Affido condiviso, manifestazioni in tutta Italia: “La proposta Pillon intrisa di violenza da respingere senza condizioni”

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Sabato 10 novembre in diverse città d’Italia associazioni, centri anti violenza, sigle sindacali, movimenti, comitati cittadini e organizzazioni per l’infanzia scenderanno in piazza per protestare contro il disegno di legge 735 di riforma del diritto di famiglia proposto dal senatore leghista Simone Pillon.

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Il testo (qui esaminato in maniera più approfondita, assieme alle questioni che solleva) prevede la mediazione obbligatoria per separazioni e divorzi nel caso in cui ci siano figli minorenni, una divisione esattamente a metà del tempo passato con l’uno o l’altro genitore (con una doppia residenza per il minore) così come dei costi di mantenimento. Inoltre, introduce nell’ordinamento italiano la PAS (la sindrome da alienazione parentale), di cui soffrirebbero i bambini che, nel caso di separazioni, si rifiutano e si dichiarano impauriti di incontrare un genitore perché traviati volontariamente dall’altro – un disturbo che, nonostante venga spesso tirato in ballo nei procedimenti, non trova riconoscimento nel mondo scientifico.

Il ddl si trova al momento in commissione Giustizia al Senato dove si stanno svolgendo le audizioni. L’iter si preannuncia lungo e, in un’intervista a ELLE, il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha spiegato che «questa legge non è nei programmi di approvazione dei prossimi mesi perché così non va», e che quindi il provvedimento sarà emendato. Il mese scorso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora (del M5s) aveva espresso dubbi sul ddl Pillon, così come altri esponenti del Movimento 5 Stelle che ne hanno chiesto modifiche.

Sin dalla presentazione del ddl è partita la mobilitazione. La rete D.i.Re – che raggruppa circa 80 centri anti violenza in tutta Italia – ha lanciato una petizione che ha oltre 100mila firme e definisce il disegno di legge un testo “completamente decontestualizzato” e slegato da ciò che “accade nei tribunali, nei territori e soprattutto tra le mura domestiche”.

Quello che lamentano associazioni contro la violenza sulle donne e per la difesa dei bambini, infatti, è che il ddl Pillon renderebbe più complicati i divorzi – o particolarmente gravosi per la parte più debole economicamente che in Italia, stando a dati e statistiche, il più delle volte è quella femminile – e potrebbe avere conseguenze molto rischiose in situazioni di abusi o violenza, anche sui minori. Questi ultimi, in virtù del principio della “bigenitorialità perfetta” non avrebbero alcuna possibilità di scelta o di far valere i propri bisogni e desideri.

«Separarsi non è mai facile. Ma farlo con le nuove regole che vorrebbe imporre il ddl Pillon rischia di essere un dramma soprattutto se – come molto spesso accade – il motivo della separazione è proprio la violenza maschile», ha spiegato Lella Palladino, presidente di D.i.Re.

Una nota del movimento femminista Non Una di Meno – che sarà presente in piazza – definisce il disegno di legge “una proposta intrisa di violenza”, da respingere “senza condizioni”.

Alla manifestazione ha aderito anche il Cismai, il Coordinamento dei Servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, che è tra i gruppi che sono stati auditi in commissione Giustizia al Senato sul ddl.

Il Cismai aderisce alla manifestazione contro il ddl Pillon del 10 novembre 2018.Le ragioni della nostra contrarietà…

Pubblicato da Cismai su Martedì 6 novembre 2018

Secondo la presidente Gloria Soavi, «l’approccio del ddl Pillon è generalista e finisce con il penalizzare le complessità delle situazioni. È pensato sulle istanze degli adulti e non tiene conto dei diritti delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi. Abbiamo bisogno invece di avanzare sulla strada dei diritti dei minori e non retrocedere: se un bambino manifesta la volontà di non incontrare un genitore la prima cosa da fare è capire perché e non pensare che uno dei due genitori lo stia influenzando o, peggio, che il bambino menta».

Contro il ddl Pillon non ci sono però solo associazioni e gruppi a difesa di donne e infanzia. In una lettera inviata al Governo, le relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Dubravka Šimonović e Ivana Radačić (presidente anche del gruppo di lavoro sulla questione della discriminazione verso le donne), hanno espresso preoccupazione sul disegno di legge, che comporterebbe “una grave regressione” per i diritti delle donne, “alimentando la disuguaglianza di genere e la discriminazione, privando le sopravvissute alla violenza domestica di importanti protezioni”. Innanzitutto, la mediazione obbligatoria tra i coniugi quando nella separazione è coinvolto un minore. Questa previsione, secondo la lettera, “potrebbe essere molto dannosa se applicata a casi di violenza domestica”. Non a caso, come ricordano le due relatrici, la Convenzione di Istanbul sulla violenza sulle donne vieta “processi alternativi di risoluzione delle controversie, inclusa la mediazione e conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza”. Il ddl quindi, si porrebbe in contrasto con la Convenzione, per questo e altri punti, tra cui il fatto che “il bambino, anche se vittima di violenza, sarà tenuto a incontrare il genitore violento”.

Pillon ha risposto alla lettera – di “due tizie dell’ONU” – dicendo che il lavoro parlamentare sarebbe proseguito con le audizioni, e che alla fine si sarebbe costruito “il testo unificato nel rispetto del contratto di governo”.

Anche giuristi hanno espresso perplessità sul disegno. Per il magistrato Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano e autore del saggio “Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche”, ad esempio, il disegno di legge sull’affido condiviso può avere dei profili di incostituzionalità. «Basti pensare – ha spiegato – alle convenzioni internazionali ratificate dal nostro paese che in forza dell’articolo 117, comma 1 della Costituzione, sono a tutti gli effetti leggi dello Stato. (…) Ci può essere quindi un conflitto con l’articolo 117 per alcuni principi del ddl Pillon in palese contrasto con alcune convenzioni. Penso a quella di New York e di Istanbul che pongono al centro della contesa tra adulti l’interesse del bambino. E che pongono i genitori sul piano di una responsabilità che deve essere esercitata ma sempre nell’interesse del minore. Non esiste un diritto a essere padre o madre a prescindere dal diritto del minore. Ma c’è un diritto a essere padri e madri sempre mettendo al primo posto il benessere del proprio figlio. L’impianto del disegno di legge sconfessa questa impostazione».

La questione dell’interesse dei minori, stando alle dichiarazioni di Pillon, dovrebbe essere la linea guida del disegno di legge. Secondo Grazia Ofelia Cesaro, avvocata e presidente della Camera Minorile di Milano, questo principio è invece nel ddl “del tutto dimenticato”, e non per via di una svista: La ratio legis della proposta riformatrice è, da un lato, quella di fornire ai genitori il diritto di decidere, essi soli, della vita dei figli; dall’altro, in ogni caso, di limitare comunque tale potere di scelta entro ipotesi preconfezionate e standardizzate, senza la possibilità che si valutino soluzioni flessibili a seconda delle esigenze del minore coinvolto e del nucleo familiare, come previsto dall’attuale normativa che già permette ove possibile e conforme alla vita dei bambini, modulazioni di tempi più flessibili”.

In questo senso, anche secondo la legale, il ddl “oltre ad essere impraticabile in molti casi, è anche evidentemente incostituzionale”, dal momento che l’ordinamento italiano “conosce la tutela del best interest of the child quale principio immanente, di natura costituzionale e di derivazione sovranazionale, e quindi valorizzato anche ai sensi dell’art. 117 Cost. con riferimento alla Convenzione di New York del 1989 ed agli altri strumenti pattizi che vincolano l’Italia al rispetto dell’interesse del minore, rispetto al quale si valuta la costituzionalità delle leggi”.

Due sarebbero quindi, per l’avvocata Cesaro, gli scenari in caso di approvazione: l’incostituzionalità o il ricorso alla Consulta con tutti i tempi che comporta. “La prima, è la molto probabile susseguente declaratoria della sua incostituzionalità, allorché si ritenga impossibile un’interpretazione della stessa adeguatrice al principio del best interest of the child”; la seconda, “è una sua interpretazione costituzionalmente orientata, che dunque inserisca per via ermeneutica il criterio della valutazione in concreto dell’interesse del minore, anche laddove lo stesso è stato volutamente tralasciato”.

La ripartizione perfetta tra i due genitori prevista dal ddl, stando alla relazione esplicativa, sarebbe ispirata dalla Risoluzione n. 2079 del 2015 del Consiglio d’Europa, che ha consigliato agli Stati membri di adottare normative per assicurare l’effettiva uguaglianza tra padre e madre nei confronti dei figli. In realtà, fa notare Cesaro, il ddl non è conforme neanche a questa previsione. A differenza che nella Risoluzione del Consiglio d’Europa, infatti, nel testo di Pillon manca sia il riferimento alla violenza domestica come eccezione, sia la possibilità di adattare lo schema dei tempi paritari secondo necessità e all’interesse del minore. “Così come – aggiunge – del tutto assente, dall’articolato del disegno di legge presentato al Senato, è ogni riferimento alla valorizzazione del minore quale soggetto titolare di uno specifico potere d’iniziativa”.

Tutti questi punti si sommano agli allarmi lanciati dai centri anti violenza, dalle associazioni a tutela dei minori e di giuristi e giuriste che lavorano con casi di violenza e abusi, nonché a chi avverte che la direzione intrapresa sia quella di rendere sostanzialmente impossibile il divorzio (a meno che non si disponga di redditi molto alti).

Le previsioni del ddl vanno messe insieme alle posizioni espresse da Pillon durante convegni e interviste: a favore del matrimonio indissolubile e contro l’aborto. Il disegno di legge si pone dunque in linea con una visione fortemente patriarcale della società, condivisa con buona parte dell’apparato di governo a partire dal ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, che rischia di portare l’Italia indietro di più di 50 anni.

«Dobbiamo purtroppo riconoscere che i diritti fondamentali, una volta faticosamente conquistati, non lo sono per sempre», ha detto intervistata dal Sole24Ore proprio sul ddl Pillon, Maria Gabriella Luccioli, che è stata la prima donna presidente di sezione in Cassazione. «È vero piuttosto che essi vanno attentamente custoditi e difesi da iniziative improvvide, spesso dettate da motivi ideologici disancorati dalla realtà e indifferenti alle esigenze dei soggetti più deboli».

Immagine in anteprima via Non Una di Meno

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/pillon-affido-condiviso-manifestazioni-proteste/

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