Migranti: quali sono le Ong rimaste in mare

SOS Mediterranee e Medici Senza Frontiere

Insieme gestiscono l’Aquarius, l’imbarcazione umanitaria dalle dimensioni maggiori. È lei la protagonista della prova di forza con Malta e l’Europa del Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, che ha rifiutato di assegnare un porto alla nave su cui al momento ci sono 629 persone salvate dall’acqua, provatissime e traumatizzate. Tra queste 123 minori tra i 13 e i 17 anni, 11 bambini piccoli e 7 donne incinte. La Spagna ha dato disponibilità all’attracco della nave ma, fa sapere un giornalista a bordo: «si prevede un viaggio di tre giorni, dovremo fermarci a prelevare viveri dato che quelli a bordo non bastano».
Ideale sarebbe fare sbarcare le persone immediatamente. MSF ha infatti reso noto che, anche se al momento la situazione è stabile, questo «ritardo non necessario nello sbarco in un porto sicuro, mette i pazienti a rischio, in particolare: 7 donne incinte e 15 persone con gravi ustioni chimiche, altre con principi di annegamento e ipotermia».

Sea-Watch

Tre le imbarcazioni gestite dall’organizzazione ma solo una in questo momento è impegnata in operazioni di ricerca e soccorso, tornata in mare aperto dopo aver sbarcato, sabato scorso a Reggio Calabria, 232 persone.

Quello della Sea-Watch è stato il primo sbarco effettuato da una Ong dal giuramento del nuovo governo e proprio Salvini, oggi, si è riferito all’imbarcazione dell’organizzazione per sottolineare la linea dura contro le navi umanitarie.
«Siamo ovviamente preoccupati per la situazione, ma andiamo avanti», spiega Ruben Neugebauer, portavoce dell’Ong. «Il vero nodo è Dublino. Non si può lasciare tutta la responsabilità all’Italia, ma Salvini non può fare questo gioco di forza sulla pelle di persone innocenti scappate dall’inferno dei centri di detenzione libici».

Proactiva Open Arms

Erano stati minacciati di morte dalla Guardia Costiera libica, i volontari di Open Arms, quando avevano rifiutato di consegnare le persone soccorse in mare, lo scorso marzo. Una una volta arrivati in Italia, l’omonima nave era stata sequestrata e l’Ong era finita sotto inchiesta. Le accuse: associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Archiviata definitivamente l’accusa di associazione a delinquere, a cui era legato il sequestro della nave, rimane l’indagine su quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’Ong è però libera di tornare a lavorare. In questo periodo l’organizzazione aveva usato l’altra imbarcazione, il veliero Astral, giudicato meno adatto all’attività di ricerca e soccorso.

Adesso la Open Arms sta per partire da Valencia per raggiungere Malta. Da lì, il 18 giugno ripartirà per una nuova missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. «In questo periodo abbiamo ricevuto moltissime manifestazioni di solidarietà. Le difficoltà sono tante, ma andiamo avanti. » Spiega Riccardo Gatti, portavoce dell’Ong. «Il segnale più positivo è il fatto che continuiamo ad avere moltissime richieste di volontariato a bordo. Gestire l’imbarcazione costa 7mila euro al giorno. Siamo interamente sostenuti da piccole donazioni volontarie, ciò significa che ci sono moltissime persone che credono nel valore della solidarietà e in quello che facciamo».

Sea-Eye

Solo sabato scorso l’Ong tedesca aveva portato a termine la missione più difficile degli ultimi due anni, ma è già tornata al porto della Valletta, pronta a ripartire per la prossima missione.
Il piccolo peschereccio Seefuchs, gestito da volontari provenienti da tutta Europa, aveva navigato in condizioni meteo estreme per oltre tre giorni, dopo aver salvato dall’acqua 119 persone, un numero ben superiore alla capienza massima. Commentando l’Odissea della scorsa settimana, l’Ong ha spiegato che «la barca non è adatta a trasportare così tante persone», e «Nonostante questo è la terza volta in poche settimane che le autorità italiane rifiutano l’assistenza in circostanze di ricerca e soccorso e costringono la Seefuchs a trasportare le persone verso le coste siciliane». Negli ultimi due anni l’Ong ha soccorso oltre 14mila persone.

Mission Lifeline

È ferma al porto di Malta ma pronta per ripartire con una nuova missione anche l’imbarcazione di Mission Lifeline, altra Ong tedesca che aveva iniziato ad operare nel Mediterraneo nell’autunno del 2017. «Partiremo dopodomani», fa sapere via messenger Axel Steier, portavoce dell’Ong. «Siamo molto preoccupati per le persone a bordo dell’Aquarius. Gli stati europei hanno lasciato l’Italia da sola negli ultimi anni. Deve esserci più solidarietà ma non possono pagare il prezzo di queste vicende politiche gli esseri umani che sono stati torturati e stuprati in Libia e che rischiano la vita in mare».

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/06/11/migranti-quali-sono-le-ong-rimaste-in-mare/147182/

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