Come garantire che la tecnologia sia al servizio dell’uomo e della società?

[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

All’atto di nascita, nel 2004, il Personal Democracy Forum predicava entusiasmo. Un giorno non lontano, si leggeva nel Manifesto di quello che negli anni sarebbe diventato uno dei principali luoghi di incontro e discussione al mondo per chi crea tecnologie al servizio della collettività, la rete avrebbe consentito la “piena partecipazione” dei cittadini alla vita civica e politica delle proprie comunità, e a costo zero.

La democrazia sarebbe cambiata rapidamente, e in meglio: più trasparenza per governi, istituzioni e imprese. Più possibilità per ognuno di avere una voce, formulare proposte, creare consenso. Era l’anno in cui Facebook usciva dalla mente di Zuckerberg e dal suo dormitorio di Harvard per cominciare la scalata al mondo. E sì, a scommettere sul digitale come motore di una rivoluzione di civiltà erano in molti, non solo tra i visionari di Silicon Valley e gli artigiani delle “tecnologie civiche”.

Oggi, quindici edizioni dopo, il clima è completamente mutato. Impossibile, nell’era che segue infiniti cyber-scandali, e con le democrazie in affanno in tutto il globo, dare per scontato che la tecnologia sia necessariamente un alleato del “bene”. “È tempo di mettere da parte le premesse ottimiste fatte all’epoca, con coraggio e forse troppe speranze”, notano amaramente gli organizzatori, Andrew Rasiej, Micah Sifry e Danielle Lee Tomson, sostenendo la necessità di ritoccare le promesse del Manifesto al ribasso.

“Invece di stare contribuendo a creare una società migliore per tutti”, scrivono nel messaggio di benvenuto ai partecipanti all’edizione 2018, tenutasi alla New York Law School il 7 e 8 giugno, “la tecnologia sembra stare promuovendo maggiori disuguaglianze, più disinformazione e meno fiducia di uno nell’altro e nelle istituzioni”.

Ma per quanto la delusione e il senso di avere creduto a promesse tradite, fallaci, siano palpabili tra i corridoi e nelle stanze della conferenza, altrettanto evidente è la volontà di non arrendersi. La comunità si sta riorganizzando, affilando le proprie armi, costruendo tattiche e strategie per rimettere il progresso nella carreggiata del sogno, strappandolo a forza da quella degli incubi a cui secondo alcuni, altrettanto falsamente, è necessariamente indirizzato.

L’iniezione di realtà sembra avere giovato, perché l’utopia è diventata pragmatismo, urgenza. Non a caso il tema dell’edizione 2018 è How We Make Good. Come garantire che la tecnologia sia al servizio dell’uomo e della società? Come mettere a frutto ciò che abbiamo compreso delle nostre ingenuità passate e trasformare quelle dolorose consapevolezze in nuove e più salde fondamenta per salvaguardare i processi democratici? Serve un “pensiero nuovo”, dicono Rasiej, Sifry e Tomson. E tutti i 14 keynote speech della due giorni, legati ad altrettanti workshop di approfondimento, cercano di portare il loro contributo in questa direzione.

Tecnologie per la fiducia

Alcuni immaginano un diverso rapporto tra individui, non più anonimi consumatori, ma di nuovo e finalmente cittadini capaci di fidarsi l’uno dell’altro. Jerry Michalski, per esempio, parla da anni di ‘Design From Trust’. Della costruzione, cioè, di istituzioni e relazioni sottratte all’unico imperativo dell’efficienza economica, decise e costruite dall’alto in basso da manager e ingegneri che militarizzano il linguaggio umano e lo traducono in una guerra senza sosta tra spot pubblicitari. “La fiducia invece accende il genio”, dice, “ed è molto più economica del controllo” — perché non costringe a dotarsi di strutture coercitive per indirizzare e controllare continuamente il comportamento.

