Rai 2: va ora in onda il complottismo sul signoraggio bancario

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Il video di “Povera patria” (Rai 2) sul cosiddetto signoraggio ha destato, per usare un eufemismo, qualche perplessità.

Forse è perché ci siamo svegliati un giorno scoprendo che il servizio pubblico, invece di ispirarsi alla BBC (che pure ha i suoi difetti, sia chiaro) ha preferito allinearsi a LoSai, e perché adesso abbiamo il terrore di un servizio su come curare i tumori col bicarbonato e come trovare la pentola d’oro alla fine di un arcobaleno.

In ogni caso, l’autore del servizio, Alessandro Giuli, intervistato dall’Agi ha così risposto alle critiche:

Sono stato trattato come un ‘no vax’ per la mia scheda sul signoraggio bancario e questo mi dispiace parecchio. Che fosse materiale controverso l’avevo annunciato già in conferenza stampa. E comunque era un editoriale, un mio punto di vista, e non era no euro. ‘Povera Patria’ non ha intenzione di sparare verità nel cielo e non pretende che tutti siano d’accordo. Tant’è che nella prossima puntata continueremo a parlare di questo tema, invitando in trasmissione chi la pensa diversamente.

Più della risposta in sé – strano che un servizio su una bufala vecchia e scaduta comporti l’essere trattato da bufalaro! – è interessante la concezione del giornalismo che emerge da questo commento. Sembra di capire che, per l’autore del servizio:

1. Opinioni e fatti sono equiparabili. Il che può essere plausibile solo se si rinuncia alla prova empirica ad esempio:

Fatto: Un corpo è soggetto alla forza di gravità.
Punto di vista: non è vero.
Prova Empirica: Lanciarsi dal decimo piano.

2. L’onere della prova non spetta a nessuno.

Esempio: sostenere che ad Auschwitz alla fine non è successo nulla di particolare, anzi.
Prova Empirica: testimonianze, materiale video, foto, documenti. È abbastanza implausibile che un considerevole di prove di questo tipo siano tutti falsi, che persone che non si conoscevano, da paesi diversi e con lingue diverse abbiano concordato testimonianze così dettagliate, così nitide anche a distanza di anni, e che soprattutto abbiano concordato di farsi tatuaggi numerici sul braccio. Così come è impossibile che un cospicuo numero di persone date per morte – tra cui moltissimi ebrei – si sia in realtà trasferito senza lasciar tracce perché fortemente minsantropo. È abbastanza implausibile che alla fine della guerra qualcuno abbia detto “ehi, rastrelliamo i cimiteri, mettiamo tutti i corpi in una fossa e diamo la colpa ai tedeschi!”.
Rinuncia all’onere della prova: Dai, nella prossima puntata mettiamo Liliana Segre a discutere con un naziskin di diciotto anni.

3. È il consenso a decidere cosa sia vero o plausibile. Quindi il lavoro metodologico su fonti, documenti, riscontri e quant’altro non solo non spetta a nessuno, ma può essere sostitutito da un sondaggio alla fine del servizio: “secondo voi è corretto?”. Oppure da un dibattito. Il che può essere molto interessante se si fa un servizio sull’elevato tasso di alcolismo tra gli elfi, un po’ meno quando si parla di aspetti delicati e complessi come l’economia. Io ad esempio sull’elevato tasso di alcolismo tra gli elfi ho la mia teoria, però per decenza mi guardo bene dall’utilizzare il servizio pubblico per divulgarla – ma forse è un limite mio – né penso che sia “pluralismo” dare spazio a 10 Storie di elfi che ce l’hanno fatta.

4. Per fare il giornalista alla fine basta trovare uno bravo nel montaggio video.

Del giornalismo, solitamente, si dice che richieda separare i fatti dalle opinioni – categoria, quest’ultima, in cui possono rientrare tanto i punti di vista quanto le sonore fregnacce. Quando invece di separare si rinuncia ai fatti, quando a livello epistemologico ci si tiene lontani dalle domande “che cos’è un fatto?”, quando, operata questa distanza, si mettono i fatti sullo stesso piano delle opinioni (il debito pubblico è un’opinione, un punto di vista?), quando la retorica, il dibattito e la chiacchierata in studio si sostituiscono alla logica e quando, infine, si confeziona un video usando un tono divulgativo che presenta ogni elemento come certo, senza specificarne i rapporti che intercorrono, ci si muove in una regione di senso che ha la parvenza del giornalismo, ma obiettivi radicalmente diversi.  E in quella regione non si fa affidamento sulla metodologia, ma si confida nella stupidità del pubblico.

