Sgomberi e occupazioni tra tutela della proprietà privata e disagio abitativo. Le ragioni di un fenomeno complesso

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Gli sgomberi di Sesto San Giovanni e Roma (4 minuti)
La circolare di Salvini (4 minuti)
Occupazioni, immobili abbandonati, sfratti: cosa dicono i dati e cosa (non) è stato fatto finora (7 minuti)
Le ragioni di un fenomeno complesso (5 minuti)

«Quando sono arrivata a Roma 15 anni fa, l’occupazione era l’unica soluzione per me», racconta a Repubblica, Ayat, originaria del Marocco, da 15 anni in Italia. Ayat vive in un ex deposito dell’aeronautica militare all’inizio di via Ostiense, in via del Porto Fluviale, a Roma, occupato dal giugno 2003 da 200 nuclei familiari. Oggi sono una sessantina, provenienti da diverse aree del mondo, Nord-Africa, Sud-America, Europa Orientale. Ci sono anche italiani. «Abbiamo trasformato i magazzini in case – dice Danilo a Il Manifesto – il cortile in spazio pubblico aperto al quartiere. Vogliamo smettere di essere occupanti, vogliamo case pubbliche non di nostra proprietà dove paghiamo l’affitto sociale». Gli alloggi sono stati realizzati ai piani superiori, utilizzando materiali leggeri per i tramezzi, tutti hanno un bagno allacciato alla fognatura. Gli spazi al piano terra ospitano una sala da the, una ciclofficina, una sartoria, una cucina comune. Sui muri esterni, un murales dello street artist Blu, che per due anni ha vissuto nell’occupazione per portare a termine l’opera.

via Dinamo Press

Danilo spiega come tante persone provenienti da parti così diverse del mondo si siano conosciute risolvendo problemi concreti come “la separazione delle acque nere dalle acque chiare. Oppure il problema dell’elettricità e quello della prevenzione degli incendi. Le stanze, ricavate attraverso un’attenta pianificazione degli spazi, modificabile in base alla composizione dei nuclei familiari, sono il prodotto di un pensiero collettivo. A cominciare dalla scelta dei materiali, dallo studio della statica dell’edificio”. «Quindici anni fa erano solo ex magazzini militari abbandonati. Ma oggi, tra laboratori per bambini e la sala da tè e una ciclofficina, possiamo dire che questo posto è una risorsa per tutto il quartiere e per la città intera. Una risorsa che abbiamo costruito insieme», dice Luca Fagiano, del Movimento per il Diritto all’Abitare, a Roma Today. «Stando insieme siamo molto cresciuti: ora abbiamo un forte spirito sociale e pensiamo che questo ex magazzino debba subire una trasformazione esemplare per tutto il quartiere», aggiunge al Corriere della Sera Roberto Suarez, 43enne peruviano, facchino d’albergo e studente di Sociologia all’università.

L’occupazione di via del Porto Fluviale è stata la prima tappa di R/Home Tour, un viaggio in pullman per Roma facendo sosta in alcune occupazioni romane, organizzato lo scorso luglio dai Blocchi precari metropolitani, dal Coordinamento cittadino di lotta per la casa, il neo-direttore del Macro e ideatore del Museo dell’Altro e dell’Altrove (Maam) nell’occupazione Metropoliz, Giorgio De Finis. Insieme a loro giornalisti, docenti universitari, artisti e il vicesindaco del Comune, Mario Bergamo.

Il tour ha toccato altre occupazioni che, dopo la circolare inviata alle Prefetture dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini per velocizzare gli sgomberi, rischiano di essere evacuate, come Spin Time (uno stabile ex sede dell’INPDAP e poi di proprietà di Bankitalia, occupato da Action dal 2012, presentato come esempio di auto-organizzazione alla Biennale dello Spazio Pubblico nel 2017 da studenti e ricercatori dell’Università di Roma Tre, coordinati dalla professoressa Chiara Tonelli) tra l’Esquilino e San Giovanni, e “il grande ghetto”, un’ex fabbrica di penicillina su via Tiburtina, a san Basilio, alla cui inaugurazione nel 1950 fu invitato sir Alexander Fleming e dove vivono 500 persone provenienti da diverse parti del mondo. E con loro, il patrimonio di storie e di prassi politiche che portano con sé, come spiega a Il Manifesto Carlo Cellamare, professore di urbanistica alla Sapienza: «Dal lago della Snia Viscosa a Metropoliz, il ruolo dell’autorganizzazione è storico e importantissimo. È un patrimonio prodotto dalle lotte che producono più politica pubblica delle amministrazioni. Bisogna allearsi con queste forze sociali per ripensare la città. Non sono un pericolo pubblico da sgomberare per difendere il diritto di proprietà, ma un alleato per creare un nuovo diritto».