Interdipendenza, cooperazione, comunità diventano così le basi con cui sostituire l’individualismo imperante che ha trasformato le città in stati di polizia, il sistema educativo in un sistema di indottrinamento e sorveglianza, e gli interessi di tutti in quelli di pochi.

Wiki, crowdsourcing, sharing economy, software e hardware open source, scambi peer-to-peer, microfinanza, governi partecipativi sono gli ingredienti del suo cambiamento di prospettiva. Che risulta sì un po’ stantio, e colonizzabile a sua volta da nuovi soggetti di “sfiducia” — si pensi ai molteplici scandali sorti intorno a Uber, o ai problemi creati dall’uberizzazione del lavoro. Ma che ha quantomeno il pregio di dire chiaramente che senza una inversione radicale di rotta a livello organizzativo e concettuale la fiducia non tornerà. Soprattutto, di ricordare che “mantenere l’attuale rottura della fiducia fa gli interessi di molti”: tutti i poteri che, disintermediati e umanizzati, perderebbero efficienza e profitti.

E poi, non è detto che la “sharing economy” debba essere dominio di nuovi monopolisti e giganti dello sfruttamento. Trebor Scholz, per esempio, coordina da anni gli sforzi di un movimento chiamato ‘Platform Cooperativism’, che tenta di democratizzare la proprietà e la gestione dei servizi cooperativi. Oggi, racconta, il movimento è globale, investe centinaia di aziende e iniziative, e diffonde concetti come paga più equa, benefit di produttività interamente nelle tasche dei lavoratori, reinvestimento degli utili a beneficio della comunità che adotta il servizio, governance democratica delle piattaforme nelle mani di utenti e lavoratori, e co-design dei servizi fin dal loro concepimento.

Qualcosa di radicalmente diverso da ciò a cui siamo abituati, dunque, e che già oggi investe svariati campi dell’umano: da Res( )nate, l’equivalente per lo “streaming etico” di Spotify che usa la blockchain e paga gli artisti il doppio del colosso svedese, al Banyan Project per dare una piattaforma cooperativa al giornalismo; da Midata, un servizio di cloud computing per la condivisione sicura, trasparente e gestita dai cittadini di dati tra pazienti e medici, a Up&Go, che consente di prenotare servizi di pulizia domestica da cooperative di lavoratori, a cui finisce il 95% dei ricavi. C’è anche l’alternativa cooperativa a Uber, Green Taxi: a Denver, dice il docente della New School, ha già un terzo del mercato.

Democrazia digitale, ma democratica davvero

Un secondo, più ricco filone di indagine al PDF 2018 riguarda l’uso della tecnologia per implementare forme partecipative inedite, in cui gli ideali della democrazia diretta si coniugano con decisioni concrete, a reale beneficio delle comunità che le adottano. In Italia, lo sappiamo, il tema è stato interamente colonizzato dall’esperienza, controversa, del Movimento 5 Stelle e degli sforzi culminati nella piattaforma Rousseau. Ma altrove il modello è completamente diverso, e supera gli schieramenti politici, restando — come dovrebbe — una questione di metodo.

Perché la premessa, ben esplicitata dalla scienziata politica argentina Pia Mancini, è fondata: siamo davvero “cittadini del XXI secolo che vivono con istituzioni del XIX secolo concepite con tecnologie dell’informazione del XV”.

Non è solo una questione di social media, dice Mancini, è che siamo all’interno di un più ampio processo di perdita di senso delle Nazioni. Gli Stati nazionali, argomenta nel talk e con le sue ricerche, richiedono monopolio sulla terra, ed è quel radicamento territoriale a dare identità e comunità ai suoi appartenenti. Google e Facebook, tuttavia, sono transnazionali; l’architrave della nostra comunicazione e informazione contemporanea impone un diverso concetto di sovranità.

