Tratta: il mondo deve sapere e si deve mobilitare

Le riflessioni del convegno “NUOVI MURI, NUOVI SCHIAVI” organizzato in occasione della Giornata mondiale contro la tratta dal Centro Pime di Milano, Mani Tese e Caritas Ambrosiana con il contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e la collaborazione di Ucsi Lombardia e Fesmi.


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Il mondo deve sapere. Il mondo deve avere coscienza che oltre 40 milioni di persone vivono in schiavitù, vittime di varie forme di sfruttamento. E che fra questi schiavi ci sono molti bambini (il cui numero, secondo i dati di Unodc, è in aumento: il 5% in più rispetto al periodo compreso fra il 2007 e il 2010).

Sono i piccoli protagonisti di storie di violenza quasi inenarrabili. Eppure Antonio Maria Costa, ex vice segretario generale Onu e direttore Ufficio Onu droga e crimine, Unodc (dal 2002 al 2010), queste storie le ha raccontate senza sconti al pubblico del convegno “NUOVI MURI, NUOVI SCHIAVI” organizzato in occasione della Giornata mondiale contro la tratta dal Centro Pime di Milano, Mani Tese e Caritas Ambrosiana con il contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e la collaborazione di Ucsi Lombardia e Fesmi.

Il mondo deve sapere. Ma deve anche mobilitarsi. Perché sfruttamento, servitù, violenza sono minacce che non possono essere affrontate solo dai Governi ma da una coalizione e mobilitazione di tutti, ciascuno consapevole delle proprie responsabilità. Innanzitutto, secondo Costa, la responsabilità delle potenze europee che si sono spartite l’Africa ponendo le basi della violenza e della povertà di oggi. Un dramma proseguito poi da Washington e da Pechino. “I muri servono a poco e sono moralmente ripugnanti – afferma Costa – I migranti continuano a muoversi perché il rischio di morire in viaggio è meno grave di morire giorno per giorno in un miserabile villaggio”.

Ma c’è anche la responsabilità di noi consumatori per i beni prodotti da schiavi perché “Non c’è una singola cosa che non sia contaminata dal sangue e dal sudore di vittime di sfruttamento”.

“Fra il lavoratore e un frutto come la pesca che compriamo al supermercato c’è una lunga catena di sfruttamento su cui è necessario intervenire” ha ricordato Virginia Sabbatini del Progetto Presidio Caritas Italiana di Saluzzo. Uno sfruttamento lavorativo che non tocca solo il Sud del mondo o, per guardare a casa nostra, il Sud Italia, ma che è diffuso a livello nazionale. Lo testimonia il Progetto Presidio, che offre dal 2014 un servizio di informazione, orientamento e aiuto ai lavoratori migranti vittime di sfruttamento in 18 territori nazionali, da Saluzzo in Piemonte fino a Melfi in Basilicata o Ragusa in Sicilia. “Non pensiamo a schiavisti che tengono in catene. C’è una zona di grigia di illegalità in cui approfittare del lavoro di un migrante non è visto come una macchia sociale perché il migrante è considerato un lavoratore di serie B e che può essere sfruttato”.

Di muri ha parlato anche il prof. Marco A. Quiroz Vitale, sociologo del diritto dell’Università di Milano e autore di “Diritti umani e cultura giuridica”: “Dopo la caduta del muro di Berlino, il ‘muro’ non è stato più in grado di sopperire alle funzioni sociali di mantenimento della pace di un tempo. I nuovi muri ora sono il risorgere delle razze e l’etnicizzazione, che creano distinzioni fra le persone”.

“Ma serve prudenza nel sottolineare le differenze etniche e culturali – sostiene Vitale – Perché in termini di differenze è molto ciò che ci unisce e poco ciò che ci divide. Il rischio è il razzismo, la logica dello sfruttamento che assegna a un colore diverso dal bianco un segno di inferiorità che lo giustifica”.

Occorre dunque prestare molta attenzione alle parole che usiamo quando si affronta la questione migratoria, come ricorda il Prof. Marco Valbruzzi, politologo dell’Università di Bologna e coordinatore dell’Istituto Cattaneo, che ha dimostrato come sui quotidiani italiani il tema dei migranti venga trattato in termini di emergenza e di sicurezza e quasi mai in termini di integrazione. Solo 5,5% degli articoli ne parla. Non è quindi un caso se gli Italiani risultino, fra i cittadini europei, quelli che sbagliano di più nella percezione del fenomeno migratorio: la percentuale di residenti stranieri nel nostro Paese è il 10%. Noi pensiamo sia il 25%.

“La nostra percezione distorta del fenomeno delle migrazioni deriva dai nostri pregiudizi. Cerchiamo nei fenomeni sociali una sorta di conferma degli stessi” afferma Valbruzzi. Infatti nel 2013 solo il 5% degli italiani affermava che l’immigrazione fosse un tema prioritario. Oggi invece per gli italiani l’immigrazione è un problema urgente in generale che tuttavia, nei contesti a loro vicini, non viene percepito come tale.

Chi invece pesa bene le parole è René Manenti degli Scalabriniani della Casa del Migrante di Tijuana (Messico): “A Tijuana abbiamo creato una casa per accogliere le persone perché prima esiste la persona poi le sue varie accezioni e non ‘l’illegale’ o ‘l’indocumentato’ ha dichiarato “Madre natura non ha confini. Siamo noi uomini che li abbiamo creati”.

Un’altra testimonianza dal mondo è venuta dalla voce di Laudolino Carlos Medina, direttore di AMIC Associaçào dos Amigos da Criança, partner di Mani Tese in Guinea-Bissau che fra il 2005 e il 2018 ha reinserito nelle famiglie di origine 2.206 bambini vittime di tratta.

“In Guinea la tratta di minori assume molte forme: la più visibile è quella dei talibé, bambini inviati con l’intenzione di apprendere il Corano in altri Paesi, ma che quando arrivano a destinazione vedono cambiare totalmente il proposito del loro viaggio e vengono e sfruttati e destinati alla mendicità a cui si dedicano tutto il giorno perché devono portare una certa somma di denaro la sera al trafficante, altrimenti vengono severamente puniti. Ma ci sono anche le ragazze inviate in Senegal per lavorare come domestiche e poi costrette a prostituirsi”.

Secondo Laudolino l’88% dei bambini (4-17 anni) in Guinea-Bissau ha sofferto aggressioni psicologiche e punizioni fisiche e umilianti. Solo 2 bambini su 5 nel Paese vanno a scuola e fra le ragioni dell’abbandono scolastico vi è il matrimonio forzato e precoce, il lavoro nei campi della famiglia, i rituali etnici, la mutilazione genitale femminile.

Di fronte a tutto questo, non basta più la verità e non è sufficiente la compassione. Occorre giustizia.

“La convenzione di Palermo impone agli Stati di adottare misure di contrasto a traffico e schiavitù, in coerenza con la dichiarazione dei diritti umani universali” ha ricordato il prof. Vitale, specificando che vi è tratta anche se la vittima è consenziente e a prescindere dalle forme di schiavitù.

Per leggere i documenti presentati:

TRATTA: IL MONDO DEVE SAPERE. E SI DEVE MOBILITARE

Fonte: Perlapace.it – http://www.perlapace.it/tratta-mondo-deve-sapere-si-deve-mobilitare/

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