Corridoi umanitari hanno già salvato 1400 persone

«Questa storia nasce a Lampedusa. Dopo il naufragio del 3 ottobre del 2013, come chiese evangeliche, sentimmo che questo era il posto in cui venire ma non per fare presenza, per scattarci un selfie utilizzando questa meravigliosa isola come fondale per raccontare noi stessi. Da cinque anni siamo qui con un piccolo gruppo di operatori, ragazzi italiani e stranieri, giovani che decidono di spendere parte del loro tempo, affiancati da professionisti con una lunga esperienza».

A raccontarlo è Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope (MH) – programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Lo fa durante la tavola rotonda organizzata a Lampedusa dal Comitato 3 ottobre.

Negli stabilimenti dell’Area marina protetta, nei pressi del nuovo porto, dove si è svolto l’incontro a cui hanno partecipato rappresentanti di ONG e organismi internazionali, oltre che testimoni di quel terribile naufragio, Naso ha spiegato «come funziona l’Osservatorio di Mediterranean Hope presente da cinque anni sull’isola: “qualcuno dice che a Lampedusa non accade più nulla. Ma questo è falso perché, anche in una situazione così diversa rispetto a quella di qualche anno fa, questo continua ad essere un luogo in cui si imparano tante cose, si comprendono le nuove dimensioni delle migrazioni, le nuove rotte, si capisce come costruire l’integrazione. E’ un laboratorio d’eccezione. A Lampedusa abbiamo capito che occorreva fare un salto di qualità – ha detto Naso – e ci siamo messi a studiare, cercando una falla nel sistema che ci permettesse di combattere il traffico clandestino. L’abbiamo trovato nel Trattato sui visti di Schengen che permette alle autorità diplomatiche di concedere visti umanitari a persone particolarmente vulnerabili. La formula è quella dei corridoi umanitari».

L’esperienza che MH sta portando avanti in Libano dal 2016 e che ha permesso a circa 1400 persone di arrivare in Italia in sicurezza e di intraprendere percorsi di studio e lavoro mostra che «l’accoglienza delle persone operata con dignità genera delle storie meravigliose di integrazione».

I corridoi umanitari – spiega ancora Paolo Naso, come riporta l NEV, l’agenzia di stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia- «hanno un senso più per il modello che per i numeri. Questa è la proposta che facciamo all’Unione europea e al mondo. L’impegno deve essere quello di un grande corridoio dalla Libia che liberi le persone che sono lì intrappolate. E questo è il senso di questa celebrazione. Abbiamo bisogno di reinventare una narrazione diversa che sappia trasmettere alle persone il senso del nostro impegno. Non ne va solo della nostra intelligenza, ma anche della nostra umanità».

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2018/10/05/corridoi-umanitari-hanno-gia-salvato-1400-persone/149252/

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