Ancora, le nazioni avevano monopolio sulla moneta, mentre oggi tecnologie come Bitcoin “hanno cominciato a separare denaro e Stato”, dice Mancini. Da ultimo, erano le nazioni a monopolizzare la scena degli attori globali, mentre oggi vengono sempre più efficacemente sfidate dai colossi del digitale, i cui CEO si comportano come capi di Stato, vengono trattati come tali, e hanno il potere di vita e di morte sui dati — e dunque sull’esistenza — di miliardi di cittadini in tutto il mondo.

Bisogna proporre un’alternativa, argomenta la ricercatrice. Radicale. Colmare un vuoto di potere — per la democrazia — altrimenti riempito, come già accade, da piattaforme digitali e demagoghi di ogni risma.

Per riuscirci, Mancini sostiene serva la democrazia diretta digitale. Quale, è tutto da discutere. Per esempio su piattaforme come la sua democracy.earth, un “contratto sociale smart e a codice aperto dove parlare di quale sia la democrazia da desiderare, e al contempo la costruzione di un protocollo per sperimentarla e implementarla”, dice.

Alcune scelte cominciano a prendere forma. Mancini dice di prediligere una struttura di “democrazia liquida” online, in cui cioè il voto si può esercitare anche per delega, le cui votazioni siano messe al sicuro tramite blockchain e crittografia, e capace insieme di reggere il voto di milioni di persone — come i 7 milioni di colombiani fuori sede che, altrimenti, non avrebbero potuto esercitare il loro diritto per un referendum.

L’ottica è quella del citato Buckminster Fuller: “Le cose non si cambiano mai combattendo l’esistente. Per cambiare qualcosa, costruite un nuovo modello che rende l’esistente obsoleto”.

Può darsi. Ma la sensazione è che non ci sia molto spazio per discutere delle note e strutturali complicanze di questo tipo di democrazia — che tutto sommato è molto simile a quella sperimentata dai Pirati Tedeschi, prima che li portasse alla paralisi — nel programma del PDF. Anche nel seminario pomeridiano, infatti, nelle due ore e mezzo di interventi si susseguono gli esperimenti di deliberazione diretta in rete condotti dal collettivo g0v in Taiwan, ispirati nientemeno che al concetto di “rizoma” in Deleuze — “connessione, eterogeneità, molteplicità, rottura asignificante, cartografia, decalcomania”, appuntano gli attivisti, tra i più in vista nella “civic tech” asiatica.

“Non chiedere perché nessuno lo sta facendo”, il loro motto: “Prima ammetti di essere tu, Nessuno. Perché Nessuno spacca. Nessuno è il mio capo”.

Seguono le iniziative di democrazia digitale del governo di Taiwan, le cui rappresentanti ripetono la parola “hackathon” credo cinquanta volte in quindici minuti, ma spiegano anche nel dettaglio il funzionamento di vTaiwan, un progetto utilizzato per ridisegnare completamente, insieme ai cittadini, l’interfaccia digitale del governo per il pagamento delle tasse.

Il problema è prima segnalato tramite una petizione online, a cui il governo dà ascolto, ripetendo incontri tra ministri del digitale per ciascuna materia, o con portatori di interesse di ogni natura, dai designer ai burocrati, dagli amministratori di sistema ai semplici cittadini. Ogni incontro è poi mandato livestreaming in rete, e i risultati vengono discussi ancora in rete fino a co-creare un sistema molto più agile, e semplice da usare.

Cose concrete, insomma, cui si accoppia uno spirito visionario. Le rappresentanti del governo di Taiwan aggiungono infatti di stare sperimentando forme di partecipazione digitale tramite realtà virtuale e aumentata, per votare in cabine virtuali generate all’occorrenza o esplorare mondi virtuali dedicati a descrivere e rendere un gioco la creazione di scelte politiche.

Già utilizzata in diverse città nel mondo la piattaforma consulproject.org, dal Messico all’Argentina, in Perù, Ecuador e Colombia. Ma anche a Parigi. E Madrid, dove la piattaforma Decide Madrid ha portato a soluzioni, scelte online dai cittadini tramite referendum, per rendere la capitale spagnola 100% sostenibile, rendere più economico e flessibile il biglietto per i trasporti pubblici, ridisegnare Plaza de Espana. Spiega Miguel Arana Catania, direttore del progetto, che le priorità non sono quelle indicate dalla politica, ma dai cittadini stessi — “e per questo sono più concrete: quando scelgono i cittadini, la politica migliora”, dice.

