L’informazione sempre più sotto attacco. Nel 2018 oltre 70 giornalisti uccisi

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Sono 45 i giornalisti uccisi nel 2018 per il lavoro che stavano svolgendo, secondo la stima pubblicata dal Committee to Protect Journalists (CPJ). Il numero supera i 70 se consideriamo gli omicidi non riconducibili a un movente accertato. Le zone di guerra come Afghanistan e Siria sono le più mortali, ma la situazione si sta deteriorando velocemente anche in paesi democratici come il Messico, una parte dell’Unione Europea e gli Stati Uniti.

“Questo è stato uno dei peggiori anni per la libertà di stampa”, ha dichiarato Courtney Radsch, advocacy director di CPJ, al Washington Post.

Mappa dei giornalisti uccisi nel 2018 (via CPJ)

Il biennio 2017/2018 è stato il peggiore degli ultimi dieci anni anche secondo il report pubblicato questa settimana da Article 19, ONG che difende la libertà d’espressione e il diritto all’informazione.

Lo studio prende in considerazione cinque elementi chiave: gli spazi pubblici di confronto (online e offline), la libertà digitale, la diversità dei media, il sostegno delle istituzioni, la trasparenza. E traccia un ranking che mette in evidenza quali situazioni peggiorano e quali migliorano rispetto ai periodi precedenti. Tra i paesi che stanno vivendo un rapido declino sono citati Turchia, Brasile, Nicaragua, Polonia, Croazia, Romania, Russia e Ungheria. Segnalando inoltre gli Stati Uniti per il cambiamento drammatico avvenuto a partire dal 2017.

La retorica dell’uomo forte che difende il paese dai giornalisti nemici del popolo

Lo stato della libertà d’espressione segna un trend negativo a livello mondiale da oltre un decennio, ma gli ultimi tre anni sono stati i più critici. Il controllo politico dei media e l’ascesa in varie parti del mondo di politici autoritari, che si presentano come “uomini forti”, hanno accentuato questa dolorosa congiuntura, secondo Article 19.

Il declino della libertà di stampa negli Stati Uniti è “uno dei risvolti più preoccupanti” messi in evidenza dallo studio. Il lavoro dei giornalisti americani è ostacolato da attacchi privati, arresti, persecuzione ai whistleblower e dalla crescente difficoltà ad accedere ad alcune informazioni.

Donald Trump è uno di quei leader di Stato (insieme ad Aung San Suu Kyi, Bashar al-Assad e Nicolás Maduro) ad aver capovolto la narrazione sulle “fake news” per poterla utilizzare contro media e giornalisti, additati come nemici dei cittadini.

L’ostilità nei confronti della stampa, però, non è un fenomeno circoscritto agli Stati Uniti. In Slovacchia, il Primo ministro Robert Fico si riferisce ai giornalisti come “sporche prostitute anti-slovacche” o “stupide iene”. In Repubblica Ceca, il presidente Miloš Zeman si è presentato a una conferenza stampa, lo scorso anno, brandendo un finto fucile d’assalto con una bottiglia di liquore al posto del caricatore e la scritta “ai giornalisti” sul corpo dell’arma. In un’altra occasione Zeman ha definito i giornalisti cechi “le più stupide creature sulla faccia della terra”.

Nelle Filippine, la giornalista Maria Ressa, fondatrice del sito di informazione indipendente Rappler, è stata accusata di evasione fiscale pochi giorni fa. La giornalista, che negli ultimi anni è stata premiata in diverse occasioni per il suo lavoro al servizio della libertà di stampa, ha definito queste accuse un “tentativo di intimidazione” contro Rappler, che negli ultimi anni ha mantenuto una linea editoriale critica nei confronti del governo autoritario di Rodrigo Duterte.

Dopo essere stato emesso il mandato d’arresto nei suoi confronti, Ressa, che si trovava all’estero, è tornata nelle Filippine e si è consegnata alle autorità di sua spontanea volontà. “Affronterò il processo e affronterò queste accuse”, ha dichiarato ai media dopo essere atterrata all’aeroporto di Manila. La giornalista è stata rilasciata su cauzione in giornata.

