Afghanistan: nel doppio attacco suicida muore il grande fotogiornalista che raccontava al mondo un paese senza più speranza

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“A Kabul non c’è più speranza. Quindici anni dopo l’intervento americano e con il ritiro delle truppe occidentali nel 2014, (…) la vita sembra essere più difficile anche rispetto a quando c’erano i talebani perché c’è più insicurezza. Non oso portare i bambini a fare una passeggiata. Ne ho cinque e passano il tempo chiusi in casa. Ogni mattina, quando vado in ufficio e tutte le sere mentre torno a casa, penso solo alle auto che possono essere trappole esplosive o ai kamikaze che escono dalla folla. Non posso correre questo rischio. E quindi non usciamo. Ricordo fin troppo bene il mio amico e collega Sardar, ucciso con sua moglie e i suoi due figli mentre era in un albergo, in gita, con il suo bambino più piccolo sopravvissuto in qualche modo all’attacco. Non ho mai sentito la vita avere così poche prospettive e non vedo vie d’uscita. È un’era di angoscia”.

Con queste parole, Shah Marai, fotoreporter a capo dell’ufficio di France Presse a Kabul, e autore di decine di reportage sul conflitto afgano, raccontava in un post su un blog di AFP, scritto nel 2016 prima della nascita del suo sesto figlio, che cosa era rimasto in Afghanistan dopo la guerra, l’intervento americano (che, secondo Marai, sembrava aver portato la speranza) e il ritiro delle truppe occidentali.

Marai è una delle vittime del duplice attentato kamikaze del 30 aprile a Kabul che ha ha ucciso 31 persone, come riporta la CNN. Tra questi, secondo Reporters Without Borders (RSF) e l’Afghanistan Journalists Centre (AJC), 9 giornalisti, che lavoravano per Radio Free Europe/Radio Liberty, Tolo News, 1TV e Mashal TV: Yar Mohammad Tokhi, Ghazi Rasooli, Nowroz Ali Rajabi, Saleem Talash, Ali Saleemi, Mahram Durani, Ebadullah Hananzai e Sabawoon Kakar.

Inoltre, sempre nello stesso giorno, in un attacco separato, è stato ucciso un altro giornalista di 29 anni, Ahmad Shah, che lavorava per il servizio afgano della BBC, colpito con armi da fuoco da alcuni sconosciuti nella provincia di Khost. «Era un giornalista rispettato e popolare. È una perdita devastante e mando le mie più sincere condoglianze ai familiari e agli amici di Ahmad Shah e all’intero team afghano di BBC News. Faremo tutto quello che possiamo per supportare la famiglia in questo momento di difficoltà», ha dichiarato il direttore di BBC World service Jamie Angus per ricordare Shah.

«I giornalisti sono dei civili e non sono un obiettivo. L’attacco deliberato sui civili, inclusi molto giornalisti, di oggi a Kabul, è un crimine», ha scritto su Twitter Patricia Gossman, ricercatrice in Afghanistan per Human Rights Watch. Per RSF, si è trattato di un “attentato consapevolmente mirato contro la stampa”, l’attacco più sanguinoso nei confronti di giornalisti dal 2011. Negli ultimi 15 anni sono stati uccisi più di 1000 giornalisti nel mondo.

via The Guardian

Nelle ultime settimane, l’Afghanistan è stato al centro di una serie di attacchi. Qualche giorno fa sono state uccise almeno sei persone, tra cui due soldati afghani, per l’esplosione di un’autobomba nella provincia meridionale di Helmand. Il 22 aprile un’esplosione suicida aveva ucciso 57 persone (tra cui almeno cinque bambini) e ne aveva ferite oltre 100 in un centro elettorale in vista delle elezioni del prossimo 20 ottobre. Prima di questo attentato, a marzo, in un altro attacco, nel sud del paese c’erano stati 13 morti e 35 feriti.