#urbanexperience nel #rhometour esplora le occupazioni a scopo abitativo di Porto Fluviale Occupato , #provincie…

Pubblicato da Carlo Infante su Domenica 8 luglio 2018

«Una soluzione ci deve essere per forza, per 15 anni di emergenza abitativa voi non avete risolto il problema, dovete pure buttare la gente fuori? No. Allora, facciamo una trattativa. Noi lasciamo il posto, ma voi cosa ci darete? Cosa fate per noi?» chiede Ayat. E queste sono le domande anche di altre persone incontrate lungo il tragitto occupazione per occupazione: Saliha, cittadina tunisina da 25 anni in Italia, approdata all’occupazione da parte dei Blocchi Precari Metropolitani (Bpm) di una sede dell’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica (INPDAP) in viale delle Province, rimasto vuoto per dieci anni fino al 2002; Anna, commerciante italiana finita all’occupazione di Casal Boccone, una ex residenza geriatrica, dopo aver perso il lavoro; Hassan, rifugiato sudanese, giunto a Metropoliz, ex salumificio Fiorucci sulla via Prenestina, ceduto nel 2003 alla famiglia Salini per quasi 7 milioni di euro per farci un maxi-condominio e occupato, cadente, nel 2009, mentre i lavori erano fermi in attesa della variante al piano regolatore giunta dieci anni dopo, il 20 marzo 2013. Per l’occupazione di Metropoliz, che ospita il MAAM (il Museo dell’Altro e dell’Altrove), lo Stato e il ministero dell’Interno sono stati chiamati a risarcire i proprietari per quasi 28 milioni di euro.

«Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere», aveva dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Eugenio Albamonte subito dopo lo sgombero di via Curtatone a Roma lo scorso anno. In una recente intervista a Repubblica, l’assessore alle Politiche sociali della giunta Raggi, Laura Baldassare, ha però proposto una «terza via agli sgomberi. Speriamo di poter liberare gli immobili con azioni soft e non cruente. La nostra filosofia non è l’uso della forza, ma il dialogo e la negoziazione. Gli interessi dei privati, proprietari dei palazzi occupati, e i diritti umani di chi li abita vanno entrambi tutelati».

Intanto, però, subito dopo la circolare Salvini, ci sono stati i primi due sgomberi in tre giorni, uno a Sesto San Giovanni, l’altro a Roma.

Gli sgomberi di Sesto San Giovanni e Roma

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Il 4 settembre, all’alba, a Sesto San Giovanni, decine di agenti e militari si sono presentati in piazza Don Mapelli per sgomberare l’ex sede dell’Alitalia occupata pochi giorni prima da 200 persone del residence sociale “Aldo dice 26×1”. Al momento dello sgombero erano presenti nel palazzo alcune decine di persone, tra cui altri 25 bambini. Poco dopo sono arrivati anche altri attivisti del collettivo provenienti dalla sede di via Oglio.

Via Oglio 8, a Milano, è stata fino a sabato 1 settembre, per oltre un anno e mezzo, la sede del residence sociale “Aldo dice 26×1” che dal 2014 a Milano si occupa di persone in emergenza abitativa e, scrive Francesco Floris su Redattore Sociale, secondo l’ultimo censimento condotto ad agosto, ospita quasi 60 nuclei familiari (184 persone fra italiani e stranieri, 72 bambini). Da un anno e mezzo, infatti, il residence sociale aveva preso possesso nel sud-est della città di uno studentato mai finito di costruire a causa del fallimento del consorzio di cooperative “Virgilio” che stava effettuando i lavori all’interno. Ad agosto è stato comunicato loro di lasciare lo stabile entro il 6 settembre perché la società A2A, partecipata del Comune che a Milano distribuisce gas ed energia elettrica, avrebbe tagliato la fornitura, dopo che una cordata di tre imprenditori lo aveva acquistato all’asta per 3,5 milioni di euro per farne, sembra, una casa dello studente a prezzi calmierati per gli universitari fuori sede di Milano. Gli occupanti hanno scelto di andarsene spontaneamente, avviando però una trattativa con il Comune per uno “sgombero soft” e deciso di occupare l’ex palazzo dell’Alitalia, a Sesto San Giovanni, dove erano già stati nel 2016, prima di essere mandati via perché si disse che la proprietà aveva un piano di riqualificazione, poi mai attuato.

Lo sgombero è arrivato dopo che il sindaco di Sesto, Roberto di Stefano, di Forza Italia, sabato scorso aveva chiesto l’intervento del ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Dopo l’evacuazione, di Stefano ha ringraziato su Facebook Prefetto, Questore e forze dell’ordine “per la rapidità con cui hanno applicato la nuova circolare del Ministro Salvini. Sicurezza e legalità sono la priorità per la nostra amministrazione”.

Una coordinatrice di “Aldo dice 26×1”, Laura Boy, si è detta sorpresa dello sgombero: «La trattativa con il Comune è in corso, ma per ora si è provveduto a cercare una sistemazione solo per le famiglie con fragilità, che sono solo un terzo del totale. Noi invece vogliamo trovare un tetto per tutti».

Il giorno dopo le famiglie del residence sociale hanno occupato la torre di via Stephenson, uno dei palazzi di Ligresti, alla periferia nord-ovest di Milano. L’area era interessata dalla realizzazione di un centro direzionale con torri residenziali e uffici, ma il progetto non è mai stato portato a termine. La terza torre, costruita alla fine degli anni Ottanta, come altri edifici della zona, è rimasta vuota e abbandonata. Il 6 settembre, il collettivo di occupanti ha consegnato simbolicamente le chiavi alla consigliera del municipio 4, Rossella Traversa, in modo da consentire alla nuova proprietà di entrare nell’edificio ed iniziare i lavori.

Quelli di Aldo oggi lasciano formalmente via Oglio 8. Hanno voluto consegnare a me (come consigliera di centrosinistra…

Pubblicato da Rossella Traversa su Giovedì 6 settembre 2018

Tre giorni dopo, a Roma, uomini e mezzi delle forze dell’ordine e della polizia locale del Campidoglio si sono presentati in via Raffaele Costi, alla periferia est, per evacuare un palazzo occupato da circa 5 anni da un centinaio di persone rom e nigeriane. Tra loro anche una trentina di bambini e alcuni anziani.

Quando si sono presentate le forze dell’ordine, all’interno del palazzo c’erano 40 persone, trasferite con due pullman in Questura per essere identificate. Una buona parte degli occupanti aveva già lasciato spontaneamente lo stabile mentre i servizi sociali del Campidoglio si sono attivati per proporre soluzioni abitative alternative alle persone con fragilità.

«Sono entrati alle 8 del mattino spaccando le porte e non dandoci neanche il tempo di prendere le nostre cose. Non hanno pietà per nessuno, neanche per i nostri bambini. Come faranno ora ad andare a scuola?», racconta uno degli occupanti a Repubblica. «Hanno offerto una sistemazione solo a donne e minori, ma non vogliamo separarci. Preferiamo vivere in strada ma insieme. Ci trattano come cani, ma noi siamo persone non animali». «Io rimango qui perché non so dove andare, metterò un materasso qui sul prato per dormire», spiega un altro occupante di origine irachene da 3 anni nel palazzo sgomberato con sua moglie e le sue due figlie. «Abbiamo rifiutato – aggiunge – la sistemazione in casa famiglia, che è stata offerta a donne e bambini, perché non ci vogliamo separare».

Lo sgombero è stato ordinato dalla Procura in seguito a una denuncia per occupazione abusiva di un immobile di proprietà privata. L’area sarà bonificata mentre il proprietario dello stabile dovrà occuparsi della vigilanza dell’edificio per evitare che venga occupato nuovamente. Il palazzo di via Costi, al centro di una vicenda giudiziaria per finti permessi, si trova all’interno di una zona di capannoni industriali ed era valutato il più a rischio per le precarie condizioni igienico sanitarie, spiega ancora Repubblica. Lo stabile era circondato da una discarica. Lo scorso anno quei rifiuti avevano preso fuoco danneggiando l’immobile occupato. La polizia era intervenuta per mettere sotto sequestro il palazzo intimando agli occupanti di non rientrarvi. Per due giorni e due notti, racconta Federica Borlizzi dell’Associazione Alterego, le persone hanno dormito per strada per poi decidere di rioccupare il palazzo.

Dopo quell’episodio gli abitanti dello stabile avevano scritto una lettera alla sindaca Virginia Raggi chiedendole un confronto per trovare possibili soluzioni, ma non è arrivata mai nessuna risposta. Fino allo sgombero di ieri.

PUBBLICHIAMO NUOVAMENTE LA LETTERA DEGLI OCCUPANTI DI VIA RAFFAELE COSTI (AL MOMENTO SOTTO SGOMBERO) ALLA SINDACA…

Pubblicato da Alterego – Fabbrica dei diritti su Venerdì 7 settembre 2018

La circolare di Salvini 

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Il primo settembre il Ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare sull’occupazione arbitraria degli immobili con l’obiettivo di rendere più tempestivi gli sgomberi, le cui procedure, si legge nel testo, sono ora troppo farraginose e inefficaci rispetto al perpetuarsi di occupazioni abusive di lunga data e anche più recenti. In altre parole, secondo il Viminale, le azioni intraprese finora non sono efficaci (“se non rispetto alle misure di natura preventiva rivolte a evitare nuove occupazioni”) e hanno esposto lo Stato a cospicui risarcimenti per la mancata tutela del diritto della proprietà, come lo scorso luglio, quando il Tribunale di Roma (sentenza 17319/2018) ha condannato il Ministero dell’Interno e la Presidenza del Consiglio dei Ministri a risarcire 28 milioni di euro la proprietà di un immobile occupato abusivamente dal 2009 (ndr l’ex stabilimento Fiorucci a Roma, come scritto in precedenza).

Per poter procedere agli sgomberi i Prefetti dovranno essere a conoscenza della situazione degli immobili, del loro stato e di chi li sta occupando. Per questo, i Servizi Sociali dei Comuni dovranno – anche in poco tempo – provvedere al censimento degli occupanti, in modo tale da poterli identificare, definirne il nucleo familiare e il reddito e accertarne le condizioni di regolarità e permanenza in Italia. Chi si troverà in condizioni di fragilità – cioè “privo della possibilità di soddisfare, autonomamente o attraverso il sostegno dei loro parenti, le prioritarie esigenze conseguenti alla loro condizione” – potrà avere diritto a una sistemazione alternativa. Gli altri, subito dopo lo sgombero, saranno spostati in strutture provvisorie di accoglienza “per il tempo strettamente necessario all’individuazione da parte loro di soluzioni alloggiative alternative” [ndr, corsivo nostro]. Solo dopo lo sgombero, si cercherà una soluzione e l’avvio di percorsi di inclusione sociali per quegli occupanti che sono stati ritenuti in una situazione di fragilità. Le soluzioni individuate dai Comuni non saranno negoziabili.

La circolare modifica le modalità esecutive degli sgomberi (definite nell’art. 11 del decreto legge n.14 del 2017 sulle “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, convertito nella legge n. 48 del 18 aprile 2017), indicate in un’altra circolare diffusa più o meno un anno fa dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, subito dopo lo sgombero di via Curtatone a Roma.

Rispetto alla circolare di Minniti, che prevedeva una mappatura degli immobili pubblici e privati inutilizzati in Italia e un piano nazionale per il riuso a fini abitativi, curati dall’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Conferenza delle Regioni e Agenzia dei beni confiscati alle mafie, e che prima degli sgomberi fossero individuate soluzioni abitative alternative per chi ne aveva diritto, quella di Salvini mira a velocizzare le procedure di sgombero rinviando, come già detto, solo in un secondo momento, l’individuazione di alloggi per chi si trova in situazioni di fragilità. Questo intervento, conclude infatti la circolare, si rende necessario per far sì che si eseguano gli sgomberi con “la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”. In sintesi, prima si sgombera, poi si vede.

Le critiche di ANCI, sindacati e assistenti sociali alla circolare

La circolare ha immediatamente suscitato le critiche di alcuni partiti di opposizione, del presidente dell’ANCI, Antonio Decaro, dei sindacati degli inquilini e degli assistenti sociali.

In un tweet, il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha definito una follia la nuova direttiva sugli sgomberi, senza prevedere soluzioni alternative, mentre il deputato di LeU, Stefano Fassina, ha sottolineato come “chi occupa illegalmente lo fa per disperazione: sono 50enni buttati fuori dal lavoro, morosi incolpevoli; sono giovani coppie con figli e lavori precari e sottopagati; sono persone senza alternative”. Sempre su Twitter, la replica di Salvini, che ha ribadito un concetto già espresso lo scorso 26 luglio rispondendo a un’interrogazione parlamentare in Senato: «Quello che muoverà la mia attività di Ministro è il fatto che la proprietà privata è un diritto intangibile e su questo lavoreremo anche con alcune modifiche normative alle quali stanno lavorando i miei uffici».

«Non c’è dubbio che la proprietà privata debba essere tutelata, ma accanto a questo diritto esiste quello altrettanto importante di avere una casa civile e con un affitto sostenibile in cui vivere. Su come rispettare questo diritto ad oggi non c’è alcun segnale da parte del Governo», ha commentato Daniele Barbieri, segretario del SUNIA (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari). «Dove sono le soluzioni alloggiative richiamate dalla circolare per sistemare le fragilità che dovrebbero essere sgomberate dalle occupazioni degli stabili privati? Quali sono le politiche abitative che il Governo intende adottare per allentare il disagio abitativo presente nel paese», dove ogni anno «si eseguono mediamente oltre 30.000 sfratti, per la stragrande maggioranza causati dalla morosità» e «nei prossimi tre anni si stimano altre 200.000 sentenze di sfratto per morosità», e «nelle graduatorie per le case popolari ci sono oltre 600.000 famiglie in attesa da anni di un alloggio il cui affitto sia compatibile con il proprio reddito»?

Perplesso anche Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali, secondo il quale “il testo della circolare presenta forti e numerose criticità per il merito e il metodo con cui è stata resa nota”. Nel metodo, è stata divulgata “senza consultare – come sarebbe stato doverosamente opportuno – gli attori istituzionali che operano professionalmente in materia di sgomberi”. Nel merito, “assegna ai Servizi sociali dei Comuni, e quindi alla figura professionale dell’assistente sociale, un ruolo che molto si avvicina a quello dell’agente di pubblica sicurezza, elemento questo del tutto incompatibile con i principi della professione e del codice deontologico”. Inoltre, “non si comprende quali siano le risorse ulteriori messe a disposizione delle comunità locali per rispondere alle esigenze delle persone vulnerabili e i minorenni coinvolti in queste situazioni”. Per questo, Gazzi ha aggiunto di voler coinvolgere il Garante nazionale infanzia e adolescenza e l’ANCI.

In un comunicato ufficiale l’Unione Inquilini ha definito “socialmente aberrante” il provvedimento, “una polpetta avvelenata per Regioni e Comuni”, che dovranno farsi carico dei censimenti, di dare assistenza alle famiglie e individuare da soli quali saranno i soggetti ritenuti fragili. In risposta alla circolare, il sindacato suggerisce ai Comuni di incrementare l’offerta di alloggi a canone sociale e propone all’ANCI e alla Conferenza delle Regioni di chiedere una sospensiva della circolare.

«Una circolare non può superare una norma. Se vogliono, devono fare un’altra legge o un decreto: questa è la terza circolare che riguarda i Comuni nel giro di poco tempo, ci aspettiamo almeno di essere sentiti. Il Viminale si dovrebbe occupare di questioni che riguardano il Viminale e non di questioni che competono all’autonomia dei Comuni», ha commentato proprio il presidente dell’ANCI, Antonio Decaro, facendo riferimento al decreto legge 14 dello scorso anno che regola l’esecuzione degli sgomberi. «C’è un decreto che prevede concertazione nell’ambito del comitato metropolitano per la sicurezza urbana nel quale si fa pianificazione degli sgomberi tra Prefettura, Comune, Regione e Forze dell’ordine individuando soluzioni alternative. La circolare, superando la normativa, dice che il Prefetto sgombera e poi il Comune pensa a una soluzione alternativa e ciò significa dover lavorare sull’emergenza». Il rischio, ha aggiunto Decaro, è che possano generarsi situazioni simili a quello dello sgombero in via Curtatone a Roma.

Occupazioni, immobili abbandonati, sfratti: cosa dicono i dati e cosa (non) è stato fatto finora

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Come detto, la circolare Minniti prevedeva la creazione di una cabina di regia per la mappatura degli immobili pubblici e privati inutilizzati in Italia e un piano nazionale per il riuso a fini abitativi. Della mappatura, ad oggi, non c’è nessuna notizia, scrive Sara Gainsforth su Dinamo Press. Questo non ha impedito, tuttavia, ad alcuni Comuni di iniziare a muoversi, come accaduto a Roma, ad esempio, dove, scrive ancora Gainsforth, il 20 ottobre 2017 Comitato Metropolitano di Roma (Comune e Prefettura) ha elaborato un protocollo operativo per procedere allo sgombero di 90 stabili occupati (64 con destinazione abitativa e 26 destinati a centri sociali o studentati), 53 di proprietà di enti pubblica e 31 di privati. Nel corso dell’estate, sempre a Roma, sono partiti i “censimenti delle criticità”.

Latitano anche ricognizioni su scala nazionale che consentano di avere un quadro ben definito del numero di occupazioni abitative, di chi occupa e delle condizioni sia degli stabili che degli occupanti. I dati sono rarefatti e, molto spesso, sono raccolti dai movimenti per la casa o da gruppi di ricerca accademici che si attivano su scala locale. Sempre a Roma, ad esempio, il Laboratorio di Progettazione Architettonica e Urbana del corso di laurea magistrale in Architettura – Progettazione Urbana dell’Università di Roma Tre, guidato dai ricercatori Francesco Careri e Fabrizio Finucci, ha avviato un progetto di mappatura del patrimonio immobiliare romano dismesso ed elaborato 11 progetti sperimentali in altrettanti edifici in disuso:

Durante la conferenza internazionale “City and Self-Organization”, tenutasi a Roma nel dicembre 2017, Chiara Cacciotti e Luca Brignone hanno presentato una mappa delle esperienze di autorganizzazione a Romana, “per meglio comprendere l’utilizzo dello spazio, la portata e i significati del fenomeno”.

Self-Organization in Rome: a map – Chiara Cacciotti, Luca Brignone

Nel loro complesso, le analisi statistiche a disposizione restituiscono un quadro che presenta, da un lato, una fascia importante di famiglie che vive in una situazione di disagio abitativo (come mostrato dal numero di persone che non riescono a sostenere i canoni di affitto e da quello degli sfratti, che seppure in calo rispetto agli anni precedenti, per il 90% sono dovuti a morosità incolpevole, cioè per incapacità a pagare l’affitto per diminuzione del proprio reddito) e, dall’altro, soluzioni inadeguate (basti pensare al numero delle case popolari, appena un terzo rispetto alle persone in disagio abitativo, alla presenza di circa 2,7 milioni di case vuote o in disuso perché in cattive condizioni o destinate a casa vacanze o seconda o terza casa). Negli anni scorsi il governo italiano ha creato un fondo immobiliare integrato (FIA) dedicato agli investimenti nell’edilizia popolare, la versione italiana del social housing, ma al momento questo fondo è poco utilizzato. Il FIA investe in fondi immobiliari locali per realizzare case a costi accessibili, destinate alle famiglie troppo ricche per avere diritto alle assegnazioni delle case popolari e troppo povere per accedere alle casa sul mercato immobiliare. Una formula che, però, scrive Rita Querzé sul Corriere della Sera, va registrata.

I dati Federcasa sulle case popolari

Lo scorso febbraio Federcasa, la federazione che associa 114 enti che si occupano di gestione del patrimonio di Edilizia di Residenza Popolare (ERP), ha mostrato alcuni dati sul disagio abitativo. Secondo le stime di Nomisma, l’ente di ricerca al quale la federazione ha affidato l’indagine, 1,7 milioni di famiglie in Italia hanno difficoltà a sostenere i canoni di affitto sul libero mercato (pari al 41,8% delle oltre 4 milioni di famiglie che vivono in affitto). Praticamente il doppio delle abitazioni di edilizia residenziale popolare esistenti, di poco superiori a 850mila. E le 700mila famiglie che abitano in una casa popolare sono appena 1/3 di quelle che si trovano in condizione di disagio abitativo.

Numeri che rispecchiano quanto emerso da una precedente ricerca del 2016 di Nomisma sempre per Federcasa. Le famiglie che versano oggi in una condizione di disagio abitativo, spiega il rapporto, “corrono un concreto rischio di scivolamento verso forme di morosità e di possibile marginalizzazione sociale”. E le risposte pubbliche “sono state fino qui complessivamente inadeguate”. La dotazione di edilizia pubblica è, infatti, del tutto insufficiente.

via Nomisma Federcasa

Le famiglie che vivono in una casa popolare risultano essere soprattutto italiane (circa l’88%), formate da persone sole o da due componenti, con un’età tendenzialmente alta (il 28,3% supera i 75 anni, il 19,6% è compreso tra 65 e 75 anni) e il reddito molto basso (il 44,4% guadagna in un anno meno di 10mila euro), e tendono a stabilizzarsi nelle case popolari per molto tempo: il 49% vive lì da oltre 20 anni, il 28% da oltre 30. Quasi il 40% delle richieste inevase riguarda nuclei familiari stranieri, il 34,5% famiglie con più di un componente, il 31,6% nuclei non anziani.

L’86% degli alloggi risultava regolarmente assegnato su tutto il territorio nazionale, il 14% era sfitto o occupato abusivamente. In particolare, secondo uno studio sempre di Federcasa del 2015, fino al 2013 risultava occupato abusivamente il 5,9% del totale degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. I dati, però, segnalano un’Italia divisa in due: il Nord con percentuali sotto il 2% e il Centro e il Sud sopra il 9%, anche se tra il 2003 e il 2013 c’è stato un incremento del 300% del numero di alloggi ERP al nord.

Ad alimentare l’occupazione delle case popolari è un vero e proprio commercio informale dello sfitto, scrivono Emanuele Belotti (dottorando in Urban Studies al Gran Sasso Science Institute) e Sandra Annunziata (docente a contratto di Urbanistica all’Università di Roma Tre) nel saggio “Governare l’abitare informale. Considerazioni a partire dai casi di Milano e di Roma” (Il Mulino). A Milano, secondo quanto appurato dalla Magistratura, oltre 10mila alloggi rimasti sfitti, in assenza delle risorse necessarie per la manutenzione, sono stati “aperti” e ceduti dietro tariffe di accesso da parte di gruppi informali dediti a questo “racket” a Quarto Oggiaro, Niguarda e San Siro. Spesso, in questi casi, la posizione degli occupanti viene regolarizzata attraverso periodiche sanatorie a livello regionale che, concludono i due ricercatori, finiscono involontariamente con l’incentivare questa prassi di occupazione.

Case vuote o sfitte. Il censimento dell’Istat

Risale al 2014, invece, il XV censimento generale delle popolazioni e delle abitazioni pubblicato dall’Istat. Tra il 2001 e il 2011 si è registrato un incremento del 13,1% degli edifici costruiti in Italia, pari a circa 14,5 milioni. Le abitazioni censite sono 31 milioni, di queste il 77,3% (poco più di 24 milioni) sono occupate da almeno una persona residente, il 22,7% (oltre 7 milioni) sono vuote o occupate da persone non residenti. La percentuale più elevata di abitazioni non occupate da persone residenti si trova in Valle d’Aosta (50,1%), Calabria (38,8%) e Provincia autonoma di Trento (37,1%). In gran parte si tratta di case vacanze o di seconde case di proprietà.

Il fenomeno delle case vuote o sfitte riguarda tutta l’Europa. Secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian nel 2014, ci sarebbero in Europa 11 milioni di case vuote, un numero più che sufficiente, commentava il quotidiano britannico, per ospitare i circa 4,1 milioni di senza tetto in Europa stimati dall’Unione europea (in Italia, secondo uno studio della Fondazione Abbé Pierre e della FEANTSA, la federazione europea delle organizzazioni nazionali che lavorano con gli homeless, ci sarebbero più di 50mila senza dimora in 158 città italiane: 12mila a Milano, quasi 8mila a Roma e quasi 3mila a Palermo). Stando ai dati raccolti dai principali istituti statistici nazionali, in Spagna all’epoca si contavano più di 3,4 milioni di abitazioni vuote, in Francia 2 milioni, in Germania 1,8 milioni, nel Regno Unito sono 700mila, in Italia 2,7 milioni. Stima, successivamente confermata dall’Istat al Sole 24 Ore, che all’epoca registrava la presenza di 2,4 milioni di seconde o terze case a disposizione (vuote, sfitte o comunque in disuso) e 400mila unità residenziali di nuova costruzione o in corso di costruzione.

Secondo il rapporto di Legambiente “Ecosistema Urbano 2017”, pubblicato lo scorso ottobre, il fenomeno delle case vuote ha proporzioni clamorose a Roma (dove ci sono oltre 120mila abitazioni non occupate), a Palermo (40mila case senza inquilini) e, in generale, nelle grandi città come Milano, Torino e Genova, dove ci sono in media tra i 30mila e i 40mila appartamenti deserti. Se si osservano i dati sulle case vuote in relazione al totale delle abitazioni presenti nei singoli Comuni la situazione in alcuni casi è sorprendente, come a Ravenna e Reggio Calabria, dove tra un quarto e un terzo delle abitazioni sono senza inquilini.

Proprio a Palermo, dove oltre a 40mila case vuote, ci sono 35mila famiglie sotto la soglia di povertà (126mila cittadini, pari al 18% della popolazione), estromesse dal libero mercato della casa e anche dalle case popolari (già assegnate oppure occupate da non aventi diritto ed eredi di vecchi assegnatari deceduti), il sindacato inquilini, i proprietari di casa e gli agenti immobiliari si sono stretti in un sodalizio per studiare interventi mirati e dare una risposta ai nuclei familiari sfrattati e senza alcun alloggio che vivono in auto o all’addiaccio. L’obiettivo è “raggiungere il pieno utilizzo degli alloggi disponibili e la ristrutturazione di interi isolati abbandonati o pericolanti nel centro storico” e sfruttare la normativa sul social housing per facilitare l’accesso alla proprietà o alla locazione di abitazioni alle famiglie a basso reddito, alle giovani coppie a basso o monoreddito, agli anziani e gli immigrati regolari”.

I dati del Ministero dell’Interno sugli sfratti

A questi dati si aggiungono poi quelli relativi agli sfratti, quasi 60mila lo scorso anno. A giugno 2018 il Ministero dell’Interno ha pubblicato i dati relativi al 2017. Dal documento emergono tre aspetti:

  • Su scala nazionale, nel 2017 i provvedimenti di sfratto sono calati del 6% rispetto al 2016. Ma guardando regione per regione, i dati raccontano altro. La geografia degli sfratti mostra, infatti, due tendenze opposte: flessioni anche cospicue al nord (-28% in Piemonte, -14% in Lombardia), esplosioni al sud, con un incremento dell’80% in Abruzzo, del 50% in Molise, del 47% in Sicilia, del 30% in Basilicata. Unica eccezione la Puglia, che ha visto un calo del 5%, ma con casi critici al suo interno, come la provincia di Lecce, con 2200 sfratti (il 6% in più rispetto all’anno precedente), quasi 6 al giorno: «Una bomba sociale», ha dichiarato il segretario provinciale del Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio), Alessandro Monosi.
  • Il 90% degli sfratti è stato causato da morosità e morosità incolpevole (ossia l’impossibilità di pagare l’affitto per perdita del lavoro, grave malattia invalidante o altre circostanze indipendenti dalla volontà dell’inquilino). A Trieste, ad esempio, riporta Il Piccolo, c’è stato un incremento di sfratti esecutivi per affitti non pagati. Il fenomeno riguarda sia italiani che stranieri, sia il privato che il pubblico. Persino l’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale, ha dovuto, suo malgrado, sfrattare per morosità.
  • Gli sfratti riguardano soprattutto la provincia italiana e i centri medio-piccoli e non le grandi città o i capoluoghi, come si potrebbe pensare. Sotto questo aspetto, Roma costituisce uno dei casi sporadici in controtendenza con 4754 nuovi sfratti rispetto ai 1361 della provincia.

Tuttavia, spiegano i ricercatori Emanuele Belotti e Sandra Annunziata, va precisato che l’Italia è il paese dell’Unione europea con i procedimenti di sfratto più lunghi. Questo, da un lato, ha consentito una permanenza delle famiglie in alloggi di proprietà privata nonostante non riuscissero a pagare più l’affitto, dall’altro, però, ha scaricato sui proprietari i costi (fiscali e non) delle morosità.

Le ragioni di un fenomeno complesso

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La tutela del diritto alla proprietà privata, i risarcimenti che lo Stato è stato costretto a pagare come accaduto diverse volte nel recente passato, le esigenze di chi occupa e di chi spesso si trova in situazioni di emergenza abitativa o di impossibilità ad accedere alle case popolari o a forme di edilizia agevolata o convenzionata. Le occupazioni chiamano in causa diverse istanze e rimandano alle questioni più ampie di come le città si stanno sviluppando e delle politiche dell’abitare. Come gestirle? Sono spazi tolti alla città dove gli occupanti fanno attività commerciali senza pagare, come sostenuto da alcuni, o soluzione informale all’emergenza abitativa, come affermano altri?

Quello delle occupazioni, spiega su Eticaeconomia Piero Vereni, antropologo dell’Università di Roma Tor Vergata, è un fenomeno complesso nella cui percezione si sovrappongono più aspetti. Le occupazioni possono essere definite in base alla proprietà dell’edificio (pubblica o privata), alla sua funzione originaria (abitazione o altro uso), alla sua finalità principale (centro sociale di servizi o uso abitativo). Ogni tipologia ha qualità peculiari e “fa eticamente differenza occupare appartamenti sfitti di proprietà pubblica per assegnarli informalmente a famiglie in emergenza abitativa, oppure occupare una ex scuola di proprietà privata per farci una palestra popolare o una galleria d’arte ad uso delle periferie”. A questo poi si aggiunge la coloritura politica dell’atto stesso di occupare, che affonda le radici nella storia delle lotte per la casa, quando fin dai primi anni Sessanta “la casa” era riconosciuta “come lo spazio di un diritto primario” e le forme di lotta erano identificate “come atti politici, anche quando comportano pratiche illegali come effrazioni e occupazioni”. L’atto di occupazione, scrivono Pierpaolo Mudu (geografo alla University of Washington – Tacoma) e Andrea Aureli (docente di antropologia culturale alla St. John’s University di Roma) in un numero speciale degli Annali del Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza della Sapienza Università di Roma, “sposta l’attenzione da soggetti di diritto a soggetti che si mettono al di fuori del sistema legale, nel momento in cui reclamano uno spazio preciso e rovesciano i meccanismi di appropriazione delle terre e delle case”.

In queste lotte, si sono consolidati comitati, coordinamenti e associazioni che organizzano e gestiscono le occupazioni, fino a diventare interlocutori diretti dei rappresentanti ufficiali delle istituzioni e a essere riconosciuti come soggetti politici. Attraverso forme di pressione e negoziazione con le istituzioni, aggiungono Emanuele Belotti e Sandra Annunziata nel loro saggio sulle occupazioni abusive a partire dai casi di Roma e Milano, i movimenti per il diritto all’abitare mirano a “stabilizzare” le occupazioni, in vista di una risoluzione della condizione informale che si può concludere con il rilascio dello stabile e l’assegnazione di una casa popolare agli occupanti in possesso dei requisiti e la regolarizzazione dell’occupazione attraverso pratiche di auto-recupero degli stabili. A Roma, queste prassi sono state possibili grazie a un lavoro continuo di negoziazione che ha portato anche alla realizzazione di documenti e protocolli come il Protocollo per l’Emergenza Abitativa del 1999 che prevedeva 170 miliardi di lire per gli acquisti di nuove case popolari e finanziamenti per altri sei progetti di auto-recupero e altri interventi in alcune periferie romane, la Deliberazione Programmatica sulle Politiche Abitative e sull’Emergenza Abitativa del 2005 che sblocca fondi e risorse per un piano di edilizia pubblica, convenzionata e sovvenzionata, il Piano Straordinario per l’Emergenza Abitativa del 2014.

I movimenti legati alle occupazioni (che da Cremona a Napoli, passando per Roma, Bologna, Genova e Milano, sono riusciti a darsi anche un coordinamento a livello nazionale sotto la sigla “Abitare nella crisi”), aggiungono Mudu e Aureli, “si sono resi protagonisti di centinaia di occupazioni di spazi abbandonati, coagulando uno stato di necessità esistente e agendo su tutta la rappresentazione sociale che ruota attorno alla casa (e alla sua occupazione)”.

Il sistema delle occupazioni a scopo abitativo, spiega ancora Vereni, si è connotato così nel tempo “come una forma alternativa di servizio di welfare, e come tale viene sempre più riconosciuto”. Negli anni, questo fenomeno è mutato sia dal punto di vista politico che sociale. La sua specificità politica, “storicamente della sinistra extraparlamentare, è oggi riconoscibile anche con un suo filone neo-fascista” (come mostra, ad esempio, l’occupazione di un edificio pubblico di CasaPound a Roma), mentre l’utenza delle occupazioni si è allargata anche agli immigrati e a famiglie della piccola borghesia impoverita dalla crisi: “nelle occupazioni attuali è quindi facile convivano sotto una dirigenza strettamente politica ceti medi e proletariato urbano, italiani e non italiani, mischiando lingue, religioni, prospettive sociali e posizionamenti politici”.

La risposta politica istituzionale e la rappresentazione mediatica, conclude l’antropologo, tendono però a ridurre la complessità della nuova composizione delle occupazioni (stranieri in bilico sociale, giovani in incipiente fase di ri-proletarizzazione, sotto-occupati cronici, disoccupati di primo pelo, anziani espulsi dal welfare, immigrati alla disperata ricerca di qualcosa che somigli a una normalità abitativa, madri single di diversa estrazione nazionale) a un “soggetto abusivo” indistinto che occupa alloggi pubblici a discapito dei legittimi assegnatari o invade proprietà private, “senza tener conto delle motivazioni, della storia, dell’urgenza, del tipo di immobile occupato, della proprietà dello stesso, del suo stato di conservazione, (…) del grado di violenza con cui l’occupazione ha avuto luogo, se limita un diritto altrui o se l’occupazione, paradossalmente, sia di fatto un’azione di riqualificazione territoriale”. L’appiattimento del discorso pubblico su retoriche di tipo “legalitario” finisce con il trattare come un’emergenza di ordine pubblico le questioni sull’abitare che le occupazioni sollevano.

In un’intervista al Guardian, Leilani Farha, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’abitare, ha specificato che «la casa dovrebbe essere vista come un diritto umano. Non come una merce». Negli ultimi anni, prosegue Farha, i capitali globali non regolamentati hanno contemporaneamente distorto i mercati immobiliari in tutto il mondo, aumentando i prezzi e le rendite a un livello tale da escludere ed espellere le famiglie povere e a medio reddito dalle loro prime abitazioni – e creato una condizione di precarietà abitativa senza precedenti. A Melbourne, in Australia, si legge in un rapporto dell’Onu del 2017, un’unità su cinque di proprietà è vuota, a Kensington, Londra, una posizione privilegiata per i ricchi investitori, il numero di case libere è aumentato del 40% tra il 2013 e il 2014. “Il ​​valore degli alloggi non è più basato sul loro uso sociale”, afferma il rapporto. “Le proprietà hanno ugualmente valore indipendentemente dal fatto che siano vuote o occupate. Quindi non c’è alcuna pressione per garantire che le proprietà siano vissute. Sono costruite con l’intenzione di accumulare valore, mentre, allo stesso tempo, il problema dei senzatetto rimane persistente”.

Cosa fare, dunque? In un commento scritto a quattro mani sul Guardian, i sindaci di Barcellona e di Londra, Ada Colau e Sadiq Khan, sottolineano come la questione della casa e dell’abitare siano centrali affinché le persone possano pienamente partecipare alla vita di una città ed essere parte attiva di una comunità. “Le città – scrivono i due sindaci – non sono semplicemente una collezione di edifici, strade e piazze. Sono anche la somma della loro gente. Sono loro che aiutano a creare legami sociali, costruiscono comunità e si evolvono nei luoghi in cui siamo così orgogliosi di vivere”. E la via per rendere le città vivibili è costruire abitazioni che siano accessibili ai cittadini e non alloggi da intendere come risorse da cui trarre profitto. Altrimenti si rischia di consolidare il depauperamento e lo svuotamento che molti centri urbani stanno vivendo, con lo spostamento di abitanti, espulsi per l’aumento del costo di affitti e appartamenti, verso altre aree cittadine, la chiusura di negozi, la trasformazione di vecchie residenze in grossi centri commerciali.

“Avremo successo solo se saremo in grado di garantire che tutti nelle nostre città abbiano accesso a una casa decente, sicura ed economica”, sostengono Colau e Khan. Per questo motivo sono determinati a cambiare il modo in cui funziona il sistema degli alloggi pensando di incrementare le case popolari, l’housing sociale e sostegni per gli affitti e “facendo tutto il possibile per rafforzare i diritti degli inquilini e reprimendo le cattive pratiche degli sviluppatori [ndr i costruttori che progettano nuovi complessi edilizi] e dei proprietari”. Per fare questo, però, spiegano Colau e Khan, i sindaci hanno bisogno di più poteri e maggiori risorse da parte dei governi (“che, al contrario, sembrano felici di abbandonare le città al loro destino”) per “regolare adeguatamente il mercato immobiliare, proteggere il diritto degli inquilini di poter rimanere nelle loro case e rendere i senzatetto e chi dorme all’addiaccio una cosa del passato”.

Foto in anteprima: il murales dello street artist Blu all’occupazione di via del Porto Fluviale a Roma via Corriere.it

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/sgomberi-occupazioni-salvini/

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