La politica affronta le emergenze con la scaramanzia

Dissesto idrogeologico e terremoti. In Sicilia c’è solo la speranza che nulla mai accada davvero: così si affronta l’emergenza. Ma è già troppo tardi.

“Un giorno – era il tempo di Scelba – il vecchio sindaco Magrì tornò da Roma trionfante e convocò una conferenza stampa in pompa magna: «Il governo mi ha ascoltato, Catania è salva» annunciò. Era andato in pellegrinaggio nella capitale a supplicare che la città non fosse inserita nell’elenco delle aree a rischio sismico. In realtà, Catania è al centro di una vera e propria polveriera sismica, ma inserirla in quell’elenco avrebbe voluto dire che centinaia di miliardi di pubblici investimenti sarebbero stati dirottati altrove. Se fosse successo, le imprese locali avrebbero dovuto costruire sulla base di regole precise e con costi molto superiori. «Evviva, siamo salvi!» gridò Magrì e gridò la città. Gli speculatori della nuova guardia ebbero così campo libero, per uno scherzo della Storia e grazie a quella vittoria di Magrì. Qualora fosse stata dichiarata zona sismica, Catania sarebbe stata costruita in modo diverso, più civile. Non avvenne”. (Antonio Roccuzzo, “Mentre l’orchestrina suonava «gelosia»” , ed. Mondadori, Strade Blu, 2011).

Come a Gela, Priolo, Melilli e Milazzo la gente ha dovuto subire il ricatto tra il morire di tumore per l’inquinamento e morire di fame per la mancanza di lavoro, anche Catania negli ultimi decenni del secolo scorso ha accettato un ricatto. Alla sicurezza antisismica e idrogeologica ha preferito il boom edilizio e i miliardi di lire degli appalti che hanno arricchito i cavalieri, i costruttori e migliaia di manovali, mastri e geometri.

I grandi palazzoni del viale Mario Rapisardi e del Corso Italia, di corso Indipendenza, di Librino, di Monte Po, di San Giorgio sono stati costruiti in fretta e furia in cemento armato, senza tener conto delle piogge e dei terremoti, senza fognature e spesso senza regole. Interi villaggi sono sorti sugli acquitrini della playa e la zona industriale è stata progettata su una palude. Sulle terre argillose di Catania sud sono stati eretti i palazzi dei poveri, mentre sulle colline franose di Acicastello, di San Gregorio, di Gravina e Sant’Agata Li Battiati sono state costruiti i residence e le ville della Catania ricca. Fiumi di asfalto e cemento hanno invaso le pendici dell’Etna e così l’acqua è stata incanalata per raggiungere con una potenza mai vista la valle. La via Etnea si trasforma in fiume di acqua, fango e spazzatura, con letto di asfalto e basole, ogni volta che piove più forte.

“Prima o poi la collina di Acicastello se ne cala”, si ripete nei bar e negli uffici a commento di qualche studio di qualche ingegnere. “Il cemento armato dei palazzoni popolari? Si sta sgretolando. Prima o poi crollano”. “Le scuole? Per l’80% inagibili, con infiltrazioni, costruite senza criteri antisismici”. “A Librino? A Librino il terreno se ne scende, infossa, l’acqua ristagna. Prima o poi ci troviamo con una torre di pisa al posto del condominio!”.

Dicerie. Non proprio. Quelli che sembrano spauracchi, al confine con le leggende metropolitane, sono supportati da analisi attente e precise di luminari, di urbanisti, di ingegneri, di architetti, di geologi. Gli allarmi infatti si susseguono anche a livello istituzionale. I costruttori sono chiari: “Tutto ciò che a Catania è stato costruito prima del 1981 non rispetta i criteri antisismici, è a rischio”. Ovvero il 90% della città. E per questo è in corso a livello governativo la discussione circa la riclassificazione del rischio sismico per Catania in modo da inserirla nella cosiddetta “Zona 1”.

Ma agli allarmi non segue alcun fatto concreto. Nessun intervento sugli immobili decrepiti del centro storico, del quartiere di San Berillo, a rischio crollo per le infiltrazioni d’acqua. Lì nei piani bassi abita tanta gente che merita di vivere in maniera sicura e dignitosa, senza essere sradicata dal proprio quartiere. Ogni tanto mandano qualche manovale per murare gli ingressi mai qualche ingegnere e qualche ditta per mettere in sicurezza i tetti e i palazzi. Nessun intervento di manutenzione straordinaria nei palazzi comunali e nelle case popolari dei quartieri residenziali, dove i pilastri sono fatiscenti e i tetti colabrodo. E neppure nessun freno alla cementificazione selvaggia delle poche zone sopravvissute alla speculazione alle pendici dell’Etna. Le villette crescono a vista d’occhio, i terreni continuano ad essere cementificati e si concedono pure premi di cubatura a chi trasforma pezzi di macchia mediterranea in parcheggi di asfalto.

Cominciamo adesso a contare i morti per le alluvioni, per i fiumi straripati. Iniziano a chiudere le scuole non più sicure. Iniziamo a preoccuparci davvero.

Lo sappiamo già tutti che “prima o poi” avverrà quello di cui parliamo sempre e per cui centinaia di allarmi sono stati lanciati. La collina non reggerà più, l’acqua sarà troppa, il terremoto sarà forte davvero. La reazione istituzionale però è sempre la stessa: lo sguardo alla mano destra, un piccolo garbato movimento del braccio verso l’inguine e un impercettibile solletico in punta di dita ai testicoli. “Speriamo che non succeda”.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/dpSKzL34za4/

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