La Germania ridiscute il ‘reddito di cittadinanza’ Hartz IV: cosa non funziona della misura contro la povertà

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di Alessandro Alviani

Il reddito di cittadinanza? «Finalmente ho capito che non è una misura assistenziale, ma uno strumento di politica attiva per il lavoro, come il nostro Hartz IV», avrebbe detto il ministro del Lavoro tedesco, Hubertus Heil, al vicepremier Luigi di Maio, secondo la ricostruzione fornita dal leader dei 5 Stelle al termine di un incontro avvenuto tra i due a ottobre a Berlino. A un mese di distanza, la Spd – il partito di Heil – è tornata ora a discutere l’abolizione dell’Hartz IV, il sussidio, cioè, sul quale è modellato il “reddito di cittadinanza”. «Appartiene al passato», ha spiegato al settimanale Focus il segretario generale dei socialdemocratici, Lars Klingbeil, inserendosi così in un dibattito in corso da mesi all’interno del partito. Hartz IV «è superato, sia nel nome che nella sua struttura», ha aggiunto. «Stiamo lavorando a un nuovo modello». Anche i Verdi, un tempo alleati di Schröder, vogliono mandare in soffitta l’Hartz IV: il co-leader Robert Habeck propone di sostituirlo con un sistema che prevede un assegno più elevato e abolisce sia le sanzioni che l’obbligo di accettare un lavoro. E la Cdu di Angela Merkel, pur difendendo l’Hartz IV, suggerisce di riformarlo.

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Ma come funziona questo ammortizzatore, che è oggetto da anni di forti polemiche in Germania e continua a dividere profondamente la Spd? Cosa comporta? E che effetti ha avuto sulla società tedesca?

L’Hartz IV – che nel linguaggio comune ha mutuato il suo nome da Peter Hartz, consigliere per le tematiche sociali e del lavoro del governo Schröder, ma ufficialmente si chiama “Arbeitslosengeld II” – è stato introdotto nel 2005, nell’ambito di un più ampio pacchetto di riforme finalizzate a tagliare i costi dello stato sociale, a rilanciare l’economia e ad abbattere la disoccupazione, note come Agenda 2010.

Non si tratta di una classica indennità di disoccupazione, che in Germania è nota come “Arbeitslosengeld I”. Quest’ultimo strumento, che è destinato a chi ha perso il lavoro e negli ultimi due anni ha versato contributi per almeno 12 mesi, viene versato per un periodo massimo di 24 mesi ed è calcolato partendo dagli stipendi lordi degli ultimi 12 mesi.

L’Hartz IV, invece, è un sussidio sociale che può essere richiesto da chi risiede stabilmente in Germania, ha tra 15 e 65 anni, può lavorare per almeno tre ore al giorno, non ha un patrimonio sufficiente per mantenersi in modo autonomo, non ha un lavoro oppure guadagna meno del minimo vitale (fissato a 9.000 euro l’anno).

Di norma ammonta a 416 euro al mese per un maggiorenne, anche se varia molto a seconda della composizione del nucleo familiare: due partner, ad esempio, ricevono 374 euro l’uno, mentre se si hanno figli sono previste delle maggiorazioni, che vanno da 240 euro per i bambini sotto i 6 anni fino a 316 euro per i ragazzi tra 14 e 18 anni. L’assegno è finalizzato a coprire le spese per gli alimenti, il vestiario e la corrente elettrica, ma anche per l’istruzione e le attività ricreative. È stato calcolato che un destinatario dell’Hartz IV può contare in tutto su 4,83 euro al giorno per i pasti. All’assegno base si aggiungono poi le spese per l’affitto e il riscaldamento, le quali vengono coperte a parte dallo Stato, che si fa anche carico, insieme agli altri assicurati, dei costi dell’assicurazione sanitaria.

Un ruolo centrale in questo modello spetta ai cosiddetti Jobcenter (la versione tedesca dei centri per l’impiego), che stipulano coi beneficiari un vero e proprio contratto in cui sono fissate le misure necessarie per il loro reinserimento professionale.

Il sistema prevede, inoltre, una serie di sanzioni, che vanno fino al taglio completo della prestazione. Secondo i dati diffusi a ottobre dall’Agenzia federale del lavoro, in totale le sanzioni comminate nella prima metà del 2018 sono state quasi 450.000 (-25.800 rispetto a un anno fa).

In oltre tre quarti dei casi la ragione va ricercata in mancate comunicazioni ai Jobcenter (ad esempio quando non ci si presenta a un appuntamento in un centro per l’impiego e non si dimostra che la propria assenza era dovuta a motivi importanti). In situazioni simili il sussidio viene ridotto del 10%. Se si rifiuta un lavoro accettabile o un’offerta di formazione o aggiornamento professionale, il taglio ammonta invece al 30%. Al terzo no si perde del tutto l’assegno. Lo scorso anno le persone a cui è stato tolto sono state 34.000. A titolo di paragone: oggi in Germania l’Hartz IV viene percepito da 4,08 milioni di persone.

In totale l’anno scorso l’assegno dell’Arbeitslosengeld II è costato 21 miliardi di euro, cui vanno aggiunti 6,5 miliardi per il pagamento degli affitti e delle spese di riscaldamento. Nei piani del governo federale queste somme non dovrebbero cambiare sensibilmente nel 2018.

Da anni il sussidio è oggetto di controverse discussioni. Pensato come un strumento per facilitare il rapido reinserimento nel mondo del mercato del lavoro, l’Hartz IV è accusato dai critici di essersi trasformato in un mostro burocratico e di aver favorito il precariato. Non tutti quelli che ricevono l’Hartz IV sono disoccupati. Tra loro ci sono anche persone che hanno un lavoro, ma guadagnano troppo poco, per cui ottengono un’integrazione dai Jobcenter. Sono gli “Aufstocker”, che comprendono coloro che, ad esempio, svolgono un minijob che garantisce uno stipendio massimo di 450 euro al mese, ma anche tanti (205mila) che hanno un regolare lavoro a tempo pieno. Dall’introduzione del salario minimo, nel 2015, il numero di questi ultimi è sceso di appena 7mila unità. In totale gli Aufstocker sono circa 1,2 milioni, cioè un quarto del totale dei beneficiari del sussidio. La somma che lo Stato versa loro è in crescita: l’anno scorso ha superato quota 10 miliardi di euro. Il sistema delle sanzioni previste per chi non accetta un lavoro – spiega la sociologa Dorothee Spannagel – non fa che aumentare la quota degli Aufstocker: «Le persone non ricevono più l’Hartz IV perché sono in cerca di un lavoro, bensì perché devono incrementare il loro stipendio».

Secondo la deputata della Linke Sabine Zimmermann, si è rivelato un programma di «impoverimento di ampie fasce della popolazione». Dalla risposta fornita a marzo dal governo federale a un’interrogazione parlamentare della stessa Zimmermann emerge che, dal 2007 al 2017, hanno ricevuto l’Hartz IV in totale 18,2 milioni di persone. Di queste, circa 5,5 milioni avevano meno di 15 anni. Alla luce di questi dati, ci sono due ragioni che fanno pensare a un impoverimento della popolazione: una numerica (18 milioni di persone che hanno ricevuto il sussidio in 10 anni sono un’enormità) e una legata all’entità del sussidio, secondo la deputata, troppo bassa: «Le prestazioni non proteggono dalla povertà e non garantiscono una partecipazione adeguata alla società».

Le associazioni attive nei servizi sociali, come la Caritas, chiedono da anni di aumentare l’assegno, in quanto lo considerano troppo basso per consentire ai beneficiari di condurre una vita dignitosa e per impedire che scivolino ai margini della società. Con gli anni, infatti, nel dibattito pubblico l’espressione “Hartz IV” ha finito per caricarsi di connotazioni profondamente negative ed è diventato quasi oggetto di stigmatizzazione per chi lo riceve.

Il suo reale impatto sul crollo della disoccupazione in Germania (2,2 milioni di senza lavoro a ottobre 2018, contro i circa 5 milioni del 2005) resta molto dibattuto. Secondo l’economista tedesca Dalia Marin del Centre for Economic Policy Research, la causa principale della ripresa economica tedesca degli ultimi anni non va cercata tanto nelle riforme del mercato del lavoro e dei sussidi sociali volute da Schröder, quanto semmai in un processo di decentralizzazione della contrattazione salariale e di aumento della competitività iniziato già a metà anni Novanta.

Per la Paritätischer Wohlfahrtsverband, la sigla che riunisce le associazioni attive nel sociale, l’Hartz IV è stato un flop in quanto il 42% dei disoccupati di lungo periodo ricevono il sussidio da oltre quattro anni e oltre un milione addirittura dalla sua introduzione. L’obiettivo della riforma era consentire un rapido reinserimento dei disoccupati nel mondo del lavoro, ma secondo la Paritätischer Wohlfahrtsverband molti sono rimasti impigliati in un sistema dal quale non sono più usciti, per cui, a loro dire, Hartz IV è diventato un binario morto.

Nel 2015 “Presa Diretta”, la trasmissione di Rai 3 condotta da Riccardo Iacona, ha dedicato una puntata al funzionamento di Hartz IV, mostrando come una misura pensata per sostenere chi finisce sotto un livello di sostentamento dignitoso rischi di diventare il peggiore degli incubi possibili. «Ti danno lavori umilianti, devi prendere tutto quello che ti offrono, che non ha nulla a che fare con la tua storia professionale, e se rifiuti a poco a poco ti tolgono tutto, fino all’assistenza sanitaria», racconta un ex manager di case di riposo finito nel circuito di Hartz IV. «Devi essere sempre a disposizione del Jobcenter. Non puoi nemmeno allontanarti dalla tua città. Una persona è stata chiamata alle 8 di mattina per un appuntamento alle 9 per un lavoro di un giorno solo. E non poteva non presentarsi!». Per questo motivo, aggiunge un altro intervistato, c’è una corsa per non scivolare nel sussidio, che significherebbe sacrificare la propria vita e l’impossibilità di coltiva ogni interesse, ogni passione. «Hanno cancellato lo stato sociale e l’hanno trasformato in sovvenzione per le aziende», commenta l’ex manager di case di riposo.

Sul funzionamento del sussidio, l’ex responsabile di un Jobcenter e dal 2015 deputata di Linke nel parlamento di Amburgo, Inge Hannemann, ha scritto un libro dal titolo “La dittatura di Hartz IV”. A “Presa Diretta”, Hannemann spiega come i Jobcenter abbiano il potere di decidere il destino delle persone che prendono il sussidio, racconta la storia di uno studente di 15 anni al quale hanno detto di smettere di studiare e iniziare a lavorare: «I genitori prendevano l’Hartz IV, l’assegno di assistenza, e noi abbiamo detto al ragazzo che doveva andare a lavorare così i soldi che guadagnava li potevamo decurtare dal sussidio. E non ci si può difendere: se io come genitore e come studente provo a ribellarmi, mi viene ridotto il sussidio. Sai cosa si dice in Germania? Quando entri nell’Hartz IV non ne esci più». Se una persona rifiuta un lavoro, i Job Centre possono ridurre il sussidio fino a zero mettendola nell’impossibilità di poter pagare l’affitto, comprare cibo e medicine: «In poche parole, le tolgo tutto. È terribile. Il mio compito dovrebbe essere quello di aiutare le persone a trovare lavoro o una formazione, ma il lavoro non c’è», o spesso sono lavori da pochi euro l’ora. «Il nostro superiore ci ordinava di fare in modo che un determinato numero di persone prendesse questi lavori da 1 o 2 euro l’ora. (…) È una riforma perfetta per le ditte dei lavori da 1 euro l’ora che hanno guadagnato tantissimo. All’Italia che guarda alla Germania come esempio, dico: attenti, non funzionerà», concludeva Hannemann nel 2015.

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Non manca però chi difende questo ammortizzatore sociale. «Dal 2007 il numero dei disoccupati di lungo periodo è sceso del 40%, da allora i percettori del sussidio sono diminuiti del 17%», ha spiegato il presidente dell’Agenzia federale del Lavoro, Detlef Scheele.

Pochi mesi fa il ministro della Sanità, Jens Spahn, candidato alla guida della Cdu al congresso di dicembre, aveva sollevato accese polemiche sostenendo che «l’Hartz IV non significa povertà, ma è la risposta alla povertà» e che con l’Hartz IV «ognuno ha ciò di cui ha bisogno per vivere».

Immagine in anteprima via Das Erste 1

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/germania-sussidio-poverta/

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