A dimostrarlo, le idee giunte online per spendere 100 milioni di euro l’anno per la città. Un progetto di budget partecipativo che di nuovo ha premiato idee concrete, secondo Catania, più di quelle usualmente trattate dalla politica tradizionale: tra le più votate, più abitazioni per donne vittima di violenza di genere, politiche per aiutare i senzatetto e i malati di Alzheimer, l’adozione di più pannelli solari.

Gli iscritti sono 400mila, e i voti espressi via referendum online per le proposte appoggiate da più dell’1% della popolazione sono vincolanti. Anche le leggi si possono emendare tramite la piattaforma, ma in questo caso sarà il politico, risponde Catania a mia precisa domanda, a decidere che fare degli emendamenti proposti.

La piattaforma mira a essere un metodo, uno strumento, non un’arma al servizio di unico partito politico. E quando gli chiedo che pensa di Rousseau e dell’idea di avere una forma di democrazia digitale che dipenda da un codice non aperto, si abbandona a una sonora risata, ed esclama: “È una follia”.

Guida intergalattica per l’attivista online

Molto si è parlato anche di come fare attivismo digitale con successo, un tema reso particolarmente spinoso e urgente dall’era Trump, dalle capacità di mobilitazione a mezzo social delle nuove destre in tutto il mondo, dalla raffinatezza raggiunta dalle strategie di propaganda e disinformazione digitale.

In risposta, più che la teoria, servono buone prassi. Percorsi di protesta e proposta che abbiano dimostrato la loro efficacia portando a risultati concreti. Ed ecco un workshop, al PDF, raccontare la strategia adottata dalle migliaia di dipendenti di Google che si sono opposti a Project Maven, la collaborazione dell’azienda del Do No Evil con l’esercito statunitense, che avrebbe dovuto mettere il suo machine learning all’opera per migliorare la mira dei droni a uso militare.

In questo, come in altri casi, si può applicare il reverse-engineering: individuare le dinamiche e i processi — in questo caso, interni a Google — che hanno portato alla decisione; comprendere chi detiene responsabilità dirette e indirette sul progetto da contestare, quali incentivi hanno e come influenzarli; elaborare strategie comunicative efficaci per mostrare contraddizioni fondamentali tra l’etica dichiarata dall’azienda e quanto si contesta; organizzare il consenso interno minimizzando i danni per i singoli partecipanti; usare i media e i social media come cassa di risonanza, una volta che la campagna o la causa decidano di venire allo scoperto, e scatenare un dibattito pubblico sull’oggetto del contendere.

Nel workshop, i partecipanti si dividono in gruppi di cinque e immaginano contromisure per campagne fittizie, ma plausibili: una per chiudere Free Basics di Facebook in tutto il mondo, un’altra contro l’obsolescenza programmata dei telefonini, un’altra ancora per impedire che Amazon non conceda le sue risorse di AI alle forze dell’ordine. E altre ancora.

Certo, “non c’è una soluzione tecnologica per risolvere definitivamente la crisi della democrazia”, come ricorda la direttrice esecutiva di MoveOn, Anna Galland, nel suo speech il giorno seguente. Ma se impariamo a costruire una resistenza a livello nazionale e locale, connessa alle istituzioni, “basata su umiltà, apertura e reale fiducia nelle voci che emergono dal basso”, allora abbiamo buone chance di colpire nel segno.

Con una consapevolezza importante, nell’era dell’indignazione connessa: “Nessuno può sostenere una rabbia costante, anche se tutto causa rabbia”. Fondamentale per la mobilitazione online è sapere trasmettere “gioia”, almeno a tratti. Per stare davvero insieme in protesta, odiare non basta.

