entra a far parte del movimento #NeverAgain per concentrare le forze e proseguire uniti. Sabato 17 febbraio, al termine di una manifestazione svoltasi a Fort Lauderdale, altri studenti si aggiungono al gruppo. Volti diventati poi familiari grazie alle interviste rilasciate ai media: David Hogg, che si occupa del giornale della scuola, Sarah Chadwick, autrice di un tweet contro Trump diventato virale (“Non voglio le tue condoglianze, pezzo di merda, i miei amici e i miei insegnanti sono stati uccisi. Molti miei compagni di classe sono morti. Fai qualcosa invece di pregare. Le preghiere non risolveranno il problema. Il controllo delle armi impedirà che si ripeta ciò che è accaduto”), inviato da un account la cui privacy è poi stata modificata, Emma González, il cui intervento durante la manifestazione è diventato il momento culminante dell’evento.

Kasky, Hogg e González sono poi divenuti i tre portavoce di #NeverAgain. “Ci siamo detti, ‘Siamo le tre voci di questo movimento’. Siamo forti, ma insieme siamo inarrestabili”, ha raccontato Kasky. “Perché David ha una straordinaria compostezza, è incredibilmente intelligente politicamente; io ho un po’ di autocontrollo, cosa che Emma, magnificamente, non ha perché non cerca di nascondere niente a nessuno”.

Dopo la manifestazione di Fort Lauderdale, i ragazzi si sono riuniti a casa di Kasky per continuare a lavorare e l’indomani, la domenica, dopo aver annunciato la March for Our Lives, hanno incontrato i media nell’area picnic del North Community Park per illustrare le mosse successive del movimento.

Comunicando gli eventi futuri, gli studenti sono riusciti a garantirsi l’attenzione dei media. Il mercoledì successivo, ad una settimana dalla strage, Corin si sarebbe recata con la delegazione della scuola a Tallahassee per incontrare i rappresentanti dello stato della Florida, Hogg e Kasky sarebbero andati a Washington DC e a New York per varie apparizioni televisive e per iniziare i preparativi della March for Our Lives, mentre Chadwick avrebbe continuato a impegnarsi sui social rivolgendosi, in particolar modo, ad alcuni politici.

Gli altri studenti sarebbero rimasti a Parkland per svolgere altre attività e per partecipare all’incontro voluto dal presidente Trump alla Casa Bianca.

Il 21 febbraio, gli studenti della Marjory Stoneman Douglas High School e i familiari delle vittime hanno partecipato a un dibattito pubblico promosso dalla CNN in cui hanno avuto la possibilità di dialogare con alcuni deputati e senatori e con Dana Loesch, portavoce della National Rifle Association (NRA), l’associazione che promuove l’uso delle armi negli Stati Uniti. Durante l’incontro è stato chiesto più volte di approvare leggi sul controllo delle armi, che i politici rinuncino ai contributi della NRA e specificamente alla NRA di esprimere pubblicamente una posizione sui bump stock (i dispositivi che permetteno alle armi di sparare centinaia di proiettili in pochissimo tempo) e sulla possibilità di rendere più difficile il procedimento attraverso il quale acquistare determinate armi.

Passi intrapresi

Nelle successive tre settimane l’azione di pressione sulle autorità e sulle aziende ha portato i suoi frutti.

Il 22 febbraio le aziende di autonoleggio Enterprise, National e Alamo (di proprietà della Enterprise Holdings) hanno annunciato che non avrebbero più offerto sconti ai membri della NRA e la First National Bank of Omaha ha chiuso la partnership di co-branding mentre, contemporaneamente, si moltiplicavano le richieste via Twitter di utenti che, attraverso l’hashtag #BoycottNRA. chiedevano ad altre compagnie di prendere le distanze dalla lobby delle armi americana.

Nei giorni seguenti altre società hanno interrotto i rapporti con la NRA: Avis e Budget Rent a Car (di proprietà della Avis Budget Group), Hertz, Symantec, Delta e United Airlines, Best Western, MetLife, Chubb, SimpliSafe, Allied e Noth American (di proprietà della Sirva), TrueCar, Paramount RX e Starkey Hearing Technologies.