Riportiamo anche un post (pubblico) pubblicato da Massimo Fontana su Facebook in cui vengono spiegati errori e imprecisioni del servizio andato in onda su Rai2 durante la trasmissione “Povera Patria”:

Ieri sera, in una trasmissione della Rai si è parlato del signoraggio.
I concetti chiave espressi sono tre:
1) fino al…

Pubblicato da Massimo Fontana su Sabato 26 gennaio 2019

 
Di seguito il testo del post:

“Ieri sera, in una trasmissione della Rai si è parlato del signoraggio.
I concetti chiave espressi sono tre:
1) fino al 1981 la banca centrale italiana doveva comprare i titoli di stato emessi dallo stato e non sottoscritti dal mercato. Da quell’anno in poi invece no.
2) Nel 1981 banca d’Italia viene liberata da tale obbligo verso il tesoro e diventa di fatto privata.
3) il signoraggio vero e proprio infine sarebbe la differenza tra il valore facciale della moneta emessa e il suo costo di produzione.

Che dire su queste tre affermazioni?
Semplicemente che sono da estremamente incomplete a palesemente errate.

Partiamo dall’affermazione che banca d’Italia è privata.
La legge n.262 del 2005, qui ribadito dal decreto legge del 30/11/2013 all’articolo 4, qui stabiliscono che Banca d’Italia è un istituto di diritto PUBBLICO.
Quindi no, Banca d’Italia non è privata.
Ha dei privati all’interno del suo capitale, ma i diritti di voto di questi soggetti sono sterilizzati e rimane un istituto di diritto pubblico.
Così dice la legge.

Per quanto riguarda gli obblighi di banca d’Italia fino al 1981 e successivamente, possiamo leggere cosa ci dice la banca d’Italia stessa, attraverso un discorso del 2011 dell’allora governatore Mario Draghi in occasione del ricordo proprio del divorzio, qui e il direttore del ministero del tesoro in una relazione del 1988, qui.

Cosa ci dice bankitalia e il tesoro allora?
Per prima cosa che l’obbligo di comprare i titoli di stato, fino al 1975 era solo per la parte residuale dei titoli emessi e non collocati.
Solo dal 1975 al 1981 e per i Bot, che subito diventeranno la forma principale di collocamento del debito pubblico italiano, a banca d’Italia viene imposto di essere parte attiva nel mercato in concorrenza con gli operatori privati.
Questo è abbastanza diverso dall’affermazione del servizio Rai, in quanto l’obbligo di acquisto di titoli banca d’Italia l’ha avuto in modo attivo nella sua storia per l’appunto solo per 6 anni.
E non a caso, con l’esclusione della WW2, quel periodo temporale sono gli anni dove l’inflazione è stata più alta.
Non solo.
Quando è intervenuto il divorzio tra tesoro e bankitalia nel 1981, non si è avuto per nulla una separazione immediata e netta.
Come scrive Draghi “..alle aste dei Bot il Tesoro continuerà a fissare un tetto massimo ai rendimenti (il “tasso base”) fino al 1988-89; fino al 1994 la Banca d’Italia continuerà a intervenire discrezionalmente in asta e fino a quell’anno rimarrà anche in essere il finanziamento automatico del Tesoro tramite il conto corrente presso la Banca”.

Rimane la terza affermazione, ovvero su qual è la natura del signoraggio.
E per spiegarlo usiamo di nuovo le parole di Banca d’Italia qui.
Banca d’Italia che spiega che il signoraggio è:
“Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote in circolazione o, più generalmente, della base monetaria.”

Cosa vuol dire tale affermazione?
Spieghiamo: poniamo che la banca centrale crei una moneta da 100 euro e che questo processo gli costi 1 euro.
Questa moneta viene letteralmente creata dal nulla e la sua accettazione viene imposta al mercato in forza della legge.
Questo è il significato di moneta legale o moneta fiat.
Ma come viene immessa nel mercato?
Semplicemente la banca centrale la usa per acquistare o vendere titoli di stato.
L’immissione delle nuove monete quindi avviene sempre tramite l’acquisto (o la vendita se si vuole contrarre l’offerta di moneta) di titoli di stato (col recente QE si è ampliata la platea di titoli, ma il processo rimane immutato).
A questo punto la banca centrale si trova in mano un titolo di stato da 100 euro che dà un rendimento poniamo del 3%.
Ecco, il reddito da signoraggio è quel rendimento del 3% che il titolo di stato offre.

