Tutto quello che c’è da sapere sui 50 milioni di euro truffati allo Stato dalla Lega e poi spariti

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Negli ultimi giorni lo scrittore Roberto Saviano ha parlato più volte dell’inchiesta sulle decine di milioni di euro di rimborsi elettorali che sarebbero stati truffati dalla Lega allo Stato negli anni scorsi. Durante la tavolata solidale organizzata a Milano, ad esempio, Saviano ha lanciato il ‘Restitution day’: «Una giornata in cui chiediamo alla Lega la restituzione dei 50 milioni e non avere le finte, furbe, lezioni del ministro degli Interni che dice ‘non mi riguarda è la gestione passata’». Il ministro dell’Interno e capo della Lega a sua volta ha ribattuto: «Non mi piacciono i fantasy. Sono curioso di trovare non 50 milioni, ma 50 euro. Se trovate 50 euro miei o della Lega in Lussemburgo vi offro una cena».

Abbiamo ricostruito le inchieste giornalistiche e le indagini e il processo che lo scorso luglio ha visto l’ex leader della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, condannati in primo grado a Genova rispettivamente a due anni e sei mesi e a 4 anni e dieci mesi per la truffa ai danni dello Stato.

Come nasce l’inchiesta

Nell’aprile 2012 viene pubblicata la notizia che Francesco Belsito, allora tesoriere della Lega Nord, risulta indagato per truffa ai danni dello Stato e finanziamento illecito ai partiti dalla Procura di Milano e per riciclaggio da quella di Napoli e Reggio Calabria. L’indagine, scriveva Il Fatto Quotidiano, era stata avviata dopo l’esposto di un militante del Carroccio sull’utilizzo dei fondi del partito negli investimenti in Tanzania e a Cipro (qui Paolo Colonnello su La Stampa ricostruisce l’operazione finanziaria della Lega). Con Belsito vengono indagati anche altre persone, tra cui due uomini d’affari, che sarebbero state coinvolte in queste operazioni, Paolo Scala e Stefano Bonet.

Secondo gli investigatori la gestione della tesoreria della Lega Nord era stata opaca fin dal 2004: Belsito, scrivevano i pm, “ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero”. C’era stata una “gestione in nero (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito. (…) Buona parte del denaro che fluisce nelle casse della Lega proviene dalle casse pubbliche sotto forma di destinazione del 4 per mille”.

Roberto Maroni, in riferimento all’indagine, aveva dichiarato che era «il momento di cogliere questa occasione per fare pulizia». Belsito si era dimesso il giorno stesso della pubblicazione della notizia, al termine di una riunione dei vertici del partito in via Bellerio a Milano. Pochi giorni dopo è il turno del segretario federale Umberto Bossi. “La drammatica decisione del leader – scriveva Repubblica – è arrivata sulla scia di uno stillicidio di nuove rivelazioni su quanto accertato dalle tre procure che indagano sui conti della Lega. La magistratura di Napoli, ad esempio, ha scoperto che nella cassaforte di Belsito sequestrata ieri a Montecitorio c’era anche una cartella con l’intestazione ‘The family’. L’ipotesi degli investigatori è che i documenti siano relativi alle elargizioni ai familiari di Bossi. (…) Trovato anche un carnet di assegni che reca la scritta ‘Umberto Bossi’. Il libretto sarebbe stato rilasciato dalla sede genovese della banca Aletti dove sono versati i contributi elettorali della Lega. Gli inquirenti ritengono che dal conto, gestito dal tesoriere finito sotto inchiesta, provengano le somme destinate a spese personali di familiari di Bossi. Nella cassaforte sono state inoltre trovate ricevute che documenterebbero spese affrontate per le esigenze di vario genere di familiari del leader del Carroccio”.

Poco più di un mese dopo, a metà maggio, anche Bossi finisce nel registro degli indagati della Procura di Milano per truffa ai danni dello Stato in concorso con l’ex tesoriere Belsito (insieme ai due figli del “Senatur”, Renzo e Riccardo, per appropriazione indebita), per l’uso illecito dei rimborsi elettorali della Lega Nord. Edmundo Bruto Liberati, procuratore di Milano, aveva spiegato che “Bossi risponde in qualità di legale rappresentante come segretario federale che redige i conti” e che c’erano “elementi utili per dire che ci fosse una sua consapevolezza”.

Nel novembre del 2013, i pm milanesi chiudono le indagini e contestano a Bossi una “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”, ossia i rimborsi elettorali ricevuti dal Carroccio in base ai rendiconti al Parlamento del 2008 e 2009, per un valore di 40 milioni di euro e di appropriazione indebita, riportava Il Fatto Quotidiano. Secondo i pm la truffa sarebbe stata commessa, tra gli altri, anche con Francesco Belsito, ex tesoriere leghista per il 2009 e 2010, e con l’inganno ai presidenti di Camera e Senato e ai rispettivi revisori pubblici che autorizzavano i rimborsi basandosi su rendiconti falsati in maniera volontaria “in assenza di documenti giustificativi di spesa e in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico”.