L’1 marzo Walmart, la più grande catena di supermercati degli USA, e Dick’s Sporting Goods, una importante azienda di articoli sportivi, hanno alzato a 21 anni il limite di età per l’acquisto di armi da fuoco (in precedenza era 18) e hanno comunicato di aver cessato la vendita di fucili d’assalto, come quello utilizzato nella strage di Parkland.

Il 2 marzo la più grande società di investimento del mondo, la BlackRock Inc., ha comunicato di star valutando la possibilità di offrire agli investitori l’opportunità di non investire più in società che producono o rivendono armi. A queste ultime, il colosso americano ha chiesto specificamente di rendere note le modalità utilizzate per monitorare l’uso sicuro delle armi.

Il 5 marzo l’Oregon è diventato il primo stato ad adottare una legge sul controllo delle armi dopo la strage di Parkland, proibendo l’acquisto e la detenzione di armi da fuoco e munizioni a chi abbia precedenti di violenza domestica o sia sottoposto a ingiunzioni restrittive.

Il 9 marzo il governatore dello stato della Florida, Rick Scott, ha firmato una legge sul controllo delle armi che pone diverse restrizioni, incluso l’innalzamento a 21 anni dell’età minima per comprare armi, e che fissa un periodo di tre giorni di attesa dalla richiesta di acquisto. Il provvedimento prevede, inoltre, il divieto di vendita dei bump stock, lo stanziamento di 400 milioni di dollari per garantire la sicurezza nelle scuole e il possesso delle armi da parte dei docenti, sebbene con criteri restrittivi. Il governatore ha firmato la legge nonostante le riserve espresse sul programma per formare e armare alcuni impiegati. Il compromesso è stato raggiunto con l’esclusione degli educatori a tempo pieno dalla partecipazione al programma (che è volontaria) che, invece, include altri funzionari scolastici, dagli allenatori ai consulenti ai bibliotecari. Saranno i consigli scolastici o i sovrintendenti a decidere se partecipare e retribuire i dipendenti che verranno formati dal dipartimento dello sceriffo locale.

Il 14 marzo, ad un mese dalla strage di Parkland, alle 10 locali, gli studenti delle scuole primarie e secondarie e di alcune università degli Stati Uniti hanno interrotto le lezioni per ricordare le vittime del massacro. La protesta è durata 17 minuti, uno per ogni persona uccisa. L’iniziativa, promossa da Women’s March e da Women’s March Youth, era finalizzata ad incitare i legislatori ad approvare una riforma sulle armi e ha utilizzato l’hashtag #EnoughIsEnough.

L’uso dei social

Gli studenti della Marjory Stoneman Douglas High School che hanno portato alla ribalta il dibattito sul controllo delle armi e che dicono di far parte della “generazione delle sparatorie di massa” certamente appartengono a quella dei nativi digitali. Utilizzano i social per condividere stati d’animo e promuovere azioni. I loro tweet sono stati ripresi e trasmessi da CNN e Fox News (fra gli altri), diventando una fonte accreditata e diretta del movimento, senza intermediari. In maniera intuitiva hanno saputo organizzarsi e utilizzare i social, soprattutto Twitter da quando hanno fondato #NeverAgain, per comunicare con i loro coetanei, la nazione intera e i media. A differenza degli studenti sopravvissuti alle stragi precedenti (quella della Columbine High School è avvenuta prima della diffusione degli smartphone e quella di Sandy Hook ha coinvolto vittime troppo giovani), i ragazzi della Stoneman Douglas hanno età, mezzi e capacità per farsi promotori del messaggio che vogliono diffondere in totale autonomia, trasformando la rabbia in speranza.

Critici nei confronti dei politici reagiscono direttamente agli attacchi che subiscono. Quando Jack Kingston, ex deputato del congresso, ha insinuato che stessero organizzando proteste grazie alle donazioni del miliardario George Soros, i ragazzi non hanno esitato a replicare prontamente. “Hey Jack! Volevo solo fartelo sapere, sì! Noi 17enni stiamo organizzando una manifestazione nazionale! È pazzesco dove si può arrivare con determinazione e una forte etica del lavoro! Ma quel che voglio dire è che tu non hai né l’una, né l’altra, per cui non mi aspetto che comprenda”.

