“Povera piccola mia”

Catania dichiara il dissesto finanziario

Quando nel 1967 a Catania si svolse il Cantagiro, centinaia di cantanti e produttori discografici si riversarono in città insieme a decine di migliaia di spettatori. Ci furono tafferugli. Sei carabinieri feriti, sei ragazzini arrestati. E poi la villa Bellini, utilizzata nei giorni della preparazione del concerto come campeggio. Le colline fiorite e curate travolte dalla folla. In quei mesi Catania pensava più al cemento che ai fiori e così la villa non ritrovò mai più l’antico splendore.

Gianni Morandi a quel Cantagiro 67 avrebbe dovuto portare “Povera piccola” ma non partecipò, si risparmiò i tumulti, gli arresti, la calca, il sequestro: l’automobile di Rita Pavone fu accerchiata dalla folla e ci vollero ore per liberarla. Ma è venuto oggi Gianni Morandi a Catania, cinquant’anni dopo, per festeggiare il suo compleanno. Una passeggiata in via Etnea, un selfie in piazza Duomo e rotta verso l’Etna con la moglie Anna. Non ha trovato la folla, il delirio dei fans ma il dissesto finanziario.

Un miliardo seicento milioni di euro da restituire a qualcuno.

A tanto ammonta il debito del Comune di Catania, accumulato nei decenni e utilizzato negli anni per giustificare l’assenza di servizi, la chiusura degli asili, il ritardo degli autobus, le voragini nelle strade.

Il debito del Comune di Catania è così composto. Quattrocentosessantatremilioni di euro sono mutui, accesi in larga parte negli anni 90, per far fronte alla spesa corrente. Se il Comune a fine anno aveva un disavanzo allora bastava chiamare una banca e rimpinguare la cassa. Erano contenti gli amministratori, erano contente le banche per i notevoli interessi guadagnati.

Centocinquantaduemilioni di euro sono debiti verso le aziende che hanno svolto attività per il Comune ma che ancora non sono state pagate. Una cifra irrisoria, un decimo dell’importo complessivo ma che in pochi divulgano perché altrimenti crollerebbe il principio, falso, secondo il quale il debito va pagato altrimenti migliaia di lavoratori non percepiranno lo stipendio e centinaia di piccole aziende falliranno. Il resto sono crediti divenuti inesigibili ma messi in bilancio, contenziosi con le amministrazioni pubbliche, debiti con le società partecipate e debiti fuori bilancio, in larghissima parte contratti per clientele e speculazioni finanziarie, per consulenze milionarie e appalti mai svolti, per la corruzione e l’incapacità di assessori e funzionari pubblici.

Oggi però quando il Consiglio Comunale dichiarerà il dissesto non si farà nessuna distinzione tra i creditori. Le lavoratrici ausiliarie delle cooperative che prendono quattrocento euro al mese saranno messe sullo stesso piano dei grandi colossi bancari e i cittadini saranno chiamati a stringere la cinghia non solo per pagare i servizi sociali ma anche per risarcire per milioni di euro grandi proprietari terrieri che attraverso le cause civili hanno ben pensato di arricchirsi sulla pelle della città.

La nostra colpa.

“S’ammuccarono i soldi” si ripete da decenni nei peggiori bar di Catania a proposito di chi amministra la città. È un fatto considerato normale, che non genera alcun scalpore, come uno scontato giudizio sul tempo: piove, tira vento. L’Assessore è corrotto e incapace per definizione, lo stupore si genererebbe se non lo fosse ma ancora non è mai capitato. La città si adegua e sta a guardare. Catania è l’unica città ad aver accumulato un debito tanto grande senza aver investito in nessuna grande opera pubblica, senza aver mai avviato grandi manovre economiche. Non abbiamo avuto olimpiadi, non abbiamo costruito scuole, né strade, né asili. Le uniche grandi infrastrutture sono state progettate e realizzate con investimenti statali e privati. A differenza delle famiglie che si indebitano per comprare una casa, per far studiare i figli, per comprare una nuova automobile, il Comune di Catania si è indebitato per nutrire se stesso, le sue clientele, la sua classe politica, senza pretendere mai che i cittadini pagassero le tasse.

Quando arrivano i forestieri a chiederci come sia potuto accadere, come abbiamo fatto a non accorgercene, l’unica risposta sincera è che ce ne siamo accorti, li abbiamo visti, lo abbiamo capito ma abbiamo scelto di non fare nulla.

Per alcuni il silenzio è stato complice. Ambivano a diventare classe dirigente anche loro e non volevano che la torta da spartirsi si riducesse proprio al loro arrivo. Per altri il silenzio è stato di convenienza. Ogni tanto dal tavolo cadevano delle briciole: consulenze, contratti da tre mesi, assunzioni negli uffici pubblici, nomine ai vertici di società, piccoli appalti con la pubblica amministrazione. Non aveva senso mordere la mano che li nutriva. Per altri ancora il silenzio è stato obbligatorio. Anche volendo parlare mancavano le parole da pronunciare. A Catania ampi strati della popolazione vivono un disagio educativo profondo e non hanno gli strumenti per comprendere ciò che gli accade intorno. Affannati a mettere insieme il pranzo con la cena non hanno la possibilità né il tempo per interessarsi o capire la cosa pubblica. Chi capiva, chi sapeva, chi aveva la possibilità di dire, di denunciare si è isolato in un romantico mondo a parte. Un microcosmo di saccenti che mai si è veramente preoccupato di prendere in mano le redini della città, confinato nei propri ghetti, apparso sempre come privilegiato, lontano dai drammi e dalle ingiustizie di chi non aveva voce. Anche quando quella distanza si è ridotta, quando coraggiosamente si sono aperti gli spazi sociali nei quartieri popolari il dramma umano delle persone ha preso il sopravvento e l’emergenza è diventata la cifra dell’azione politica. E si è rimasti senza voce di fronte a una montagna diventata troppo alta da scalare, nonostante si provasse a urlare.

Ora il prezzo del dissesto sarà pagato da tutte e tutti, ognuno a suo modo ne sarà responsabile. Chi si è arricchito, chi ha sperato di arricchirsi, chi si è impoverito tacendo, chi non si è accorto di niente, chi non è stato in grado di fermarli. L’unica speranza è che non sia troppo tardi per cambiare tutto.

“Povera piccola mia, non dovevo mai lasciarti sola. Povera piccola piangi, è per colpa mia, soltanto mia, non dovevo abbandonarti mai” avrebbe dovuto cantare Gianni Morandi al Cantagiro, a Catania, nel 1967.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/pNAcDMPbtwE/

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