Genova, così coltiviamo l’integrazione

È a Genova, sulla collina della Coronata, il più grande orto collettivo d’Europa: ai suoi piedi, il quartiere industriale e commerciale di Campi, in Val Polcevera. L’orto si sviluppa su una superficie di 7 ettari di bosco (equivalente a 12 campi da calcio!), abbandonato per 30 anni e ora recuperato e terrazzato grazie allo sforzo e alla passione di 500 richiedenti asilo e altrettanti volontari contadini di città. Questo grandissimo spazio è stato dato in comodato d’uso gratuito dalla Ionica Srl, proprietà della famiglia Lavazza, per destinarlo alla comunità.

L’Orto Collettivo è un grandissimo laboratorio di inclusione sociale e di rigenerazione territoriale, un esperimento unico in Italia, nato grazie all’impegno dell’associazione comitato Quattro Valli. Andrea Pescino, ingegnere, presidente dell’associazione e fondatore del progetto, spiega che la caratteristica di questo progetto è che «l’orto collettivo non è diviso, ma tutti coltivano assieme. Quest’enorme orto è di tutti, non esiste la proprietà privata, non ci sono persone che hanno i singoli appezzamenti: in questo modo se manca qualcuno arriva un’altra persona a lavorare al suo posto e così l’orto non è trascurato. Chi viene a lavorare ha in cambio le sue verdure». Infatti nell’orto si pratica il baratto: è possibile scambiare frutta e verdura in cambio di attrezzi agricoli usati o elettrodomestici, ma anche in cambio del proprio lavoro nell’orto. Si scambiano anche altre prestazioni professionali (di idraulici, restauratori…) con frutta e ortaggi.

Sui terrazzamenti si coltivano erbe aromatiche, insalata, cavoli, melanzane, prezzemolo…ma non solo: ogni tipo di frutta e verdura, in base ai ritmi delle stagioni e seguendo i principi dell’economia circolare. Ci sono 200 alberi da frutta nell’orto e 500 piante di Bianchetta Genovese, antichi vitigni di oltre 150 anni.
Anche gli animali dell’orto seguono i ritmi dell’economia circolare, come i gatti, che mangiano i topi, e le capre, che vengono impiegate per mangiare le piante infestanti e pulire il terreno. Ci sono anche le galline, i cui escrementi vengono utilizzati come fertilizzanti, ed è possibile con 15 euro all’anno adottare una gallina e avere 5 uova alla settimana per un anno.

Nell’orto si usano tecniche antiche, come quella dei terrazzamenti, che limitano le alluvioni, fermando l’acqua, e vengono costruiti prevalentemente con alberi di acacia. I terrazzamenti servono anche a limitare frane, smottamenti e incendi. Si utilizzano i tronchi degli alberi tagliati che vengono appoggiati in orizzontale sui loro stessi ceppi. Per costruire i terrazzamenti vengono usati pellet recuperati da fabbriche locali. Poi, a monte di ogni terrazzamento, ci sono le vasche e i canali di contenimento dell’acqua che trattengono le acque piovane per irrigare lentamente le culture «e interrompono la potenza distruttrice dell’acqua specialmente nei periodi dell’anno in cui la Liguria è colpita da forti precipitazioni». L’acqua piovana raccolta nelle vasche viene utilizzata per irrigare i terreni e per dare da bere agli animali.
«Bisogna recuperare queste tecniche storiche per restituire ai giovani il loro futuro. E’ fondamentale attingere alla nostra memoria», spiega l’ingegner Pescino.

Di fronte alla collina su cui sorge l’orto, circondato da fabbriche e abitazioni di Campi, c’è il ponte Morandi. Il crollo ha toccato anche la vita dell’orto: «La gente in questo periodo non viene più all’orto perché sono state chiuse le tre strade sotto il ponte, e non riesce più a spostarsi», dice Pescino. «Si sente un gran silenzio, prima sul ponte passavano macchine in continuazione ogni giorno, ora non c’è più rumore..»
Salendo la collina il contrasto è molto forte: di fronte allo scenario di distruzione del ponte, appare l’orto, dove si coltiva e si rigenera il territorio.

L’orto ha creato un sistema di integrazione e di formazione lavorativa per i migranti. Negli ultimi due anni sono stati coinvolti 500 richiedenti asilo. «I migranti che arrivano all’orto non parlano l’italiano, la maggior parte sono analfabeti. Qui acquisiscono una vera e propria formazione professionale», dice Pescino. «Molti di loro, grazie alle conoscenze pratiche acquisite, hanno trovato lavoro nel campo del giardinaggio, dell’agricoltura, e nell’impresa forestale».

«In 120 ore di formazione questi ragazzi imparano a gestire spazi che erano in stato di abbandono, e a fare terrazzamenti naturali con tronchi d’albero vivi, una tecnica antichissima, che viene dalla Mesopotamia, e che è efficacissima in un territorio, come quello ligure, tormentato dalle alluvioni. I ragazzi imparano anche a fare canali di contenimento», spiega Valentina Grasso Floris, presidente dell’Orto Collettivo. Al termine della formazione i ragazzi ottengono la certificazione di “Costruttori del paesaggio”.

«Abbiamo anche fatto un accordo con l’istituto Firpo-Buonarroti, istituto tecnico per il turismo e per geometri di Genova: i geometri diplomati faranno un corso per imparare a guidare i migranti come capocantieri, perchè all’orto si lavora tutti insieme», spiega Andrea Pescino. I richiedenti asilo hanno trasformato il territorio, un bosco abbandonato intricatissimo e in grande pendenza, fatto di acacie e altre piante infestanti, in un grande orto fertile e produttivo, disboscando grazie solo a strumenti a mano, come roncole e maceti.
«Nel bosco c’è una pendenza del 40-60%, per cui bisogna attaccarsi a delle corde per camminare, ma gli Africani hanno un grande equilibrio, spiega Valentina Grasso Floris, che è laureata in architettura del paesaggio. Questi ragazzi portano grandi pesi sulla testa, lavorano sodo e hanno sempre il sorriso».

«Lavorare la terra è anche un modo per integrarsi, con questo spirito è nato il progetto Adotta un orto»: infatti con 50 euro al mese chiunque può adottare simbolicamente una striscia dell’orto collettivo più grande d’Europa e ricevere ogni settimana una cassetta con gli ortaggi e la frutta di stagione. La somma di 50 euro viene data ai migranti contadini, che possono avere più clienti, con un tetto massimo di 8 clienti al mese, e aumentare il loro guadagno, «creando così un processo virtuoso di restituzione sociale, nei confronti del Paese che li ha accolti».

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/09/14/genova-cosi-coltiviamo-lintegrazione/149032/

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