Seguitissimi su Twitter, i ragazzi di #NeverAgain hanno aumentato vertiginosamente i propri follower. Qualche giorno dopo la strage, i follower dell’account di Emma González avevano superato quelli dell’account della NRA. Ad oggi sono diventati il doppio.

La manifestazione nazionale del 24 marzo a Washington

Sabato 24 marzo, i ragazzi e le famiglie di March For Our Lives scenderanno nelle strade di Washington DC per chiedere che le loro vite e la loro sicurezza diventino una priorità e che si metta fine alla violenza e alle sparatorie di massa nelle scuole. “Non uno di più. Non possiamo permettere si spari a un altro minore a scuola. Non possiamo permettere a un altro insegnante di mettersi davanti a un fucile d’assalto per salvare le vite degli studenti. Non possiamo permettere a un’altra famiglia di aspettare una telefonata o un messaggio che non arriveranno mai. Le nostre scuole non sono sicure. I nostri ragazzi e i nostri insegnanti stanno morendo. Salvare queste vite deve diventare la nostra priorità”, si legge nella missione del movimento.

L’evento principale si terrà a Washington, DC, a partire dalle 10.00. Sostenitori di March For Our Lives stanno organizzando manifestazioni collaterali a Boston, Chicago, Dallas, Los Angeles, Miami, New York, San Francisco, West Palm Beach e in centinaia di altre città in tutto il mondo. Ad oggi sono più di 800 gli eventi organizzati.

Imponente la raccolta fondi alla quale hanno aderito spontaneamente George e Amal Clooney, Steven Spielberg e Kate Capshaw, Oprah Winfrey. Numerose le star che hanno pubblicamente appoggiato e diffuso l’iniziativa via Twitter tra cui Bette Middler, Debra Messing, Miley Cyrus, Justin Bieber, Mark Ruffalo.

Presente e futuro

I ragazzi di Parkland non temono niente, nonostante la loro fragilità di adolescenti. Neanche le minacce che hanno ricevuto singolarmente né le pressioni come movimento. Si affidano agli adulti quando è necessario ma mantengono tutto sotto il loro controllo. Quando alcuni politici si sono fatti avanti per chiedere il loro sostegno hanno risposto negativamente. Chi gli ha offerto soldi per sostenere le loro iniziative in cambio di qualcosa è stato allontanato.

In un incontro svoltosi martedì 20 marzo alla John F. Kennedy School of Government della Harvard University a Cambridge, hanno raccontato ai ragazzi presenti che poche ore dopo la strage hanno sentito di dover prendere in pugno la situazione per non rischiare che qualcuno provasse a cambiare la “sceneggiatura” di quanto accaduto, dicendosi: “No, non controllerete la nostra narrazione. Non sarete voi a raccontare la nostra storia. Sappiamo noi cosa sta succedendo. Sappiamo noi cosa sta accadendo in tutti gli Stati Uniti. Andiamo oltre il fatto che ciò sia inevitabile e sia il prezzo da pagare per la nostra libertà. Sappiamo che possiamo aggiustare le cose, ma dobbiamo farlo adesso. Dobbiamo iniziare ora”.

Per questo, per fare in modo che le cose non restino come sono, hanno incoraggiato i loro coetanei a farsi promotori del cambiamento. Ad usare i social e a entrare in contatto con la propria comunità locale, se ostacolati in ambito scolastico, partecipando a manifestazioni e ad invii di appelli, mettendo pressione ai politici, minacciandoli di non votarli alle prossime elezioni. Di fare tutto ciò che in loro potere. A patto che si sia tutti uniti, che si avanzi insieme.

A chi gli ha domandato se si sentano dei privilegiati rispetto alle vittime di altre stragi che non hanno ricevuto la stessa attenzione, hanno risposto che useranno la ribalta conquistata per parlare di chi viene ignorato.

A chi gli ha chiesto come immaginano il futuro tra 10 anni hanno confessato di nutrire, per la prima volta, da molto tempo, un sentimento di speranza. Vedono un futuro luminoso, dove il mondo non cade a pezzi e tutti sono finalmente uniti.

Immagine in anteprima: la copertina del Time dedicata al movimento #NeverAgain

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/studenti-armi-america/

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