Profughi, a settembre 8 morti al giorno nel Mediterraneo

«È dunque giunto il momento di domandarsi: quanto conviene all’Italia inasprire ulteriormente le azioni e le politiche volte a scoraggiare gli arrivi via mare? È una questione di costo-opportunità, che deve includere una riflessione su quanto capitale politico l’Italia intenda spendere sul fronte della questione migratoria, e dove. La risposta non può prescindere dal costo in termini di vite umane che accompagna, a oggi, l’ulteriore stretta sui salvataggi in mare inaugurata dal nuovo governo italiano», continua.

«Le politiche di deterrenza nei confronti dei salvataggi in mare non sono nuove», spiega Villa, «Il 2017 era già stato costellato dal montare delle polemiche sul ruolo delle Ong, accusate da molti di costituire un pull factor, ovvero di incoraggiare, con il loro spingersi quasi a ridosso del mare territoriale libico, le partenze dalla Libia. Malgrado la plausibilità dell’ipotesi, urge ricordare che i dati ci dicono qualcosa di diverso, ovvero che le attività di salvataggio in mare delle Ong non hanno avuto alcuna influenza sull’intensità dei flussi migratori irregolari dalla Libia. Al contrario, il grande calo delle partenze dalla Libia e degli sbarchi in Italia ha una causa ben precisa, che va ricercata sulla terraferma libica: la decisione di iniziare a collaborare con l’Italia e con l’Ue, presa nel luglio 2017 da una serie di milizie libiche che gestivano o tolleravano i traffici irregolari».

«Va inoltre ricordato che, nonostante il governo Renzi avesse chiesto alle Ong di firmare un controverso “codice di condotta” o sospendere le operazioni in mare, fino a maggio di quest’anno le azioni di ricerca e soccorso non sono mai state apertamente e attivamente osteggiate dal governo italiano. Dallo scorso giugno, con l’entrata in carica del governo Conte, la strategia è cambiata. Alla cooperazione con gli attori che in terra libica gestiscono i traffici si sono affiancate vere e proprie azioni di deterrenza nei confronti non soltanto delle Ong, ma di chiunque operi salvataggi in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Incluse navi mercantili, assetti navali di Frontex e persino della Guardia costiera italiana».

Proprio il cambio di passo della strategia italiana consentea Ispi una riflessione più precisa sulle possibili conseguenze dell’ulteriore stretta nei confronti delle operazioni di soccorso in mare, utilizzando i dati di cui si dispone a oggi.

Per poter confrontare le conseguenze delle diverse politiche migratorie il ricercatore ha suddiviso dere il recente passato in tre periodi:

  • I dodici mesi precedenti al calo degli sbarchi: dal 16 luglio 2016 al 15 luglio 2017;
  • Il periodo delle “politiche Minniti”, che va dall’inizio del calo degli sbarchi all’entrata in carica del governo Conte: dal 16 luglio 2017 al 31 maggio 2018;
  • Il periodo delle “politiche Salvini”, ovvero quello successivo all’entrata in carica dell’attuale compagine di governo: dal 1 giugno al 30 settembre 2018.

«Osserviamo perciò cos’è accaduto nei tre periodi sia sul fronte degli sbarchi in Italia, sia su quello del numero (stimato) di morti e dispersi in mare. Per rendere facilmente confrontabili periodi di durata differente, utilizziamo dati calcolati su base giornaliera», chiarisce Villa.

«Prima di continuare, va sottolineato che questo esercizio considera come assodate e impossibili da quantificare le terribili condizioni dei migranti in Libia. Questi ultimi sono quasi sempre detenuti per lunghi periodi di tempo e soggetti a trattamenti inumani e degradanti (secondo MEDU, questa sorte è toccata ad almeno l’85% di chi è sbarcato in Italia negli ultimi anni), o addirittura a torture».

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/10/01/profughi-a-settembre-8-morti-al-giorno-nel-mediterraneo/149192/

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