La fascistizzazione del senso comune. Ma c’è dell’altro

La riflessione di Piero Piraccini, Tavola della pace, a 80 anni dalle leggi razziali.


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La fascistizzazione del senso comune. Ma c’è dell’altro
Contraddicendo il filosofo di Treviri, può essere che la storia ‘stavolta si ripeta in tragedia non più in farsa. Lo scorso anno è ricorso l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali.
Da un giorno all’altro migliaia di persone furono private dei loro diritti, caricate su treni e portate in campi da cui non sarebbero più tornate. “Passate per un camino” cantò Guccini.
Queste le parole di Liliana Segre, una delle poche che sopravvisse:“Io che sono stata vittima dell’odio dell’Italia fascista sento che, dopo anni, sta ricrescendo una marea di razzismo e d’intolleranza che va fermata in ogni modo. La realtà ci consegna una lista quotidiana di atti inqualificabili. Bisogna lavorare contro la fascistizzazione del senso comune che sta appena un gradino sopra l’indifferenza che 80 anni fa ha coperto di vergogna l’Italia fascista.
La politica per prima ha il dovere di insegnare alle persone come comportarsi e non fomentare l’odio”. Quel momento reazionario che portò all’antisemitismo e al fascismo, e poi alla guerra, si affermò con gradualità conquistando zone grigie di popolazione disattenta, poggiando su leggi sostenute da un’abile costruzione di consenso sociale attorno ad esse.
Pochi, vedendo in tempo i segnali di un mutamento pericoloso, si opposero a norme che ritennero sbagliate. “Vennero a prendere gli ebrei, poi i comunisti, poi, gli omosessuali, poi gli zingari, …Quando vennero a prendere me, non ebbi nessuno cui chiedere aiuto”. Anche questo fu scritto.
Le analogie con i tempi odierni sono troppe per sottovalutare il fenomeno. L’articolo 1 della dichiarazione universale dei diritti umani che sancisce l’uguale dignità di ogni essere umano, richiama un principio che attiene a tutti, anche alle  persone che ogni giorno si trovano sballottate dalle onde del Mediterraneo su scialuppe di fortuna o su navi di soccorritori chiamate “taxi del mare” da governanti per i quali un giorno saremo chiamati a rispondere alla domanda: come è stato possibile consentirglielo?, e a quelle persone che hanno visto quel mare diventare un cimitero.
Il loro diritto è poter sbarcare e cercare una soluzione a una vita disperata che li ha portati su quelle scialuppe e su quelle navi. Ma tale diritto è visto come un privilegio da troppi che ormai fanno propria la frase stoltamente ironica, pronunciata da un ministro della Repubblica, “la pacchia è finita. 

Eppure c’è dell’altro. “Sto tornando a casa ora, le tempie mi pulsano per il mal di testa ma ancora una volta ho tante storie in tasca e gli occhi pieni di sguardi. Nelle mani ancora l’odore di una merendina al cioccolato diventata giocattolo tra le mani di una bambina, nelle orecchie qualche parola scambiata al volo con qualche famiglia prima di partire per accompagnare due donne somale, entrambe sole, ragazze invecchiate dalla stanchezza che si ritrovano in un corpo e in un viso d’anziane. La più grande mi chiede dove sia mia madre, mio padre, la mia famiglia. Scuote la testa quando le rispondo che sono tutti in Italia, che sono sola qua a Parigi. Scuote la testa e i suoi occhi per un istante fuggono tra le strade di Mogadiscio, tra i suoi figli, tutti maschi, nelle stanze del luogo che chiama casa. In fondo qualcosa ci accomuna questa notte. Quando ci salutiamo mi dice che non mi scorderà, ricevo la sua benedizione e me ne vado. Di fianco, alla fermata della metro, un bozzolo umano è sdraiato per terra. Nessuna coperta, i piedi scalzi. Un bozzolo di nylon trasparente, rannicchiato come un feto, ma non c’è nulla che sembra stia per nascere, qui. Spero almeno domani diventi farfalla. Spero almeno che il velo che porta addosso serva a togliere quello che copre i nostri sguardi di passanti distratti, e che domani saremo noi a camminare con i piedi della coscienza scalzi. Mi aggrappo a questa speranza, e ti penso. Buonanotte o buongiorno, torno presto”. Paola studia a Parigi. Una notte, tra le altre, ad accompagnare i senza tetto. Sì, c’è dell’altro.

Fonte: Perlapace.it – http://www.perlapace.it/la-fascistizzazione-del-senso-comune-ce-dellaltro/

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