Il processo viene spacchettato in tre parti: due restano a Milano, un terzo a Genova

A ottobre 2014, il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Milano, Carlo Ottone De Marchi, dispone la citazione diretta a giudizio di Umberto Bossi e dei due figli per appropriazione indebita nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei fondi della Lega, spacchettando in tre parti il processo: due a Milano, mentre una terza viene trasferita per competenza territoriale a Genova. “In particolare – spiegava Il Giorno –, nella città ligure finiranno gli atti che riguardano la presunta truffa finalizzata all’erogazione dei rimborsi elettorali che vede indagati Bossi, l’ex tesoriere Belsito e tre revisori, e la presunta appropriazione indebita messa a segno da Belsito per le operazioni finanziarie in Toscana”.

A novembre dello stesso anno, su decisione del segretario Matteo Salvini, la Lega (Nord), a sorpresa, rinuncia a chiedere i danni all’ex tesoriere nei procedimenti penali a Milano e Genova. «Non possiamo perdere tempo e neppure soldi, oltretutto per cercare di recuperare soldi che certa gente non ha», aveva commentato Salvini.

Le condanne in primo grado a Milano e Genova

Tre anni dopo, nel 2017, arrivano le condanne sia nel filone lombardo che in quello ligure. Il 10 luglio, Umberto Bossi, il figlio Renzo e Belsito, sono condannati per appropriazione indebita dei soldi del partito dal Tribunale di Milano. Scrive il Corriere della Sera che nelle motivazioni della sentenza si legge che Bossi era «consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro» della Lega, ma proveniente «dalle casse dello Stato», «per coprire spese di esclusivo interesse personale» suo e della sua «famiglia».

Circa due settimane dopo, il 24 luglio, Bossi e Belsito vengono riconosciuti da parte del Tribunale di Genova colpevoli per la maxi-truffa al Parlamento di 48.969.617 euro di rimborsi pubblici ottenuti fra il 2008 e il 2010. Secondo i pm sarebbero stati presentati rendiconti irregolari al Parlamento per ottenere indebitamente fondi pubblici che sarebbero stati usati, in gran parte, per spese personali della famiglia Bossi, spiegava l’Ansa. Il Tribunale stabilisce anche che la Lega avrebbe dovuto versare quella somma, solo dopo un’eventuale conferma da parte della Corte di Cassazione.

Nel processo vengono condannati per truffa anche i tre ex revisori contabili della Lega (Nord), Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi e i due imprenditori Scala e Bonet.

Nelle motivazioni si legge:

Sia Belsito che Bossi erano consapevoli delle irregolarità dei rendiconti da loro sottoscritti e dissimulavano le irregolarità di gestione e i fatti di appropriazione descritti. Ciò vale, ovviamente per Belsito artefice materiale delle appropriazioni (…). Ma vale anche per Umberto Bossi, considerando che la irregolare gestione contabile si protraeva da anni; che egli, suoi familiari e persone del suo entourage erano i benefìciari delle spese, anche ingenti, a fini privati; che i rimborsi mensili forfettari ed in “nero”, anche per attività inesistenti e comunque non documentate – che inficiavano la regolarità della gestione contabile e dei rendiconti – erano erogati anche a favore di suoi stretti congiunti e collaboratori; che tali prassi era in atto fin dai tempi del tesoriere Balocchi; che per ragioni di carica aveva certamente contatti continui con Belsito. (…) La consapevolezza di Umberto Bossi (…) emerge inoltre dal contenuto delle telefonate… nelle quali si fa espresso riferimento non solo alla consapevolezza, ma alla espressa indicazione del Segretario federale alle distrazioni a favore suo e dei familiari.

A carico dei condannati i giudici stabiliscono il pagamento di quasi un milione di euro a titolo di provvisione a favore di Camera e Senato. I due rami del Parlamento infatti si erano costituiti parte civile nel processo sulla maxi truffa dei rimborsi elettorali.

Il “braccio di ferro” tra Procura di Genova e Lega sui soldi da restituire

La Procura, però, “non fidandosi dei conti della Lega” – nel 2016 il partito aveva chiuso con un rosso di un milione di euro – e “nel timore” che quella cifra non venisse “mai recuperata”, chiede “il sequestro cautelativo con il blocco dei conti bancari e dei patrimoni immobiliari del partito”, riportava La Presse. Matteo Indice sul Secolo XIX spiegava la linea giuridica del Pm di Genova alla base di questa richiesta: “È vero che i reati sono stati compiuti da altri, ma parte dei finanziamenti fuorilegge sono stati incassati dalla Lega pure dopo – sia quando il leader era Roberto Maroni che con la consacrazione di Salvini – ed è il movimento nel suo complesso ad averne beneficiato, perciò da lì vanno presi”.

Un mese dopo il Tribunale di Genova accoglie la richiesta della Procura. Il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, spiegava che «quello emesso dal tribunale è un sequestro preventivo provvisorio. Se la sentenza di condanna di primo grado dovesse essere ribaltata in appello o in Cassazione, i soldi verranno restituiti». «In fase di indagini preliminari – continuava Cozzi – la procura aveva già chiesto il sequestro ma il Gip lo aveva rigettato perché ancora non era stato quantificato il danno. Adesso, con la sentenza è stato stabilito quanto è l’ammontare e quindi si è chiesto il provvedimento».

Matteo Salvini in una conferenza stampa a Montecitorio, organizzata per commentare la decisione dei giudici liguri, aveva affermato che di soldi, nella casse del partito, non ce n’erano, aggiungendo: «Questo è un attacco alla democrazia. C’è una scheggia della magistratura che fa politica e vuole mettere fuori legge la Lega, vogliono farci fuori, metterci nelle condizioni di non esistere». Cozzi aveva risposto spiegando di avere «il massimo rispetto per la Lega e per tutti i partiti. Ma noi non abbiamo messo in atto nessun attentato alla Costituzione, anzi è stata intrapresa una azione a tutela del Parlamento. Camera e Senato si sono costituiti parte civile nel processo per avere risarcito un danno derivante dalla erogazione di contributi che non dovevano essere dati perché fondati su bilanci non corretti».

Secondo i giudici che hanno accolto la richiesta dei pm “è pacifico che la Lega Nord abbia percepito il profitto dei reati commessi dai suoi rappresentanti Bossi e Belsito, con il concorso di Aldovisi Turci e Sanavio (ex revisori contabili del Carroccio)». Inoltre, il Tribunale scrive che c’è il rischio che il denaro non venga recuperato: «Considerando da un lato l’entità rilevante della somma oggetto di confisca, e quindi del presente provvedimento di sequestro, e dall’altro la diminuzione delle entrate e il depauperamento del patrimonio del movimento, documentato dalle stesse difese, si ritiene ad ogni buon conto esistente anche il requisito del periculum in mora».

Pochi giorni dopo la sentenza, il Tribunale di Genova stabilisce però che i soldi che entreranno in futuro nelle casse del partito non potranno essere bloccati e quindi quelli sequestrati alla Lega, setacciando le ramificazioni locali della tesoreria leghista, si fermano a poco meno di 2 milioni di euro. Si tratta di una decisione, spiegavano Marco Grasso e Matteo Indice sul Il Secolo XIX, che persegue una “linea morbida”, anche se “la giurisprudenza sul punto non è troppo abbondante”: “Ovvero, si congela ciò che era depositato al giorno in cui è stato ordinato il blocco (cioè i circa 2,5 milioni di euro) e stop, senza innescare un’emorragia perenne fino a raggiungere quota 49 milioni”. In questo modo, i soldi che entreranno in possesso del partito resteranno fruibili alla Lega Nord.

Contro questa decisione, la Procura di Genova annuncia di voler impugnare il provvedimento dei giudici. Il 2 ottobre, così, i pm ricorrono al Riesame contro lo stop del sequestro deciso dal Tribunale. Ansa Liguria sulla questione specificava: “L’orientamento giurisprudenziale è quasi sempre stato quello di continuare a sequestrare somme di denaro alle persone giuridiche beneficiarie del frutto del reato commesso da un altro soggetto fino al raggiungimento di quanto previsto dalle sentenze. Nei giorni scorsi il tribunale ha invertito la tendenza stabilendo che il blocco si ferma a quanto trovato al momento dell’esecuzione del provvedimento”. I giudici del Riesame, però, dichiarano inammissibile l’appello presentato dalla procura di Genova.  

I pm non desistono e chiedono ai giudici di poter sequestrare altri soldi sui conti della Lega Nord, compresi quelli depositati in futuro. Il tribunale di Genova però respinge questa richiesta perché, scriveva Il Secolo XIX, “secondo i magistrati il denaro confiscabile è solamente quello ‘riconducibile’ al reato, dunque le somme successivamente entrate nei conti del Carroccio non potrebbero essere collegate alla truffa e per questo non sequestrabili”. Contro questa decisione la procura presenta un altro appello al Riesame e anche questo viene respinto: “Bisogna procedere alla confisca per equivalente nei confronti di Umberto Bossi, Francesco Belsito e i tre ex revisori contabili. (…) Insistere nella richiesta nei confronti della Lega appare non condivisibile perché comporterebbe una estensione del sequestro diretto a tempo indeterminato”.

A fine dicembre, così, la procura di Genova parte con i sequestri dai depositi bancari di Umberto Bossi, dell’ex tesoriere Belsito, e dei tre ex revisori contabili, trovando in totale poco più di due milioni di euro. Bossi si oppone in Tribunale a questa decisione, ottenendo che i soldi a lui congelati vengano sbloccati: “il Senatur tramite il suo legale, aveva sostenuto che le cifre, che la Guardia di finanza gli ha bloccato, derivano dal vitalizio parlamentare che per legge non può essere pignorato o sequestrato. Il tribunale ha accolto la richiesta sostenendo però che si possa sequestrare il quinto della pensione da parlamentare europeo”. Contro quest’ultimo punto il legale di Bossi si appella al Riesame, che però respinge la richiesta.

Infine, lo scorso aprile la Cassazione accoglie il ricorso che la Procura di Genova aveva presentato contro l’ultima decisione del giudici dando così il via libera all’estensione del blocco dei fondi anche alle somme che arriveranno in futuro alla Lega.  

La nuova inchiesta della Procura di Genova per riciclaggio

A fine gennaio 2018 esce la notizia che la procura di Genova ha aperto una nuova inchiesta per riciclaggio contro ignoti dopo la presentazione di un esposto, a dicembre 2017, da parte di Aldovisi, l’ex revisore dei conti del partito, condannato a luglio per il presunto raggiro al Parlamento. Gli accertamenti dei magistrati “riguardano il possibile reimpiego occulto dei rimborsi-truffa ottenuti da Bossi e Belsito, secondo l’ipotesi accusatoria travasati attraverso conti e banche diverse, al fine di metterli al riparo da possibili sequestri”. “In altre parole – scrive Il Secolo XIX – nell’opinione dei pm, quei fondi sono stati incamerati, riutilizzati e forse messi al sicuro dai sequestri consapevolmente dalla Lega durante le gestioni di Maroni in primis e poi di Salvini”. Marco Lignana su Repubblica Genova spiega cosa conteneva l’esposto di Aldovisi, al cui interno era presente una citazione di un articolo dell’Espresso di novembre del 2015 in cui venivano ricostruiti alcuni movimenti di denaro dopo lo scoppio del caso Belsito:

In particolare, si parla di 19,8 milioni di euro in liquidità e titoli, secondo l’Espresso trasferiti a inizio 2013 dalla filiale Unicredit di Vicenza e dalla sede milanese di Banca Aletti ad un altro istituto. Ovvero la filiale milanese della Cassa di risparmio di Bolzano, “Sparkasse” in lingua tedesca. Nell’articolo parlava Domenico Aiello, avvocato di fiducia di Roberto Maroni, allora presidente dell’Organismo di vigilanza della banca (…): «Con Maroni segretario, il partito ha aperto un conto in Sparkasse che poi Salvini ha chiuso trasferendo il residuo in Banca Intesa nel 2014». L’altro protagonista di quell’operazione, Gerhard Brandstatter, allora presidente della Fondazione Sparkasse (…) confermò l’operazione ma minimizzò: «La Lega ha aperto un normale conto “easy business” nella nostra filiale milanese a gennaio del 2013 e poi un conto deposito titoli a marzo del 2013. Le posizioni sono state di fatto chiuse il 9 luglio del 2013 perché la Lega non era soddisfatta degli interessi che poteva offrire la Sparkasse (…). La chiusura formale della posizione è avvenuta un anno dopo, quando restavano poche migliaia di euro. Ma mi risulta che anche la cifra versata inizialmente fosse di alcuni milioni e non di 20. Quanti milioni non saprei dire».

Il nuovo tesoriere della Lega, Giulio Centemero, respinge però le accuse: «Siamo pronti a dimostrare che non ci sono stati movimenti finanziari sospetti». Anche il leader della Lega, Matteo Salvini, commenta la nuova inchiesta dicendo che è «fondata sul nulla e come altri ricorsi finirà nel nulla».

Lo scorso 13 giugno, poi, sembra arrivare una svolta. La Stampa riporta la notizia di un’“operazione sospetta” su cui la Procura di Genova sta indagando: “Una fiduciaria del Lussemburgo ha segnalato a Bankitalia che, nei mesi scorsi, sono rientrati nel nostro Paese tre milioni di euro collegati ad attività di esponenti o simpatizzanti della Lega”. I magistrati liguri chiedono una rogatoria internazionale per “acquisire una serie di documenti per far luce su transazioni anomale avvenute anche durante l’era di Matteo Salvini”. “L’ipotesi dei pm – si legge – è che il viavai di soldi con il Granducato sia servito per nascondere e proteggere dai sequestri una parte dei rimborsi-truffa incassati in passato dal partito, attraverso un ginepraio di flussi bancari incardinati alla Sparkasse di Bolzano”.

Due anni fa, nel 2016, tre milioni di euro erano stati investiti in Lussemburgo, “attraverso un conto «di transito» aperto sulla carta dalla solita Sparkasse per consentire semplici movimentazioni «interne»”. Secondo i pm “potrebbero essere soldi leghisti portati al sicuro nel timore dei sequestri. E poi rientrati in Alto Adige, e sotto mentite spoglie nella disponibilità del partito [ndr della Lega] via Sparkasse, con l’«operazione sospetta» segnalata dalla fiduciaria lussemburghese”.

Gli investigatori però, in base a quanto riportato da La Stampa su indicazione di “una fonte qualificata inquirente”, cercano anche di capire se c’è un motivo dietro la tempistica delle informazioni ricevute perché «l’input dall’estero è arrivato dopo le elezioni del 4 marzo ed è nostro dovere capire se qualcuno ha anche l’obiettivo d’inguaiare il movimento di Salvini appena salito al governo». Sempre il 13 giugno, finanzieri, ispettori e tecnici di Bankitalia si presentano a Bolzano per una “ricognizione” alla Direzione generale della “Sparkasse”.

Tre giornalisti che seguono il caso vengono fermati e interrogati

Nella stessa giornata, tre giornalisti (Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano, Marco Preve di Repubblica e Matteo Indice della Stampa) che seguono la vicenda sui rimborsi della Lega e l’inchiesta della Procura di Genova, vengono interrogati per tre ore dalla Guardia di Finanza di Bolzano.

L’azione delle autorità viene duramente criticata dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), dall’Associazione ligure giornalisti, dall’Ordine ligure dei giornalisti e dal Gruppo cronisti liguri che “condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici. Sorprende la scelta “muscolare” di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa”.

L’inchiesta de L’Espresso

Dieci mesi fa Giovanni Tizian e Stefano Vergine hanno iniziato a lavorare a una serie di inchieste su L’Espresso mirate a rintracciare il percorso dei 48 milioni di euro della Lega. L’attuale ministro dell’Interno, scrivono i due giornalisti in un articolo su Repubblica che ripercorre brevemente le loro inchieste giornalistiche per il settimanale, ha sempre sostenuto pubblicamente che il partito aveva le casse vuote e che lui non mai visto un euro di quei soldi. Ma gli articoli di Tizian e Vergine mettono in dubbio la sua versione.

Le loro inchieste partono da lontano e si concentrano sui movimenti del partito successivi alle dimissioni di Bossi e alla richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti:

1) Un primo articolo, pubblicato a ottobre 2017, mostra come Roberto Maroni e Matteo Salvini, i due segretari succeduti a Bossi, abbiano utilizzato una parte dei 48 milioni di euro frutto della truffa che avrebbe orchestrato il Senatur e l’ex tesoriere del partito Belsito.

2) Negli articoli successivi, dall’inizio del 2018 fino ad oggi, L’Espresso cerca di raccontare che fine hanno fatto i 45 milioni mancanti e scopre che sia sotto la gestione Maroni che quella Salvini quei soldi sarebbero stati investiti in prodotti finanziari, tra cui anche titoli su cui un partito politico per legge non può investire.

3) Due mesi fa, i giornalisti si imbattono anche nell’associazione “Più Voci” e nel costruttore Luca Parnasi, dieci giorni fa arrestato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma, che ha finanziato proprio “Più Voci” tra il 2015 e il 2016. L’associazione Più Voci, fondata dal tesoriere della Lega, Giulio Centemero, e dai suoi colleghi commercialisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, sembrerebbe essere stata creata per incamerare finanziamenti, smentendo così quanto dichiarato pubblicamente da Salvini e altri leghisti, secondo i quali la Lega non avrebbe denaro a disposizione.

Alla luce delle loro inchieste, i giornalisti de L’Espresso dicono che restano ancora inevase alcune domande: che fine hanno fatto i milioni di euro pubblici frutto della truffa sui rimborsi elettorali? Perché sui conti della Lega ci sono solo 3 dei 48 milioni sequestrati? Se in cassa non ci sono più soldi, come dice Salvini e testimoniano i bilanci del partito, come sopravvive la Lega? Come paga le sue campagne elettorali? E che ruolo ha l’associazione “Più voci”?  

Salvini: “Sono soldi che non ho mai visto”. Ma è davvero così?

Dopo la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti correnti del partito in seguito alla condanna per truffa di Bossi, l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha sostenuto di non aver nulla a che fare con i 48 milioni di euro frutto della presunta truffa allo Stato. Anche Maroni ha sempre negato ogni legame con la gestione precedente alla sua elezione a segretario, ma in base a quanto ricostruito in un articolo di Giovanni Tizian e Stefano Vergine, pubblicato il 2 ottobre 2017 su L’Espresso, le cose non sembrano stare esattamente in questo modo. Anzi, alcuni documenti suggeriscono “un filo diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori”.

Il primo luglio 2012 Roberto Maroni viene eletto segretario del partito, a tre mesi dalle dimissioni di Umberto Bossi. A fine ottobre, come certificato da un documento inviato dalla ragioneria del Senato alla Procura di Genova, Maroni riceve 1,8 milioni di euro come rimborso per le elezioni politiche del 2008. Dal 31 ottobre 2012 alla fine del 2013, quando termina il mandato di Maroni, la Lega avrà ricevuto 12,9 milioni di euro, come rimborso per le elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, nel periodo cioè sotto la guida di Bossi e con Belsito tesoriere.

via Repubblica.

A metà 2013 viene eletto segretario della Lega Matteo Salvini. A giugno 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio per cui i magistrati chiedono il processo per Bossi. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010. Due mesi dopo la Lega si costituisce parte civile contro Bossi. Venti giorni, dopo, però, il 27 ottobre 2014, lo stesso Salvini ritira altri soldi (una piccola somma, 500 euro) come ultima tranche del rimborso per le elezioni regionali del 2010, denaro ottenuto con la rendicontazione gonfiata di Belsito, specificano Tizian e Vergine. Due giorni dopo, il 29 ottobre, Salvini riceve una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì che, in merito alla costituzione come parte civile da parte del partito, gli diffidava di spendere “quanto da te dichiarato corpo del reato”.

Se così stanno le cose, si chiedono i due giornalisti, perché Salvini continua a sostenere di non aver mai visto quei soldi? E se li ha visti, come sembrano dimostrare i due bonifici, come poteva non sapere che erano frutto di una truffa se la Lega si era dichiarata parte civile? Domande che aveva posto anche Alberto Custodero in un articolo del 2 novembre 2015 su Repubblica.

Pochi giorni dopo, a novembre, un nuovo colpo di scena. Durante l’udienza preliminare nel filone milanese dell’inchiesta, la Lega non chiede più i danni per truffa, spiazzando anche l’allora governatore della Lombardia, Maroni, che aveva incaricato l’avvocato Domenico Aiello per chiedere i danni agli imputati leghisti.

Il crollo del patrimonio della Lega  

Inoltre, notano i due giornalisti studiando i bilanci del partito, sotto la segreteria Maroni la Lega registra una perdita di 10,7 milioni di euro nel 2012 e 14,4 milioni nel 2013, ufficialmente a causa di un calo dei rimborsi elettorali e delle donazioni dei privati. Allo stesso tempo, però, nonostante i dipendenti stessero diminuendo, si registrava un aumento dei costi, soprattutto per la voce relativa alle spese legali tra il 2012 e il 2014 quando Maroni affida allo studio AB di Domenico Aiello la consulenza legale del partito.

Aiello aveva incarichi anche in una banca altoatesina, la Sparkasse di Bolzano. Il presidente del Cda della banca era Gerhard Brandstatter, co-fondatore nel 2011 insieme ad Aiello proprio dello studio AB al quale Maroni aveva affidato la consulenza legale del partito. Proprio presso la Sparkasse, in quel periodo, la Lega Nord apre un conto “easy business” e un conto deposito in cui vengono depositati alcuni milioni di euro per – scrivono Tizian e Vergine – “mettere al sicuro il patrimonio del partito, dalle cordate bossiane e forse anche dai giudici”.

Durante la segreteria Salvini, il patrimonio diminuisce ancora, passando da 13,1 a 6,7 milioni. I soldi vengono trasferiti alle sedi locali della Lega (13 in tutto). Alla vigilia di Natale, ricostruiscono i due giornalisti, la sezione della Lombardia era diventata titolare di 2,9 milioni di euro depositati in conti correnti bancari e postali. Alla fine del 2016, la Lega si ritrova con una liquidità di 165mila euro mentre le sezioni locali avevano a disposizione 4,3 milioni di euro. Di questi soldi la procura di Genova, prima che il tribunale bloccasse il sequestro, era riuscita a congelare 2 milioni di euro. Che fine avevano fatto i restanti 2,3 milioni si chiedono i giornalisti in chiusura dell’articolo? Sono stati spesi nel 2017 o sono stati trasferiti sui conti del movimento “Noi con Salvini”, che però all’epoca non aveva mai pubblicato un bilancio?

In una dichiarazione rilasciata all’inizio di gennaio, Matteo Salvini affermava che sul conto corrente della Lega c’erano appena 15mila euro. Il 3 aprile 2018, Tizian e Vergine pubblicano un nuovo articolo dal titolo “Caccia ai soldi della Lega” in cui provano a ricostruire l’utilizzo dei fondi del partito durante le segreterie di Maroni e Salvini. I due giornalisti spiegavano che la Lega aveva acquistato obbligazioni di alcune delle più famose banche e multinazionali, contravvenendo una legge del 2012 che vieta ai partiti politici di investire denaro in strumenti finanziari diversi dai titoli di Stato dei paesi dell’Unione europea, e aveva utilizzato una onlus, l’associazione “Più Voci”, ricevendo finanziamenti da diverse aziende che poi girava a società controllate dal partito. Quest’associazione era stata creata da tre commercialisti molto vicini all’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nell’ottobre 2015, nel pieno, quindi, del processo per truffa nei confronti di Umberto Bossi e Francesco Belsito.

E allora si chiedono i giornalisti de L’Espresso: “perché la Lega ha investito soldi violando una legge dello Stato? E come mai i finanziamenti delle imprese sono arrivati sui conti di una sconosciuta associazione no profit invece che su quelli ufficiali?”

La segreteria Maroni e l’acquisto di obbligazioni societarie

Il 16 maggio del 2012, un mese e mezzo dopo le dimissioni di Bossi da segretario federale, la Lega apre un conto corrente presso la filiale Unicredit di Vicenza e avvia una girandola di bonifici e giroconti che, scrivono Tizian e Vergine, porterà negli anni al prosciugamento delle risorse finanziarie leghiste registrate sul conto nazionale. Nel giro di 6 mesi viene spostata su questo conto parte del denaro depositato presso altre banche per un totale di 24,4 milioni di euro.

Di questi, una decina sparisce quasi subito, tramite “prelievi in contanti, pagamenti non meglio specificati, investimenti finanziari, trasferimenti sui conti delle sezioni locali del partito, bonifici a favore di società di capitali controllate dalla stessa Lega come Pontida Fin (ndr del cui patrimonio faceva parte l’immobile di via Bellerio), Media Padania ed Editoriale Nord”.

A gennaio 2013, come detto in precedenza, viene aperto un nuovo conto corrente presso la Sparkasse, dove arrivano “4 milioni di titoli finanziari e 6 milioni di liquidità”. La maggior parte di questo denaro viene usato per finanziare la campagna elettorale di Maroni alla presidenza della regione Lombardia. Altri fondi vengono destinati alle sedi locali del partito e, nuovamente, a società di capitali controllate dalla Lega: Radio Padania (250mila euro), Editoriale Nord (600mila), Pontida Fin (206mila) e Fin Group (360mila).

“Una volta prosciugato il conto Sparkasse, si torna a puntare tutto su Unicredit”, proseguono Tizian e Vergine. Nel dicembre 2013, la Lega era titolare di titoli per 11,2 milioni di euro: due terzi erano buoni del tesoro italiani, il resto obbligazioni societarie e “380mila euro investiti in un derivato, un titolo basato sull’andamento del Ftse Mib, il principale indice azionario della Borsa di Milano”.

La segreteria Salvini e la creazione dell’associazione “Più Voci”

La strategia non cambia quando diventa segretario Matteo Salvini. Alcuni documenti, risalenti a maggio 2014, dicono che il neosegretario aveva investito soldi del partito in obbligazioni societarie, “nello specifico 1,2 milioni di euro su Mediobanca, Gas Natural e Arcelor Mittal” (la società che ha comprato l’Ilva di Taranto). Inoltre, aggiungono i due giornalisti de L’Espresso, in quei mesi (tra dicembre 2013 e maggio 2014) il patrimonio crolla, passando da 14,2 a 6,6 milioni. Cosa era successo?

Nell’ottobre 2015, sotto la segreteria Salvini, tre commercialisti lombardi, che l’attuale ministro dell’Interno ha voluto al suo fianco nel nuovo partito, fondano l’associazione “Più Voci”. Si tratta di Giulio Centemero, neodeputato e attuale tesoriere della Lega, Alberto Di Rubba, revisore legale del gruppo al Senato, e Andrea Manzoni, direttore amministrativo del gruppo parlamentare leghista alla Camera.

Nonostante non avesse pubblicizzato alcuna attività politica o sociale, a pochi mesi dalla nascita sul conto dell’associazione transitano 313mila euro. “Soldi – scrivono Tizian e Vergine – che entrano, fanno una sosta e poi ripartono per altri lidi. O meglio verso altri conti intestati a società della galassia leghista: aziende in cui i commercialisti preferiti da Salvini hanno incarichi di rilievo”.

Tra metà dicembre 2015 e i primi mesi del 2016, sul conto della onlus vengono versati due bonifici per un totale di 250mila euro e con la causale “classica usata per i contributi ai partiti: ‘erogazione liberale’”. I versamenti sono disposti dalla Immobiliare Pentapigna, il cui titolare al 100% delle azioni è Luca Parnasi. L’immobiliarista non ha mai risposto alle domande de L’Espresso che chiedeva per quale motivo avesse versato quei soldi a un’associazione semi sconosciuta. Anzi, scrivono sempre Tizian e Vergine in un altro articolo pubblicato dopo l’arresto dell’imprenditore, in un’intercettazione Parnasi si mostra agitato per l’inchiesta de L’Espresso.

Oltre a Parnasi, anche Esselunga, la catena di ipermercati della famiglia Caprotti, dona nel 2016 40mila euro con la causale “contributo volontario 2016”. Alle domande del settimanale, la società ha risposto che “quella cifra «è stata destinata a Radio Padania nell’ambito della pianificazione legata agli investimenti pubblicitari su oltre 70 radio»”. Ma perché le aziende non versano il loro contributo direttamente alla Lega o a Radio Padania? E perché parlare di erogazioni o contributi volontari se si trattava di pubblicità?, si domandano Tizian e Vergine. A questi interrogativi nessuno dei protagonisti, sia del partito che delle aziende, hanno voluto rispondere.

Come avveniva con Maroni, con i fondi depositati su Unicredit, i soldi versati da queste società a “Più Voci” sono stati subito girati alle società di capitali del gruppo leghista. In quattro mesi, 265mila euro finiscono alla cooperativa Radio Padania e 30mila alla Mc srl, società leghista che controlla il giornale online Il Populista, il cui amministratore unico, in entrambi i casi, è proprio Giulio Centemero, tesoriere della Lega e co-fondatore dell’associazione “Più Voci”. Insomma, scrivono Tizian e Vergine, “l’operazione ha tutta l’aria di essere una partita di giro”.

Alcuni mesi dopo, Centemero ha dichiarato che i soldi non servivano a finanziare la campagna elettorale della Lega, ma a sostenere l’informazione realizzata dai suoi media senza specificare però i nomi e importi dei donatori per «la normativa delle associazioni e la riservatezza dei dati richiesti».

In una diretta Facebook, a fine marzo, Matteo Salvini aveva minacciato di querelare L’Espresso commentando l’anticipazione dell’articolo pubblicato il 3 aprile. Ad oggi, però, il settimanale non ha ricevuto notizie di querela.