I due attacchi sono avvenuti nella zona di massima sicurezza di Kabul. Il kamikaze del secondo attacco si era travestito da reporter, mescolato tra i cronisti che erano giunti sul luogo del primo attentato suicida, avvenuto alle 8 del mattino locali (le 3.30 in Italia), a un posto di controllo vicino la sede dei servizi segreti afgani, nel quartiere di Shashdarak, e si è fatto esplodere tra di loro. Gli attentati sono stati rivendicati dall’Isis.

via BBC

La seconda esplosione si è verificata mentre i giornalisti e fotoreporter lavoravano in strada accanto ai soccorritori, come raccontato anche da Mohammed, uno dei sopravvissuti agli attacchi, in una testimonianza raccolta sul posto dalla giornalista Francesca Mannocchi: «Ho aspettato un po’, poi ho pensato di andare ad aiutare la mia gente, sono sceso, c’erano donne, bambini con i loro zaini, mentre raccoglievo cadaveri e sopravvissuti da terra, improvvisamente la seconda esplosione. Mi sono svegliato qui, con un braccio e l’addome feriti. Kabul è così, una città in cui hai anche paura di aiutare i tuoi vicini, morendo».

Mohammed is one of the survivors of the suicide attacks of this morning in Kabul.He was at home, in Shash Darak, near…

Pubblicato da Francesca Mannocchi su lunedì 30 aprile 2018

Shah Marai è stato ucciso dalla seconda esplosione. In una serie di tweet AFP ha raccontato la sua storia, l’inizio della sua carriera in agenzia come autista nel 1996, le sue prime fotografie alla fine degli anni ’90, le immagini durante i primi bombardamenti statunitensi sull’Afghanistan, a bordo di una bici, e ha pubblicato alcune clip video di foto scattate da lui in questi anni.

Fare il fotoreporter sotto i talebani era molto pericoloso, raccontava Marai nel suo post sul blog di AFP: “Vietavano di fotografare tutti gli esseri viventi, fossero uomini o animali”. In quegli anni le principali agenzie non riuscivano ad avere fotografi professionisti sul posto e facevano affidamento a residenti locali coraggiosi come lui.

Le restrizioni rendevano difficile lavorare e per questo lui aveva cercato di non dare mai nell’occhio, vestendo gli abiti tradizionali, evitando di firmare le fotografie e nascondendo la macchina fotografica in una sciarpa avvolta intorno alla mano: “Un giorno stavo fotografando l’esterno di una panetteria. La vita in quel momento era difficile, le persone erano senza lavoro, i prezzi erano molto alti. Alcuni talebani mi hanno avvicinato. «Che cosa stai facendo?», hanno chiesto. «Niente», risposi. «Sto fotografando il pane!». Fortunatamente non c’erano ancora le fotocamere digitali, quindi non potevano controllare se stessi dicendo la verità o meno”.

Anche le foto del primo bombardamento statunitense, il 7 ottobre 2001, furono scattate con la macchina fotografica ben nascosta in uno scialle per evitare di essere fermato. “Quando ci sono stati gli attacchi dell’11 settembre 2001 – scriveva il fotoreporter – non immaginavo che ci sarebbero state ripercussioni sull’Afghanistan. È stato l’ufficio di Islamabad che mi ha avvertito alcuni giorni dopo: «Le voci dicono che gli americani attaccheranno». Gli attentati sono iniziati meno di un mese dopo, il 7 ottobre, per colpire la città di Kandahar vicino al confine pakistano, che i talebani avevano fatto diventare la loro capitale”. Il giorno dopo Marai è andato all’aeroporto nella sua auto ed è stato fermato da una decina di combattenti talebani, vestiti di nero. Uno di loro gli si è avvicinato dicendogli: «Ascolta, oggi sono buono, quindi non ti ucciderò, ma vai subito lontano da qui». A quel punto, Marai è tornato in ufficio, ha preso la bici ed è andato di nuovo in aeroporto, passando inosservato, “come un ragazzo normale. Quel giorno ho scattato sei foto, solo sei. Ho finito per mandarne due”.

Poi nel post su AFP, Marai passa a raccontare gli anni dell’“età dell’oro”, come la chiamava lui, subito dopo l’attacco statunitense, quando “i talebani se n’erano andati, svanendo nel nulla”, “le strade erano piene di gente” ed “era come se le persone uscissero dall’ombra per entrare nella luce della vita”. “Dovevate vederlo. (…) I colleghi hanno iniziato ad arrivare a frotte. AFP ha inviato subito un giornalista e un fotografo di Mosca e prima che tu te ne accorgessi, eravamo una decina. Kabul divenne Journalistan. L’ufficio non è mai stato vuoto”. “È stato incredibile vedere tutti quegli stranieri dopo tutti gli anni di isolamento sotto i talebani”, proseguiva il fotoreporter. “Venivano da ogni parte e gruppi di bambini correvano davanti a loro per le strade. Ricordo un giovane uomo con in mano un dollaro, che ripeteva all’infinito: «È il primo dollaro che abbia mai avuto!»”.

