Ultracattolici ed estrema destra al potere: chi c’è dietro la guerra alle donne e ai diritti

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«Giù le mani dalle donne». Le attiviste del movimento femminista Non Una di Meno lo gridano a gran voce nell’aula del consiglio del primo Municipio di Roma dove è in corso il convegno “Famiglia e natalità” organizzato dal gruppo della Lega. L’ospite principale della conferenza è il senatore leghista Simone Pillon, autore del ddl che porta il suo nome su divorzio e affido condiviso.

Del disegno di legge si è tornati a parlare negli ultimi giorni dopo l’inchiesta di Giulia Bosetti andata in onda su Presa Diretta, che ha mostrato ancora una volta gli aspetti critici e i grossi rischi per la tutela dei diritti dei minori o delle donne, specialmente in situazioni di abusi e violenza domestica.

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Ed è proprio contro il ddl – contestato sin dalla sua presentazione – che giovedì 31 gennaio Non Una di Meno insieme ad altre realtà femministe come la Casa Internazionale delle Donne e le reti di centri antiviolenza Di.Re e Differenza Donna ha organizzato la protesta al Municipio I.

Quando le donne entrano nell’aula dove si sta tenendo la conferenza intonando cori e alzando cartelli e striscioni, Pillon urla che la «famiglia è fatta da un uomo e da una donna che si vogliono bene», che c’è il rischio di una “sostituzione etnica”, che le «femministe hanno tradito la loro missione» e taccia le manifestanti di non sapere «cosa sia la democrazia». Nel frattempo le donne vengono ripetutamente insultate dai partecipanti all’incontro: «C’avete dieci amanti a testa, zoccole andatevene».

Maria Brighi della Casa Internazionale delle donne è in prima fila e scandisce insieme alle altre presenti le stesse parole che si trovano sullo striscione che sta reggendo: “Giù le mani dalle donne”. Dal tavolo si alza un uomo, la spintona, le dice che ha «rotto il cazzo» e le strappa dalle mani lo striscione. Altre donne si avvicinano, e vengono spintonate anche loro.

L’autore dell’aggressione è uno degli organizzatori della conferenza, Alessandro Vallocchia, figura della destra di strada romana: tra i suoi trascorsi l’organizzazione di ronde e la cosiddetta “operazione mazzaferrata” contro esercizi commerciali gestiti dai cinesi come portavoce del Comitato di Difesa Esquilino-Monti. Hanno appartenenze analoghe anche altri promotori dell’evento e ferventi difensori della famiglia naturale, così come ricostruito da DinamoPress.

Pillon, come si vede da numerosi video, assiste alla scena senza dire una parola. Neanche a conferenza finita condanna l’episodio, e risponde alle domande dei giornalisti dicendo di non sapere cosa sia successo e di non aver visto nulla. Poi, sulla sua bacheca Facebook, accenna soltanto a “10 minuti di interruzione da parte delle nazi-femministe cirinnanti”.

L’episodio di giovedì scorso è solo l’ultima espressione della guerra alle donne e ai diritti in atto nel nostro paese dietro il paravento della “difesa della famiglia tradizionale” – una guerra condotta congiuntamente da movimenti ultracattolici e di estrema destra, che ha acquistato linfa e copertura istituzionale con il nuovo governo.

L’attacco all’aborto

Simone Pillon non ha mai fatto mistero della sua contrarietà all’aborto. In una delle prime interviste dopo la sua elezione ha detto a La Stampa che bisogna «convincere la donna a tenere il suo bambino», se vuole abortire «le offriamo somme ingentissime per non farlo». E se vuole ancora? «Glielo impediamo».

Del resto il senatore si è subito espresso a favore della mozione approvata dal consiglio comunale di Verona lo scorso ottobre con l’obiettivo di finanziare e sostenere associazioni cattoliche che promuovono iniziative contro l’aborto. «A norma di legge dovrebbero farlo tutti i Comuni», aveva detto Pillon.