L’elefante (davvero) nella stanza

I talk e i workshop insistono su forme di sostegno al reddito per dare a tutti la possibilità di affrontare con dignità l’era dell’automazione — Chris Hughes, co-fondatore di Facebook — e piattaforme online per dare la possibilità ai data scientist di scrivere un loro codice etico, così che gli algoritmi smettano di discriminare. Temi che fanno discutere, e scaldano il pubblico.

Inutile nascondere, tuttavia, che la parola più controversa a risuonare dentro e fuori i luoghi della conferenza è anche la più banale: Facebook. Il social network è insieme tra i principali sponsor dell’evento e il bersaglio preferito dei suoi partecipanti. C’è Siva Vaidhyanathan, autore di un saggio ferocemente critico con la filosofia della corporate social responsibility di Facebook — meglio, della sua ideologia di fondo — dal titolo ‘Antisocial Media’. Ma ci sono soprattutto i messaggi e le domande inviate al Director of Product Management, Samidh Chakrabarti, via Twitter e Sli.do, nel canale apposito della manifestazione: tutte fortemente critiche, con i toni di una comunità con cui pare avere una prossimità ormai naturale, ma sempre più ingombrante. (Full disclosure: chi scrive ha partecipato al PDF grazie a una Fellowship sponsorizzata da Facebook)

I temi variano, dalle smart city che diventano menacing city,  “città di sorveglianza” per lo “sfruttamento intelligente” delle nostre vite, agli incredibili sprechi del governo USA in progetti digitali — su 86 miliardi di dollari di investimenti in IT l’anno, il tasso di fallimento è del 94% —, ma è sempre il dibattito intorno a Facebook a monopolizzare la scena. Disinformazione, automazione della moderazione dei contenuti, polarizzazione: il social network esce ovunque.

Anche nelle pubblicità sopra l’ingresso delle subway, contro “fake news”, manipolazione dei dati, profili fasulli. Un artista ne ricava anche un cartello per soggetti smarriti, appeso ai lampioni: “Lost”, e sotto “all your data”. In un intervallo, alla conferenza, va in onda in video che fa satira dell’audizione di Mark Zuckerberg al Congresso USA. E nella stessa settimana, del resto, Facebook è rimasta impigliata non in uno, ma due “scandali”. Non stupisce insomma che Chakrabarti finisca per prendere sul serio, dicendosi possibilista, anche una domanda dal pubblico in cui si chiede se Facebook sarebbe disposta a rivedere completamente la sua missione aziendale, aprendosi in modo molto più consistente a logiche lontane dal mero profitto e addirittura rallentando di proposito le sue prospettive di crescita.

L’impressione è che da queste parti abbiano preso molto sul serio le accuse di aver servito a Trump e Brexit la vittoria su un piatto d’argento. Troppo forse. E troppo poco il monito di Malka Older, studiosa e scrittrice di sci-fi a sfondo politico che, citando Yuval Noah Harari, riporta: “per cambiare un ordine immaginario esistente, dobbiamo prima credere in un ordine immaginario alternativo”. A dire: dovremmo usare di più l’immaginazione, specie fantapolitica e fantascientifica, se vogliamo provare a realizzare un mondo, e un’ideologia, in cui i monopolisti dei dati non sono immutabili, irregolabili, inamovibili.

Older la chiama “resistenza speculativa”: “Abbiamo bisogno di futuri speculativi”, dice, “ci ricordano che il mondo in cui viviamo non è inevitabile”. Se l’ideologia dominante è tale proprio in quanto capace di rendersi invisibile, di entrare tra le norme e i comportamenti quotidiani come il respiro nel torace, il grido immaginativo della scrittrice è la forma più pura, e forse più forte, di critica ideologica a Silicon Valley di tutta la due giorni.

Immagine in anteprima via Paramjot Kaur 

Segnala un errore

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/democrazia-digitale-tecnologia/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *