Iuventa, il film-realtà del peschereccio di giovani che ha salvato 6mila persone

Questo è un film che va visto. Ora. Perché in questi tempi in cui una parte della classe dirigente mondiale ha deciso che la solidarietà può diventare reato, capire come nasce – e viene poi ridotto in fin di vita – un ideale è oltremodo necessario. Stiamo parlando di Iuventa, il film. Il nome lo dice già: parla di giovani, giovanissimi, che finite le superiori hanno visto quanto accadeva di tragico nel Mare Mediterraneo e si sono messi in gioco, fondando la ong Jugend Rettet e poi raccogliendo 400mila euro con un incredibile crowdfunding per comprare un peschereccio del 1963 e metterlo in mare a salvare vite umane. Il fondatore ha 19 anni, si chiama Jacob Schoen, è tedesco, luogo dove è partita l’idea. A 20 anni, dopo avere recuperato migliaia di persone, è però uscito dall’ong. Per protesta: “Siamo nati per denunciare l’insolvenza dell’Unione europea nel garantire la salvaguardia della vita in mare. Ma siamo diventati strumento indispensabile della stessa Ue che non vuole risolvere il problema”. L’ong ha comunque continuato, fino all’evento che ha gettato nello sconcerto tutti i volontari e nel dubbio tante persone: il sequestro preventivo della nave, con un’indagine della Procura di Catania che va avanti dall’estate 2016 per ora senza accuse formali ma con il fermo della nave che dura dallo scorso 2 agosto.

Il regista, l’italiano Michele Cinque, classe 1984 con alle spalle vari lavori documentaristici di qualità, segue la nave proprio dai primissimi momenti. Vede l’ispirazione: legge sulla stampa che ragazzi tedeschi stanno mettendo una nave in mare e va a farsi conoscere. A Malta, da dove il peschereccio sarebbe partito per la prima missione, d’accordo con il Mrcc, il Comando centrale della Guardia costiera di Roma, che coordina ogni movimento delle navi nel Canale di Sicilia, Mediterraneo centrale. Iniziamo da qui l’intervista al regista, il cui film avrà la sua “prima” in una sala molto presto: a Bologna la prossima domenica 17 giugno alle 16.30. Poi il 22 a Roma, presto anche Milano e Palermo. E dal 1 luglio, via al tour nelle sale tedesche, dove c’è già il produttore mentre in Italia per ora è tutto dal basso. Prima di parlare con Michele Cinque, ecco il trailer di Iuventa.

Come è andato il primo incontro con i fondatori di Iuventa?
Mi sono presentato al porto di Malta dopo che avevo scritto loro già con l’idea di fare un film. All’inizio erano scettici: era la loro prima missione in mare, non sapevano come sarebbe stata e avere una telecamera dietro non era il massimo. Poi però nei tre giorni di preparazione ci siamo conosciuti e hanno iniziato a darmi fiducia. Dopo una votazione di staff, la decisione è arrivata 15 minuti prima della partenza: mi facevano imbarcare con loro.

Quindi hai partecipato alla prima missione in mare?
Sì. Data la decisione all’ultimo momento, sono partito così com’ero, con il materiale per filmare già pronto ovviamente. È stata la mia unica missione a bordo. Quando sono sbarcato, una decina di giorni dopo la partenza, l’8 agosto 2016, la Juventa aveva portato in salvo 2mila persone. Affidandole alle navi militari una volta recuperate in mare, sempre sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Il film, che dura 86 minuti – scelti tra 120 ore di girato – per almeno la metà riguarda proprio quel primo viaggio, ogni momento significativo.

Che cosa ti ricordi di quel viaggio?
Per arrivare nella zona Sar (Search and rescue, Ricerca e soccorso) ci abbiamo impiegato due giorni. Alle 5 e mezzo della mattina del terzo giorno, il 29 luglio 2017, abbiamo avvistato i primi gommoni, che in tutto sarebbe poi stati sei durante la giornata, con 460 persone totali che abbiamo dovuto fare stare su un peschereccio con una capienza massima che era stimata in 250 persone. Con la guardia costiera il rapporto è stato fin dall’inizio ottimo. Jacob era andato a presentarsi al Comando centrale prima della partenza e aveva ricevuto le istruzioni: essere una sorta di nave di primo soccorso. A volte, essendo l’unico italiano a bordo di quel viaggio, lasciavo da parte la telecamera e parlavo direttamente con la Guardia costiera per facilitare la comunicazione tra le due lingue. È stata un’esperienza indelebile nella mia mente, comunque. Due ragazze poco più che ventenni sono state recuperate già senza vita: ci ho messo più di quattro mesi, una volta a terra, per recuperare il dramma della vista di quei corpi. Non parlavo più con gli amici, nulla mi sembrava avesse importanza nelle relazioni umane. Poi ho recuperato, ma sono cose che non dimentichi mai.

Hai definito il film “il viaggio di una generazione”. Perché?
Perché quello che emerge fin dal primo momento è che siamo di fronte a giovanissimi che rendono concreti i loro ideali. Il film, infatti, parla dei recuperi in mare ma al centro è l’impegno giovanile, che può essere trasversale anche ad altri ambiti. Mi ha colpito la loro decisione, la perseveranza, la voglia di lottare contro il cinismo dilagante attraverso l’esempio in prima persona. È una generazione orfana dei movimenti di contestazione del passato, e ha deciso senza appartenenza partitica di mettersi in gioco in mezzo al mare. Un gesto di denuncia verso le politiche europee: era finita l’operazione italiana Mare Nostrum che aveva salvato molte vite, l’Unione europea non ha messo in atto un dispositivo analogo dicendo che costava troppo, i volontari di Iuventa volevano dimostrare loro che un gruppo di ragazzi della media borghesia tedesca ce l’avrebbe fatta a smascherare l’ipocrisia istituzionale e così è stato. In un anno e mezzo, prima che la nave venisse sequestrata, sono state salvate 6mila persone.

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/06/14/iuventa-il-film-realta-del-peschereccio-di-giovani-che-ha-salvato-6mil/147229/

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