La mozione – che ha contestualmente dichiarato Verona prima “città della vita” in Italia – era stata proposta da Alberto Zelger, consigliere leghista di lungo corso con una storia in gruppi ultracattolici (è stato presidente del Movimento Europeo per la Difesa della Vita) e autore di affermazioni come «l’aborto è un abominevole delitto», «la legge 194 non dovrebbe esistere» e «i gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie». Il sindaco di Verona Federico Sboarina, dichiaratamente cattolico e “no gender”, eletto con una lista civica, sostenuto da Salvini e legato all’estrema destra locale, aveva dato il suo appoggio al documento.

Anche in quell’occasione le donne di Non Una di Meno avevano protestato, assistendo alla discussione della mozione vestite come le ancelle di Handsmaid’s Tale. Per tutta risposta, Andrea Bacciga, consigliere eletto con la lista del sindaco e legato a gruppi di estrema destra come il recente Fortezza Europa, nonché promotore del concerto nazi-rock dedicato a Jan Palach lo scorso 19 gennaio, si era rivolto a loro facendo il saluto romano.

Dopo l’approvazione movimenti e associazioni femministe avevano subito espresso la preoccupazione che quello del consiglio comunale di Verona potesse essere solo un primo passo, un laboratorio per politiche repressive dei diritti a più ampio raggio. Non avevano torto: in effetti mozioni praticamente identiche a quella veronese sono state presentate (ma non approvate) a pochi giorni di distanza in circa una decina di comuni italiani. Alcuni di questi documenti «erano praticamente un copia-incolla», spiega Eva, che fa parte di Non Una di Meno Verona. Questo fatto è secondo lei «esemplare» di come certe dinamiche cittadine si stiano diffondendo a livello nazionale.

Da Verona, infatti, è partita una vera e propria offensiva contro la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo, che trova una diretta corrispondenza nelle aule parlamentari (dove è stato creato un intergruppo “Vita, Famiglia e Libertà” fondato da Pillon e composto da 150 parlamentari sulla linea del Family Day) e all’interno della compagine leghista dell’esecutivo. Ad esempio in uno dei ministeri chiave per l’agenda pro-vita: quello della Famiglia, affidato al veronese Lorenzo Fontana.

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Così come Pillon, anche Fontana ha difeso la mozione contro l’aborto, e con il senatore condivide anche le posizioni ultracattoliche: entrambi avevano partecipato all’ultima “Marcia per la vita”, lo scorso maggio, il più grosso appuntamento pro-life in Italia, quest’anno dedicata alla guerra all’aborto nel quarantennale della legge che nel 1978 ha legalizzato le interruzioni di gravidanza. Fontana è iscritto a un piccolo gruppo, il “Comitato no 194”, che vorrebbe abolire con un referendum la legge 194/78, e sostituirla con una normativa che punisca donne e medici che ricorrono all’aborto con una pena detentiva. Il ministro, inoltre, non riconosce le famiglie omosessuali, combatte “l’ideologia del gender” e si oppone all’immigrazione per il pericolo di una “sostituzione etnica” (tutte posizioni esplicitate e ribadite nel libro che ha pubblicato).

Pro-life ed estrema destra

I movimenti pro-vita e no-gender in Italia (e anche in Europa) agiscono oramai come una vera e propria lobby. Quando Fontana è stato nominato ministro della Famiglia hanno festeggiato: uno dei loro aveva ottenuto una posizione chiave per portare avanti la loro agenda.

Prima della formazione del nuovo governo, Fontana era capo della delegazione della Lega al Parlamento Europeo. La sua militanza nella Lega è lunga un ventennio: dal 2002 è stato vice coordinatore federale del Movimento Giovani Padani, la sezione giovanile della Lega Nord, e poi nel 2016 è diventato vicesegretario federale del partito. Nel 2017, quando Sboarina è diventato sindaco di Verona, Fontana ha assunto la carica di vicesindaco.