Da Bergamo al Lussemburgo: alla ricerca dei soldi della Lega

Nei mesi successivi Tizian e Vergine cercano di seguire i percorsi dei soldi transitati per l’associazione “Più Voci”. Dai loro articoli emerge una rete che parte da Bergamo e porta fino in Lussemburgo, attraverso una fitta ragnatela che passa per la Lega, “Più Voci”, Dea Consulting (lo studio di commercialisti di Di Rubba e Manzoni), diverse società registrate presso questo studio, e che trova il suo filo rosso nelle figure di Centemero, Di Rubba e Manzoni.

Ai primi di giugno i due giornalisti pubblicano due articoli in cui ricostruiscono i profili dei tre fondatori di “Più Voci” e tracciano la rete di società che fanno capo a loro.

I legami tra i tre, che – come detto – ricoprono incarichi importanti all’interno della Lega, sono molto stretti e risalgono ai primi anni 2000 durante gli anni universitari alla Facoltà di Economia e Commercio all’università di Bergamo. “Un trio al cui vertice c’è proprio il neodeputato e tesoriere”, scrive L’Espresso, e che gestisce “decine di società con base in via Angelo Maj (ndr a Bergamo), nuovo quartier generale delle finanze leghiste, sette delle quali controllate – attraverso delle fiduciarie italiane tra i cui soci c’è anche un’anonima impresa svizzera – da una holding lussemburghese che fa capo a un’altra fiduciaria”.

Via Angelo Maj risulta essere il crocevia di questa rete. È contemporaneamente la sede di “Più Voci”, di Dea Consulting e di altre sette società di cui è praticamente impossibile risalire ai proprietari e tracciare l’origine dei capitali ma la cui unica certezza è che sono registrate presso lo stesso studio bergamasco.

Tutte le azioni delle sette società, fondate tra il 2014 e il 2016, (dopo l’elezione di Salvini a segretario e la nomina di Centemero a tesoriere del partito, evidenziano Tizian e Vergine), sono detenute dalla Seven Fiduciaria di Bergamo, controllata a sua volta da un’altra impresa bergamasca, la Sevenbit. La maggioranza delle quote (il 90%) della Sevenbit è in mano a una società lussemburghese, la Ivad Sarl, fondata nel 2008 dal presidente del consiglio di amministrazione della stessa Sevenbit, Angelo Lazzari.

A sua volta, la società lussemburghese ha un proprietario ufficiale, la Prima Fiduciaria, specializzata nella creazione di fondazioni anonime. Tra i suoi azionisti c’è un’altra società lussemburghese, la Arc advisory company, fondata nel 2006 sempre da Lazzari. Non è possibile, però tracciare l’origine dei capitali perché il socio di controllo della Arc advisory company è la Ligustrum, una società immobiliare svizzera, con base a Lugano, le cui azioni sono intestate al portatore (cioè non indicano chi è il loro titolare). Alle domande de L’Espresso, Centemero, Di Rubba e Manzoni hanno risposto che non c’è nessun legame né diretto né indiretto tra queste società e la Lega.

Ma, proseguono Tizian e Vergine, due di queste società sono amministrate rispettivamente da Centemero e Manzoni, scelto anche per guidare la Fin Group, braccio finanziario della Lega, la cui sede è stata spostata da via Bellerio proprio in via Angelo Maj.

I punti in comune tra Lega, Di Rubba, Centemero e Manzoni e queste società non si fermano qui. Il procuratore speciale della Seven Fiduciaria è il padre della ex titolare della Dea Consulting, il notaio che ha registrato le 7 società, Alberto Maria Ciambella, è lo stesso che ha firmato i rogiti attraverso i quali Salvini ha destinato parte del patrimonio della Lega alle sedi locali del partito, Di Rubba è diventato presidente di Lombardia Film Commission, consigliere d’amministrazione di Radio Padania e amministratore unico di Pontida Fin, la cassaforte immobiliare del partito, l’unica azienda con un patrimonio rilevante, e ha venduto il 6% della Arti Group Holding (inizialmente pagato 10mila euro) per 1,1 milione di euro a Marzio Carrara, a sua volta titolare della Cpz, una grande tipografia bergamasca, diventata fornitrice di punta del partito dopo l’elezione di Salvini a segretario federale. Centemero non ha voluto rispondere ai due giornalisti de L’Espresso che gli chiedevano quanto aveva incassato Cpz dalla Lega, “giustificando la scelta con il rispetto della normativa sulla privacy e gli obblighi di riservatezza sui dati economici sensibili”.

Sempre in via Angelo Maj, infine, ha sede “Non solo auto”, un’impresa che noleggia automobili, di proprietà di Manzoni e Di Rubba, fondata nel 2015 e capace di fatturare in 2 anni 268mila euro. Alla richiesta di conoscere il fatturato relativo alle commesse della Lega, Manzoni e Di Rubba non hanno risposto “per evidenti motivi di privacy e commerciali” e hanno negato ogni conflitto di interessi perché non ricoprono alcun incarico politico per il partito. Si tratterebbe, dunque, di questioni private. Gestite però da professionisti con ruoli pubblici in Parlamento, concludono Tizian e Vergine.

Foto in anteprima via Leonardo.News

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/lega-50-milioni-indagini-truffa/

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