La ricerca della giustizia per i lavoratori del settore tessile

Prima di farvi tentare dal pullover da 19,99 euro -uno dei “regali perfetti” proposti sul sito di H&M-, soffermatevi per un attimo a leggere il testo della campagna “Turn Around, H&M!” (che in pochi mesi ha già raccolto oltre 142mila firme), per chiedere salari dignitosi e giuste condizioni di lavoro in tutta la catena del gigante svedese della fast fashion.
Sono passati cinque anni, infatti, da quando il gruppo H&M ha annunciato nel documento “H&M’s roadmap towards a fair living wage in the textile industry”, che tutti i suoi “fornitori strategici (…) dovranno adottare modelli retributivi tali da garantire entro il 2018 la corresponsione di salari dignitosi, un provvedimento che interesserà a quella data 850.000 lavoratori dell’abbigliamento” (ne avevamo scritto lo scorso settembre). Un obiettivo mancato, nonostante sia la stessa multinazionale a definire il salario equo “un diritto umano fondamentale”. “Anche se stiamo già facendo progressi per quanto riguarda i livelli salariali, aumenti salariali significativi dipendono interamente dal fatto che il lavoro svolto nelle singole fabbriche sia accompagnato da soluzioni di settore, come i contratti collettivi”, ha scritto H&M sul suo sito pochi giorni fa, in seguito al Fair Living Wage Summit che si è svolto a Phnom Penh, in Cambogia.

Per riportare ancora una volta l’attenzione sul mancato impegno di H&M nel corrispondere a 850mila lavoratori tessili un salario dignitoso, gli attivisti della Clean Clothes Campaign hanno manifestato in tutto il mondo la scorsa settimana: da Delhi in India al paese di Stradella, in provincia di Pavia, dove ha sede uno dei principali poli della logistica di H&M, gestito dall’azienda Xpo Logistics. “Nell’enorme magazzino in cui lavoro, che all’epoca (2016, ndr) occupava 350 persone, per la maggior parte donne e stranieri, il turno iniziava alle 4.30 della mattina con nessuna certezza dell’orario di uscita. Tutto era possibile, 4 ore di lavoro come 12, e un semplice sms, inviato la sera, fissava il tuo turno per il giorno dopo”, ha scritto una lavoratrice del polo di Stradella, da dove partono i prodotti H&M per 18 Paesi del mondo.

Il tema di un salario dignitoso è solo uno dei nodi nella trama dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dell’industria tessile. La settimana prima della mobilitazione internazionale nei confronti di H&M, la Campagna Abiti Puliti aveva promosso la “Week of Justice”, una settimana di eventi per chiedere giustizia per le vittime del tragico incendio all’Ali Enterprises di Karachi, nel sud del Pakistan, la fabbrica tessile dove l’11 settembre 2012 morirono 250 operai e operaie. “Di chi è la responsabilità della morte di quelle persone che stavano cucendo i nostri abiti?”, non si stanca di chiedere Abiti Puliti, che ha ripreso la simulazione video realizzata da Forensic Architecture per l’European Center for Constitutional and Human Rights per mostrare come “sarebbero stati sufficienti piccoli miglioramenti alla sicurezza” per salvare le vite di chi era al lavoro nella fabbrica.

La sicurezza dei luoghi di lavoro è uno dei temi su cui si è concentrata la visita in Europa dei rappresentanti dell’“Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association” (AEFFAA) -una rete di 200 persone, tra sopravvissuti e familiari delle vittime dell’incendio, nata con il sostegno della federazione sindacale “Pakistani National Trade Union Federation”- per la “Week of Justice”. In Italia l’AEFFAA ha incontrato i responsabili del Punto di Contatto Nazionale OCSE, per rivendicare risarcimenti adeguati, ma soprattutto chiedere “cambiamenti strutturali e duraturi nelle filiere globali dell’industria tessile -come spiega Abiti Puliti-, dai paesi di produzione a quelli da cui provengono gli ordini di acquisto e fino alle aziende di certificazione”.
In questo senso, si stanno accertando anche le responsabilità dell’azienda italiana di auditing Rina Services spa che, nell’agosto 2012, poco prima dell’incendio mortale, aveva rilasciato all’Ali Enterprises la certificazione SA8000, che dovrebbe attestare il rispetto di standard corretti in materia di sicurezza e di condizioni lavorative. “L’ispezione che ha dato origine alla certificazione era stata condotta non direttamente da Rina, ma da un’azienda terza pachistana”, specifica Abiti Puliti. Un caso sul quale la magistratura italiana ha aperto un’indagine in seguito a un esposto depositato nel 2014 da AEFFAA, presso il tribunale di Genova, la cui ultima udienza nelle indagini preliminari si è svolta lo scorso settembre.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/giustizia-lavoratori-tessile/

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