“Il nostro compito è far sì che il governo renda conto delle proprie azioni ai cittadini, e in parte questa è una delle ragioni per cui mi trovo qui oggi”, ha detto dopo il suo rilascio. “Non sono una criminale ma mi hanno preso le impronte digitali come se lo fossi”.

Impunità e violenza: nessuno è intoccabile

Negli ultimi anni, giornalisti e attivisti per i diritti umani hanno visto indebolirsi anche i sistemi di tutela e difesa da parte delle istituzioni. L’impunità è un fenomeno diffuso che permette il protrarsi di intimidazioni, autocensura e violenza. Le minacce, la sorveglianza, gli attacchi, gli arresti e le uccisioni sono il prezzo da pagare per raccontare la verità. Paesi come Messico, Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan, India, Filippine e Yemen hanno registrato il più alto numero di giornalisti uccisi. Ma gli attacchi a giornalisti e la repressione governativa sono aumentati anche in Cambogia, Burundi, Brasile e Turchia.

A riprova della gravità della situazione, la ONG sottolinea che l’anno scorso sono stati uccisi oltre a 78 giornalisti anche 312 attivisti difensori dei diritti umani e che 326 giornalisti sono stati incarcerati (nel 97% dei casi si tratta di reporter locali).

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Inoltre, il fatto che negli ultimi due anni siano stati uccisi anche giornalisti noti a livello nazionale e internazionale rispecchia il clima pesante che sta vivendo la libertà di stampa. A ottobre il giornalista Jamal Khashoggi è stato ucciso dalle autorità saudite. Sempre quest’anno sono stati assassinati il giornalista slovacco Ján Kuciak e la giornalista bulgara Victoria Marinova. La reporter maltese Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba lo scorso anno.

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Censura, autocensura e paura

La criminalizzazione delle proteste e l’uso della forza per reprimerle ha portato a un indebolimento degli spazi pubblici di confronto in alcuni paesi come Spagna, Bangladesh e Kenya. Questo ha avuto conseguenze anche sui diritti digitali dei cittadini: oltre alle limitazioni d’accesso a internet imposte da alcuni paesi autoritari, molti governi hanno utilizzato le leggi in materia di sicurezza come un pretesto per limitare le libertà individuali, regolare e controllare i social media e obbligare le compagnie tecnologiche a farsi responsabili di una censura sistematica, arbitraria e opaca dei contenuti.

Allo stesso tempo, i meccanismi di censura di governi come quello turco o polacco sono determinanti per il controllo dei media e della narrazione giornalistica, a discapito delle voci critiche. Nei governi autoritari e nelle democrazie di transizione l’autocensura è la norma e i giornalisti sono costretti a confrontarsi giorno per giorno con i limiti della libertà d’espressione e le conseguenze che può avere una “scelta sbagliata” sulla loro vita e su quella dei loro familiari e amici.

La situazione in Italia

Dal 2006 a oggi ci sono stati 3660 casi di minacce a giornalisti nell’esercizio della loro professione in Italia, di cui 133 solo nel 2018, secondo gli ultimi dati dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione.

Secondo FNSI, nella maggior parte dei casi si tratta per lo più di minacce verbali o pubblicate in rete, condotte violente, missive, danneggiamenti e telefonate anonime. “Tali episodi presentano matrici e motivazioni di natura politico-sportiva, riconducibili alla criminalità organizzata o ad ambienti di illegalità diffusa o di degrado sociale”.

Sempre secondo i dati di Ossigeno per l’informazione, riportati dall’Agi in questo articolo, il Lazio è la regione italiana in cui sono state accertate più intimidazioni e ritorsioni nel 2017.

La tipologia di attacco prevalente è stata l’avvertimento (37%) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32%), aggressioni fisiche (20%), azioni per ostacolare la libertà di informazione con modalità non perseguibili per legge (7%), danneggiamenti di beni personali o aziendali (4%).

Nell’immagine in anteprima 9 degli oltre 70 giornalisti uccisi nel mondo nel 2018 – via Guardian

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/giornalisti-uccisi-2018/

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