Il “governo del cambiamento” faccia tornare i soldati italiani dall’Afghanistan

A luglio accadranno due cose importanti. 

1) Finiranno i soldi per i lavoratori dell’ILVA.

2) Si dovranno rinnovare (o non rinnovare) le missioni militari italiane all’estero.

Faccio una proposta ai neoparlamentari: votate per tagliare quelle costose spese militari (in particolare la missione in Afghanistan, nata come missione di “aiuto alla popolazione” e trasformatasi in ben altro) e chiedete che quel risparmio di spesa venga usato per chiudere ILVA e riconvertirla.

La salvezza di una città è mille volte meglio di una sporca guerra persa. Boom di oppio in Afghanistan nelle aree controllate dalle "missioni di pace"

La guerra in Afghanistan suscita interrogativi inquietanti anche sulla missione militare italiana, sul traffico di droga, e questo servizio delle Iene lo documenta:

Droga e militari italiani in Afghanistan.

“Per mantenere il controllo, gli americani si sono alleati con potenti criminali e signori della guerra locali, chiudendo un occhio su tutta l’industria della droga afgana risorta dopo il 2001”, scrive Ernico Piovesana.

Oggi in Afghanistan ci sono 200 mila ettari di piantagioni di papavero. Il boom produttivo della droga è avvenuto proprio nelle zone controllate dal governo afghano, sostenuto  dalle “missioni di pace”.

Per non perdere la guerra chiudono un occhio, e l’anno scorso la produzione di papavero da oppio è aumentata del 67%.

L’ONU sostiene che la produzione record di oppio ha portato in Afghanistan ad una rapida espansione dell’economia illegale nel 2017.

In questo video emerge il dato in tutta la sua gravità.

La “missione di pace” puzza sempre più di droga e di ipocrizia.

Il boom di oppio in Afghanistan nelle aree controllate dalle “missioni di pace” è lo specchio del fallimento.

Piuttosto che spenderli in ipocrisia, i soldi della missione in Afghanistan si investano per la chiusura dell’ILVA e per la riconversione dell’economia di una città inquinata come Taranto.

Fonte: www.peacelink.it – https://www.peacelink.it/editoriale/a/45489.html

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