Il ministro è stato, come europarlamentare, tra i promotori della prima Marcia per la vita che si è tenuta nel 2011 a Desenzano del Garda, e figura come relatore in eventi e convegni organizzati da diverse associazioni pro-life e no-gender sia a livello locale a Verona, che a livello nazionale. I suoi legami con l’estrema destra di strada veronese e i gruppi tradizionalisti cattolici sono piuttosto noti. Nel 2015 ha partecipato al “Family Pride” di Verona, un evento organizzato da Forza Nuova e dal circolo Christus Rex (legato a FN). Assieme a lui in una foto figurano anche il futuro sindaco di Verona Federico Sboarina e militanti di Forza Nuova legati alla curva dell’Hellas – nota per essere una specie di vivaio dell’estrema destra locale.

Del resto, le strade dei movimenti pro-life e dell’estrema destra si incrociano e confondono spesso.

Una delle principali organizzazioni ultra-cattoliche in Italia è ProVita Onlus, tra le promotrici di Family Day e Marcia per la Vita, che nel 2018 ha aperto un quartier generale a Roma. È l’organizzazione dietro gli enormi manifesti contro l’aborto apparsi a Roma lo scorso aprile, a ridosso dell’anniversario della legge 194.

ProVita ha forti legami con Forza Nuova, ben documentati da Yàdad de Guerre, autore del blog d’inchiesta “Playing the Gender Card”. Per cominciare, il portavoce di ProVita si chiama Alessandro Fiore, figlio del leader di FN, Roberto. Il presidente di ProVita, Toni Brandi, ha sempre negato legami con l’estrema destra. Al Corriere della Sera ha detto che «tra Pro Vita e Forza Nuova non vi sono rapporti, vi è solamente uno storico rapporto di amicizia tra me e Roberto Fiore».

Ci sono però altre circostanze. Come riportato da Ferruccio Pinotti ed Elena Tebano, ad esempio, “a distribuire nella fase di avvio il notiziario di Pro Vita è Rapida Vis srl”, la cui sede legale “era a Roma, in via Cadlolo 90” allo stesso indirizzo della sede di Forza Nuova. Il libro di ProVita risulta pubblicato dall’Alliance for Peace and Freedom, una coalizione di partiti di estrema destra al Parlamento europeo presieduta da Roberto Fiore – che ne ha scritto l’introduzione. Brandi e Fiore, inoltre, compaiono entrambi in un documentario di propaganda russa anti-Lgbti.

Una delle iniziative pro-life più evidenti in Italia nel 2017 è stato il tour del bus arancione “anti gender”, promosso da Generazione Famiglia e da CitizenGO Italia. La prima è la branca italiana della Manif Pour Tous, il principale movimento pro-vita francese, lanciata nel 2013 con una manifestazione a Roma e presieduta da Jacopo Coghe.

CitizenGO Italia è una derivazione nostrana di una piattaforma per petizioni presente in diversi paesi e nata come fondazione per mano di HazteOir, un’associazione spagnola fondata e presieduta da Ignacio Arsuaga.

Come scrive Lara Whyte in un’inchiesta su openDemocracy 50.50, un team di investigatori spagnoli aveva tracciato dei collegamenti tra HatzeOir ed El Yunque, una società segreta messicana di estrema destra con l’obiettivo di “difendere la religione cattolica e combattere le forze di Satana, anche tramite la violenza o l’omicidio”. Il gruppo di ricerca americano Political Research Associates ritiene che questo non sia l’unico legame di CitizenGO con gruppi di destra ultracattolici. Ci sono infatti “connessioni di lungo corso con organizzazioni cristiane di destra anti abortiste e ‘pro-famiglia’, innanzitutto attraverso i membri del board”.

Brandi, Coghe e il direttore campagne di CitizenGO Italia Filippo Savarese fanno parte anche del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, organizzatore dei Family Day del 2015 e 2016 a Roma. Anche il senatore Pillon risulta tra i soci fondatori, seppur autosospeso.