Poi, il ritiro delle truppe occidentali, l’arrivo di gruppi vicini all’Isis, il ritorno al passato. Il ritratto che viene fuori dal racconto di Marai è quello di un paese impoverito, senza soldi, senza lavoro, con i talebani di nuovo alle porte. I segni della ricostruzione erano solo estetici, i nuovi grandi edifici ed enormi viali avevano cancellato i segni della guerra, ma “l’età dell’oro” era ormai solo un lontano ricordo di cui avere nostalgia. L’aria diventa irrespirabile, il clima di paura latente, tante le notti insonni, passate a fumare, dopo aver visto “tanti attacchi, tante morti”. Erano tornate le ombre. A Kabul bisognava camminare con circospezione perché ogni auto poteva essere una trappola esplosiva e i kamikaze potevano sbucare all’improvviso tra la folla. Così come è stato per Sardar Ahmad, altro giornalista di AFP e grande amico di Marai, morto in un attentato nel 2014, così come accaduto ieri a Shah Marai.

Attraverso le sue immagini, ricostruisce Il Post, Marai ha raccontato “la povertà delle periferie, la vita quotidiana nelle fabbriche e al mercato del bestiame, le tempeste di sabbia e di neve, le elezioni, i luoghi degli attentati insanguinati e gli incontri tra Hamid Karzai, il primo presidente eletto del paese, con i leader mondiali in visita”. Nel 2012 aveva intervistato Tarana Akbari, la bambina di 11 anni ritratta in una fotografia di Massoud Hossaini, valsa il Premio Pulitzer.

Molti colleghi e amici del fotografo hanno reso omaggio al lavoro svolto dal fotoreporter durante la sua lunga carriera.

Proprio Hossaini, presente sulla scena del secondo attentato, è stato tra i primi a esprimere il suo dolore per la morte «di un grande amico come lui. Oggi è un giorno triste per il giornalismo e i giornalisti sul campo in Afghanistan», ha twittato il fotoreporter.

«Siamo devastati dalla morte del nostro fotografo Shah Marai, che è stato testimone della tragedia del suo paese per più di 15 anni. La direzione AFP saluta il coraggio, la professionalità e la generosità di questo giornalista che ha coperto decine di attentati prima di essere lui stesso vittima della barbarie, un pensiero agli altri giornalisti uccisi in questo attacco», ha dichiarato Michèle Léridon, direttrice dell’informazione di AFP.

«Shah Marai era sereno, sorridente e positivo, non ha mai temuto il pericolo. Era curioso e aveva uno “sguardo” magnifico», ha ricordato Mahfouz Zubaide, amica di del fotografo e attualmente produttrice per la BBC a Kabul. «Entrambi abbiamo lavorato per i media qui a Kabul, trovandoci sempre sulla scena delle tragedie. Era anche amico di molte persone nella comunità dei giornalisti di Kabul e siamo tutti in lutto».

«In giorni come questi, la verità è pesante, fa male», ha scritto su Twitter e in un articolo denso di immagini e parole sul New York Times, Mujib Mashal, corrispondente per il quotidiano statunitense a Kabul. «Il nostro amico, il grande fotografo Shah Marai, è tra le vittime della seconda esplosione di questa mattina, è morto facendo il suo lavoro, come ha fatto per due decenni. Cresciuto in una famiglia geneticamente predisposta alla cecità (tre fratelli e due figli ciechi), ha sviluppato un occhio acuto come fotografo. Per circa 20 anni ha coperto l’Afghanistan, la sua patria lacerata dalla guerra e la sua profonda sofferenza umana, ma con un tocco morbido. Il suo lavoro significava spesso precipitarsi sul luogo degli attentati e seguire i funerali e le famiglie distrutte».

Nell’immagine in anteprima, foto di archivio, scattata nel 2012, via The National: Shah Marai, al centro, abbraccia i colleghi Massoud Hossaini (vincitore del Premio Pulitzer 2012) e Lawrence Bartlett nella sede AFP di Kabul.

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/kabul-attacco-giornalisti/

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