Lago Ciad: quando il campo profughi è anche un luogo da cui ripartire

«Lo strumento più utilizzato in questi casi è il counselling, molto adatto ad un contesto emergenziale come questo, in cui le persone hanno bisogno di avere accesso ad un aiuto concreto per elaborare i traumi in tempi brevi», continua, specificando che l’assistenza fornita da Coopi non è solo offerta ai minori, ma a tutta la comunità. «Il progetto di protezione in realtà coinvolge tutti», perché, sottolinea, non può esserci un luogo davvero sicuro senza la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’intera comunità. È per questo che l’Ong ha sostenuto la creazione di gruppi di protezione comunitaria nei diversi campi, sensibilizzando gli adulti sui temi più critici, dai disturbi legati allo stress post-traumatico, alla violenza di genere, fino ai matrimoni precoci.

«Si tratta di un comitato composto per metà da uomini e per metà da donne che ha il compito di vigilare sulla comunità e di rivolgersi a noi operatori nel caso in cui registrino episodi di violenze sui minori o sulle donne», spiega Serfebe. «Fino ad oggi abbiamo preso in carico 102 casi, nel 95% di questi si trattava di bambini, la maggior parte affetti appunto da disturbi post-traumatici e alcune vittime di matrimoni precoci».

È così che il grande tendone bianco si trasforma in un luogo in cui elaborare il lutto, la perdita degli affetti, il trauma delle violenze e, secondo Charlot Dabra Serfebe, questo tendone bianco nel mezzo del deserto è anche un luogo da cui ripartire, per costruire faticosamente una vita diversa da quella che si è lasciata alle spalle, nei villaggi perduti, conquistati da Boko Haram.

«Il pomeriggio facciamo attività psico-sociali, ma la mattina i bambini qui fanno lezione. Imparano a leggere, scrivere e contare». Qui viene insegnato il francese, la lingua ufficiale in Ciad che però quasi nessuno della popolazione adulta di Kaya conosce perché, mi spiegano, la maggior parte dei profughi proviene da luoghi rurali, remotissimi.

Il fatto di avere la scuola così vicina rappresenta un vantaggio inaspettato per molte famiglie. «Per ora abbiamo una capienza di sessanta bambini, ma continuiamo a ricevere richieste di inserimento. I genitori vogliono mandare a scuola i loro figli. Tanti vivevano in zone in cui una scuola non c’era. Per molte famiglie questa è la prima volta che hanno la possibilità di mandare a scuola i propri figli e capiscono che è una ricchezza», continua Serfebe, parlandomi delle condizioni di vita durissime a cui è costretto chiunque viva qui: le difficoltà di accesso all’acqua, le temperature impossibili che raggiungono i cinquanta gradi d’estate, la povertà più assoluta, per una popolazione che prima, nei villaggi di provenienza, era principalmente composta da allevatori e contadini e oggi non ha né bestie da allevare né campi da coltivare. E poi il peso di quello che si è perso e delle violenze subite. «Le condizioni di vita sono difficilissime», conclude Serfebe. «Eppure, inaspettatamente, questo è anche un luogo da cui ripartire. Ecco perché i progetti di assistenza ed educazione sono così importanti».

Foto: Ottavia Spaggiari

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/04/12/lago-ciad-quando-il-campo-profughi-e-anche-un-luogo-da-cui-ripartire/146535/

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