Secondo il Southern Poverty Law Center (SPLC), CitizenGO è l’organizzazione attraverso cui si sta muovendo “gran parte dell’attività anti-Lgbti americana”, grazie anche alla presenza nel board internazionale di Brian Brown, “uno dei più influenti attivisti americani anti-Lgbti nel mondo. Conosciuto per l’opposizione al matrimonio egualitario in California, Brown ha influenzato la legislazione che impedisce l’adozione da parte delle coppie omosessuali straniere in Russia e ha legami con numerosi leader anti-Lgbti di ispirazione autoritaria in Europa, in particolare il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán”.

Il Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona

Brown è presidente dell’International Organization for the Family (IOF), nonché leader del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families – WCF), il più importante meeting internazionale di gruppi e movimenti pro-life e anti-Lgbti, che si terrà dal 29 al 31 marzo a Verona, a meno di sei mesi dall’ultima edizione di settembre in Moldavia.

Il rappresentate in Russia del WCF è Alexey Komov (anche lui nel board di CitizenGo). È spesso invitato a parlare a conferenze organizzate dal ProVita, talvolta anche insieme a Fontana. Tra i suoi viaggi in Italia c’è stata anche la partecipazione nel 2013 al Congresso della Lega Nord a Torino. Per il SPLC Komov è “la chiave per il riallineamento del WCF a fianco dell’estrema destra europea”.

Della piattaforma del WCF fanno parte ProVita onlus, Generazione Famiglia, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e Novæ Terræ, una fondazione che fa capo all’ex parlamentare italiano Luca Volonté – e della quale dal 2015 al 2018 ha fatto parte anche Pillon. Un’inchiesta di Francesca Sironi su L’Espresso dello scorso novembre ha analizzato i movimenti finanziari della fondazione, rivelando come Novæ Terræ abbia intercettato negli anni finanziamenti russi per organizzare in tutto il mondo campagne contro l’aborto e le unioni omosessuali.

Nato nel 1997 negli Stati Uniti, il WCF è stato catalogato dal SPLC come come “hate group”. Secondo un report del gruppo Political Research Associates, il WCF usa “questa “retorica ‘pro-famiglia’” per “promuovere nuove leggi che giustificano la criminalizzazione delle persone Lgbti e dell’aborto, scatenando effettivamente in giro per il mondo una valanga di legislazioni anti aborto e anti-Lgbti, persecuzioni e violenze che alla fine danneggiano – e cercano di smantellare – tutte le ‘famiglie non tradizionali’”.

I “Congressi” che il WCF tiene una volta l’anno fungono da “luoghi chiave per lo sviluppo e la diffusione della strategia di destra. Questi eventi in genere attirano migliaia di partecipanti e costruiscono l’influenza internazionale del WCF riunendo politici compiacenti, leader religiosi, scienziati, studiosi e società civile di tutto il mondo. I relatori principali sono in genere leader di spicco della destra cristiana americana che rappresentano organizzazioni più grandi e con migliori risorse che aderiscono come partner al WCF”.

All’edizione di Verona, oltre al ministro della Famiglia Fontana e all’omologo ungherese ed altri, è atteso come speaker anche Matteo Salvini. Alla scorsa edizione in Moldavia il ministro dell’Interno aveva partecipato inviando una lettera, in cui definiva lo sforzo del WCF “di difendere la famiglia naturale un elemento vitale per la sopravvivenza dell’umanità”.

Lo scorso ottobre Salvini ha incontrato a Verona il sindaco Sboarina, Brian Brown e le associazioni promotrici del Family Day (successivamente ricevuti anche da Lorenzo Fontana). Il ministro dell’Interno si è detto orgoglioso «di ospitare le famiglie del mondo a Verona, questa è l’Europa che ci piace». I leader di ProVita Onlus, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e Generazione Famiglia presenti all’incontro hanno detto che «da Verona sarebbe iniziata la contro-rivoluzione del buon senso e della ragione».

Secondo la giornalista del Post Giulia Siviero, che vive a Verona, «a posteriori si può dire che la mozione anti aborto e altri e episodi che si sono verificati negli ultimi tempi abbiano preparato il terreno per il Congresso delle famiglie».

Quando a febbraio 2018 il Bus anti gender di CitizenGO e Generazione Famiglia è arrivato a Verona ha trovato ad accoglierlo il sindaco Sboarina e l’allora vicesindaco, Lorenzo Fontana. Nello stesso mese in città si è tenuto il primo “Festival Per la Vita”, organizzato tra gli altri da ProVita Onlus e Comitato Difendiamo i Nostri Figli e sponsorizzato dal World Congress of Families. Sia Sboarina che Fontana erano presenti come speaker dell’evento, che si è tenuto nello storico palazzo della Gran Guardia. Nel frattempo, i gruppi di estrema destra di strada moltiplicavano le loro iniziative, supportati dall’amministrazione.

«Sono stati fatti una serie di passi – aggiunge Siviero – in una città che non reagisce abbastanza, perché comunque c’è un terreno fertile per questi mondi e l’amministrazione non li ostacola, anzi. Per questo penso che organizzare il Congresso a Verona sia fortemente simbolico».

Verona è in effetti un passaggio chiave per capire cosa si sta muovendo a livello nazionale. La città ha una lunga storia di legami tra ambienti del tradizionalismo cattolico, estrema destra di strada e amministrazioni locali. Paola Bonatelli, attivista del circolo Lgbti Pink di Verona e a lungo corrispondente del Manifesto, afferma che c’è sempre stato una sorta di «filo nero», sin dai tempi della Repubblica di Salò e poi negli anni ‘70 con il terrorismo nero. Quando nel 1994 neofascisti entrarono nel primo governo Berlusconi, la stessa cosa accadde a Verona: Bonatelli ricorda che dal 1994 al 2002 l’amministrazione di Forza Italia aveva tre membri provenienti dall’estrema destra. Risalgono a quegli anni le prime mozioni omofobe proposte in consiglio comunale.

Poi, dopo 5 anni di governo di un sindaco cattolico di centro-sinistra, è iniziata l’amministrazione guidata dal leghista Flavio Tosi (dal 2007 al 2017), dove è diventata ancora più esplicita la relazione con tradizionalisti cattolici e militanti di estrema destra, spesso posizionati in ruoli di vertice di municipalizzate e istituzioni. Sono gli anni di decine di aggressioni neofasciste documentate dai movimenti antifascisti e dell’omicidio del ventinovenne Nicola Tommasoli, pestato a morte in strada da cinque neonazisti.

«Verona è stata da sempre un un punto di riferimento per diverse associazioni cattoliche tradizionaliste che hanno avuto stretti legami con le frange della destra più radicale e che hanno influenzato la politica locale», spiega Emanuele Del Medico, attivista e studioso dell’ex centro culturale di documentazione anarchica di Verona “La Pecora Nera” e autore del libro “All’estrema destra del padre. Tradizionalismo cattolico e destra radicale. Ultracattolici ed estrema destra”, aggiunge, «hanno un obiettivo comune: ripristinare un ordine del passato andato perduto».

Questo intreccio di connessioni tra fondamentalisti cattolici, destra di strada ed istituzioni con la Lega al governo si è spostato a livello nazionale. Del Medico chiama questo processo una «veronesizzazione della politica italiana»: «Fontana è riuscito a portare le tematiche che da una vita raccontano la politica veronese dominante fino al livello nazionale». È un modello, aggiunge, «assolutamente replicabile su un piano europeo».

In città e a livello nazionale si sta compattando una resistenza costruita attorno al movimento femminista Non Una di Meno, che è riuscito a tenere insieme le istanze di donne, migranti, persone Lgbti, minoranze e tutti i soggetti che sono i bersagli della violenza dei “difensori della famiglia naturale”. Siviero spiega che questa cosa è avvenuta perché come sempre «il corpo delle donne è il campo di battaglia delle politiche repressive».

Immagine in anteprima via Fanpage

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/pillon-diritti-donna-estrema-destra/

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