A questo punto però arriva il solito a dire che no, il reddito dovrebbero essere i 99 euro dati dalla differenza tra 100 euro creati e 1 euro di costo.
Il filmato rai dice infatti questo.
Ma come dice anche bankitalia, non è così.
Ma perché non è così?
Perché la moneta che la banca centrale crea è per lei un debito.
Ripetiamo: la moneta per chi la crea è un debito.
E punto dirimente: non può essere diversamente.
Quindi i 100 euro di moneta che la banca crea sono per lei un debito e quindi non possono essere considerati un reddito.

Cerchiamo allora di spiegare perché la moneta è un debito facendo un esempio molto semplice: poniamo che un idraulico faccia un lavoro qualsiasi in favore della banca centrale.
L’importo del lavoro è 100 euro.
La banca centrale al momento del pagamento prende un foglio di carta e ci scrive sopra 100 euro e lo da al lavoratore.
Questo lavoratore accetterebbe tranquillamente questo pezzo di carta senza una qualche garanzia?
Qualsiasi persona razionale direbbe di no.
Serve quindi una garanzia per far accettare la carta moneta.
E la garanzia obbligatoriamente la deve dare chi emette la carta moneta .
Da questo non si sfugge .
Ora , proprio perché la carta moneta di suo ha un valore quasi nullo e perché venga accettata chi la emette deve dare anche una qualche forma di garanzia, ecco che allora l’emissione di nuova moneta deve essere messa a debito di chi la emette perché per l’appunto rappresenta una sorta di promessa di pagamento.
Non a caso anni fa chiunque poteva in qualsiasi momento chiedere la conversione del controvalore in oro a chi emetteva la carta moneta.
Ora non è più così, ma il valore della moneta deve comunque essere garantito.
E tale funzione la opera per l’appunto la banca centrale.
Scrive infatti banca d’Italia: “Oggi il valore delle banconote è garantito, oltre che dalle leggi dello Stato (valore legale), dall’obiettivo assegnato alle banche centrali di mantenere l’offerta di moneta commisurata alle necessità dell’economia, evitando così sia l’inflazione che la deflazione. Le banche centrali assicurano inoltre anche l’integrità e l’autenticità delle banconote in circolazione”.

Cambia la forma ma il concetto è immutato : la moneta è un debito per chi la emette perchè rappresenta una promessa di pagamento o mantenimento di valore.
E cosa dice il detto?
Ogni promessa è un debito.
La moneta è una promessa di pagamento e quindi è un debito.
Così è e così sarà sempre.

Ma ipotizziamo per amor di ragionamento, come vorrebbe qualche sognatore monetario, che un eventuale organo statale con forza di legge massima stabilisca e imponga che la nuova moneta debba essere messa non a debito come ora, ma a credito.
Cosa vorrebbe dire letteralmente?
Se a debito la moneta rappresenta una promessa di pagamento da parte di chi la emette, a credito la moneta rappresenterebbe una promessa di pagamento da parte di chi la riceve.
Ha un qualche senso logico questa proposizione ?
Ovviamente no.
Chi è quella persona anche solo minimamente razionale che accetterebbe come pagamento quello che per lui sarebbe un debito ?
Nessuno.
Se non altro perché di fatto non sarebbe un pagamento.

Ecco allora spiegato perché la banca centrale – qualsiasi banca centrale – deve obbligatoriamente mettere l’emissione di moneta come debito: per chi la emette è una promessa di pagamento, quindi un debito.
Ma se la moneta legale è un debito per chi la emette, ecco allora spiegato perché il reddito da signoraggio non è la differenza tra valore legale e costo di produzione della nuova moneta, ma semplicemente il reddito che questa frutta nel processo di immissione nel mercato.

Reddito da signoraggio che finisce nell’utile di banca d’Italia e ovviamente è sempre giusto ricordare è di competenza del tesoro italiano e non dei “privati”, che come stabiliscono le leggi bancarie riportate all’inizio, hanno diritto al messimo al 6% dell’importo totale.

Quindi ricapitolando a commento dei tre punti chiave del servizio della rai, abbiamo che:
– la prima affermazione è come minimo gravemente incompleta, visto che l’obbligo di comprare i titoli di stato invenduti si è avuto pienamente solo per 6 anni e che dal 1981 si è solo iniziato un processo che però si è concluso 13 anni dopo, ovvero nel 1994
– la seconda è errata
– la terza è errata. (…)”.

Immagine in anteprima via Rai

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/rai-due-signoraggio-complottismo/

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