Caldo e guerra: il caso Siria non ci ha insegnato nulla

Tutta la regione mediorientale e nordafricana (Middle East and North Africa region, MENA) è vista come zona omogenea relativamente alle conseguenze del surriscaldamento globale: riduzione delle piogge, infiltrazione salina e aumento del livello del mare, limitate risorse idriche per uso umano e agricolo, in gran parte legate al raccogliersi nel sottosuolo dell’acqua piovana. La sicurezza alimentare è a rischio in quella che è la regione al mondo più dipendente dall’importazione di cibo. La regione è segnata dalla forte presenza dei cosiddetti “colli di bottiglia” (chokepoints) nelle vie di approvvigionamento e trasporto che la rendono particolarmente vulnerabile.

Zone morte

Un report del think tank inglese Chatham House ha evidenziato come il mutamento climatico renda particolarmente vulnerabile la regione aumentando il rischio globale con l’aumentare del livello di pressione su un piccolo numero di chokepoints: il Canale di Suez, gli stretti turchi, lo Stretto di Hormuz che divide la penisola arabica e l’Iran unendo il mare di Oman e il Golfo Persico e lo Stretto di Bab al-Mandbab che mette in collegamento il Mar Rosso con l’Oceano Indiano, attraverso il Golfo di Aden. Le vulnerabilità strutturali dei Paesi più poveri dell’area aumentano e amplificano le potenziali conseguenze di una possibile interruzione o blocco di questi collo di bottiglia («chokepoint disruptions»): considerata la quantità di cibo che vi transita un’interruzione avrebbe ripercussioni globali tanto sull’aumento dei prezzi quanto sull’approvvigionamento locale.

Anche le aree del Golfo non sono immuni da rischi. Qualora una di queste tre zone critiche chiudesse, non esisterebbero alternative al passaggio di cibo, in particolare la chiusura o il collasso dello stretto di Hormuz avrebbe conseguenze drammatiche per il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti che vi affidano oltre l’80% delle loro importazioni di grano.

Un’area, quella del Golfo, che secondo gli studi di Elfatih Eltahir, del MIT, può rapidamente raggiungere il punto critico (tipping point) di temperatura letale per gli esseri umani, stabilita in un’esposizione prolungata 46gradi centigradi con oltre il 50% di umidità. Nel luglio 2015, la città di Māhshahr, in Iran è andata, anche se solo per pochi minuti, ben oltre quella soglia toccando 46 gradi e un’umidità del 90%.

Prospettive di collasso

Nell’ottobre 2003, un documento commissionato dal Pentagono prevedeva un possibile e repentino raffreddamento del pianeta dopo una rapida fase in cui le temperature medie del pianeta si sarebbero innalzate. Peter Schwartz e Dough Randall, autori di An abrupt Climate Change Scenario and its implications for United States Security,[iii] ci hanno avvisati: si tratta di immaginare l’impensabile («to imagine the unthinkable») cercando di esplorare le conseguenze che un cambiamento climatico improvviso avrebbe sull’ambiente geo-politico, portando conflitti, battaglie, lotte per la sopravvivenza locale e guerre in conseguenza del decremento della produzione agricola netta globale, riduzione della disponibilità di acqua dolce di qualità in zone dove siccità o inondazioni hanno stravolto l’equilibrio idrico, dissesto energetico dovuto all’innalzamento del mare.

C’è un termine, capacity carrying, che descrive bene il processo in atto. Letteralmente, significa capacità di carico, di tenuta. Tecnicamente, è la capacità di un ambiente e delle risorse che vi si trovano di sostenere un determinato numero di individui.

L’archeologo di Harvard Steve LeBlanc ha descritto il rapporto tra la carrying capacity e la guerra, giungendo a affermare che gli esseri umani combattono quando superano la capacità di tenuta e carico del proprio ambiente naturale. Quando la fame incombe, la fame non dà scelta e tra il rimanere affamati e combattere gli uomini scelgono di combattere.

Questo anche nelle società complesse che, però, grazie a innovazione, tecnologia e alla struttura politica che si danno operano un mutamento nella logica della guerra. Una svolta che LeBlanc individua negli ultimi tre secoli: anche se è cresciuto il numero dei genocidi, gli Stati avrebbero ridotto il numero complessivo delle vittime nelle loro guerre. Questo seguendo una logica che ha portato dall’uccidere tutti i nemici, all’ucciderne quanto basta per poi ricondurre il resto della popolazione al servizio di una nuova espansione economica.

In termini generali, questo processo ha comportato meno violenza, poiché, stando alle ricerche di LeBlanc, a provocare il maggior numero di morti e un più intenso tasso di violenza non sarebbero le battaglie strutturate, ma gli atti di razzia e scorreria tipici delle società non statuali o di ordinamenti dove non vige alcun monopolio legittimo della violenza. Un improvviso stravolgimento climatico, lasciavano già intuire Peter Schwartz e Dough Randall, avrebbe ripercussioni sull’equilibrio globale e riporterebbe l’umanità alla condizione di guerra permanente dove il nemico privato (inimicus) non si distingue più dal nemico pubblico (hostis) e viceversa. «Once again warfare would define human life», scrivono Peter Schwartz e Doug Randall

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/07/25/caldo-e-guerra-il-caso-siria-non-ci-ha-insegnato-nulla/147691/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *