Ciancio, Morosoli e il modello Catania

La plutocrazia che governa la città.

Non è un caso quello Catania, non è un caso neanche quello Ciancio. È un modello. Un paradigma della gestione del potere, ovvero la complicità tra imprenditoria, politica, informazione e magistratura. Comitati d’affari, a ragione, si diceva un tempo. A Catania i ricchi sono compari, soci in affari, amici di merende. Una loggia con un forte vincolo di appartenenza: quello alla città che conta. A Catania siamo fermi ai Viceré. Qui vige la plutocrazia.

In plutocrazia per comandare occorre null’altro che una certa dote finanziaria, un cognome illustre. E i soldi e il prestigio non sono il suggello delle capacità dei migliori, sono le eredità dei padri degli zii, degli zii dei padri.

L’esercizio del governo avviene durante le cene, nelle belle ville alla periferia della città. Un invito dei compagni di classe del Leonardo da Vinci, il vestito giusto, un gioiello o un orologio appariscente, un buon profumo e un suv lucidato parcheggiato in bella mostra. Durante la cena seduti allo stesso tavolo si trovano il politico rampante, il sindaco, l’alto funzionario della regione, il monsignore, il giudice e uno stuolo di amici imprenditori, mafiosi e non. Discutono di vini, di pioggia, di cortesie, di favori tra amici. È a cena che quella palazzina vuota da anni diventa sede di un ente pubblico, affittata dallo Stato per centinaia di migliaia di euro. L’appartamento diventa sede della società partecipata del Comune, il terreno diventa edificabile.

Il ventisette guadagnato dal povero dipendente che entra in ansia non appena arriva la tassa da pagare, viene così distribuito dai ricchi catanesi ai ricchi catanesi che sanno bene cosa farsene: comprare altri palazzi, altri appartamenti, altri terreni, entrare in alcune società e crearne di nuove per gestire terreni, palazzi e soldi. Con ciò che avanza i ricchi catanesi si comprano giornali, appalti pubblici, funzionari e politicanti, col solo scopo di fare altri soldi. Dentro questo sistema i politici sono i più cretini: riescono a far intascare milioni di euro pubblici agli amici imprenditori e si accontentano di qualche soldo per i manifesti o qualche minuscola tangente. Quelli che invece si comprano i giornali e diventano editori sono i più pericolosi. Vogliono sempre avere la possibilità che qualcuno parli un gran bene di loro ma vogliono soprattutto la sicurezza che qualcuno parli male, a comando, dei loro avversari in affari. Ci sono poi i ricchi che non si fanno il loro giornale ma tentano di comprare le redazioni lanciando continue campagne pubblicitarie allo scopo, pagando, di censurare le notizie cattive sulle loro imprese e gesta. I giudici discutono coi commensali delle loro inchieste, rassicurando circa i tempi delle indagini. I sindaci si mettono sull’attenti per far sedere le signore e per inchinarsi all’imprenditore che ha portato tanti voti e parlato bene di lui in campagna elettorale tramite il suo giornale. Gli alti funzionari si mettono a disposizione di tutti, a tutti devono dire qualche grazie e le grandi ceste recapitate a casa loro a Natale mettono così tanta allegria ai loro figli che sarebbe crudele privarsene. I mafiosi mettono i soldi, in contanti.

A Catania i consigli comunali e gli uffici pubblici non sono altro che irrilevanti vezzi burocratici, simulacri della democrazia e della repubblica. Le decisioni si prendono a quelle cene, tra chi comanda, tra i ricchi. Il consenso democratico si ottiene tramite la solidarietà dei ricchi, il bisogno dei poveri, l’indifferenza dei rassegnati. Se il consenso manca si compra. Si chiama plutocrazia, il governo di chi detiene la ricchezza.

Di questo modello parlano le inchieste giudiziarie. Quelle che colpiscono Mario Ciancio Sanfilippo, nipote di Domenico e quelle che colpiscono Francesco Morosoli, figlio di Giò Giò. Padroni del giornale La Sicilia e di Ultima Tv. Uno con le mani sulla playa e sui centri commerciali e l’altro sull’Etna. Il primo sotto processo per mafia e l’altro accusato di turbativa d’asta. Di questo parlano le inchieste sugli appalti dei rifiuti, sulle grandi opere, sul porto e sulla metropolitana. Dentro questo modello sguazzano rettori e alti funzionari, i loro figli e i loro parenti. Con queste regole funzionano gli ordini professionali e le grandi associazioni di categoria.

Scrive Mario Barresi su La Sicilia confiscata per mafia che l’inchiesta sull’imprenditore Morosoli, come riportato dal giudice per le indagini preliminari “veniva chiusa anticipatamente perché gli indagati venivano a conoscenza delle indagini in corso”. Che “gli indagati risultavano a conoscenza da tempo delle indagini del procedimento grazie alle capillari infiltrazioni all’interno degli uffici giudiziari”. Che “per il gip è allarmante l’accesso abusivo al sistema informatico della Procura di Catania per captare aggiornamenti sul fascicolo e sugli indagati”. Scrive un altro giudice che inspiegabilmente nel 2013 si conclusero le indagini sul rapporto tra Mario Ciancio e il Comune di Catania, dopo l’elezione di Enzo Bianco. A dimostrazione che anche alcuni magistrati occupano un posto a tavola.

La politica, in questo contesto, non è altro che la cima dell’iceberg, quella additata come responsabile dello sfascio generale e del saccheggio delle risorse pubbliche, esposta al pubblico ludibrio ma in realtà insignificante ultimo anello della catena. I politici arruolati non sono altro che manovali al servizio dei ricchi. Nella plutocrazia una finta democrazia non serve ad altro che a far giocare il popolo. E a distrarlo mentre i ricchi divorano la città affamata.

Quelli che s’accorgevano del suo giuoco e lo denunziavano, o non erano creduti, o erano sospettati d’invidia o di malignità, o finalmente, se trovavano credito, sentivano rispondersi: «Fanno tutti così, in questi tempi d’armeggio! Il principino ha questo di vantaggio, che è ricco e non ha da ingrassarsi alle spalle nostre!». I Viceré, Federico De Roberto.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/ji09tALigic/

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