Quando lo Stato “totale” celebra la “religione” del popolo

Esiste un legame fra la dura battaglia dei pastori sardi e le ben più effimere polemiche scatenate dal festival di Sanremo? Anche se potrebbe apparire strano, un legame esiste ed è tutt’altro che irrilevante. I produttori sardi di latte sono scesi in piazza perché ritengono che non sia più sostenibile per loro vendere 1 litro di latte a cinquanta-sessanta centesimi di euro, ad un prezzo che è largamente inferiore al costo di produzione. Un prezzo così basso dipende da vari fattori ma due sono quelli più rilevanti.

Il primo è costituito dal fatto che i produttori di formaggi, gli acquirenti pressoché esclusivi del latte di pecora sardo, sono disposti a pagare soltanto quei prezzi bassissimi e quindi, rappresentando un cartello, riescono ad imporli ai produttori di latte. Il secondo fattore si lega alla sovrapproduzione dello stesso latte di capra, che continua ad essere immesso in grandi dimensioni su un mercato molto vicino alla saturazione. Il quadro poi è complicato dalla crisi del settore caseario, che ha ridotto la vendita del pecorino, ancora una volta risultato di una pesante sovrapproduzione, e dal fatto che sono esistiti a lungo produttori di latte disponibili a vendere sotto costo, spaventati dalla sempre possibile concorrenza di qualche Paese emergente.

Di fronte ad una situazione così complessa, la soluzione che sembra prendere corpo è quella dell’intervento dello Stato che, se non riuscisse a convincere i produttori di formaggio a pagare di più i propri fornitori, interverrebbe versando agli stessi produttori di latte la differenza tra il prezzo del mercato e quello ritenuto più “congruo” dagli stessi produttori. Dunque lo Stato, in una vertenza molto aspra tra due gruppi economici, assume i caratteri del grande salvatore, in grado di modificare le storture “egoistiche” del mercato, sostituendosi o comunque affiancandosi anche ai compiti di una Regione a statuto speciale. Si tratta di un ruolo assai simile a quello attribuitogli appunto dopo il festival di Sanremo, per porre fine alla querelle fra giuria popolare e il giudizio degli “esperti”; la soluzione sarebbe infatti quella di svolgere un’azione preventiva “nazionalizzando” la musica attraverso la decisione, sancita da una norma di Stato, di riservare il 30 per cento della programmazione radiofonica a canzoni scritte, prodotte e interpretate da italiani. In altre parole, lo Stato “italiano” nell’interesse degli italiani, siano produttori di latte o cantanti, assume il ruolo di regolatore “assoluto” capace di superare le dinamiche del mercato e restituire una giustizia “autoctona” che proprio il mercato, troppo freddo e asettico, non è in grado di garantire.

Certo, nell’ottica sovranista il pieno recupero dello statalismo che si manifesta anche nelle ipotesi, sia pur molto variegate, di nazionalizzazione di Alitalia, Bankitalia, Autostrade etc., non è riducibile al tradizionale centralismo amministrativo, abbinato ad un pronunciato interventismo pubblico, perché si combina invece con visioni assai regionalistiche e, in alcuni casi, persino autonomistiche, come dimostrano appunto i referendum sulle autonomie regionali. È però uno statalismo retoricamente molto forte, che serve ad interpretare le aspettative di un generale spirito del popolo italiano, fondato, in maniera forse un po’ paradossale, sul primato dei singoli interessi. Esiste uno spirito del popolo dei pastori sardi, esiste uno spirito del popolo dei lombardi e dei veneti autonomisti, esiste uno spirito del popolo dei campani e dei siciliani che rifuggono la povertà e fidano sul reddito di cittadinanza statale, esiste persino uno spirito del popolo di Sanremo che rivendica la canzone italiana. Tanti spiriti molto specifici, tante declinazioni, quasi individualizzate, di un popolo che il nuovo Stato vuole rappresentare in maniera unitaria trovando sempre come collante “magico” un nemico da colpire: dal mercato ai cantanti stranieri.

Lo statalismo non si presenta più come una categoria economica e neppure politica, ma diventa così la visione organica per esprimere una sostanziale autoreferenzialità, un’autarchia del consenso, più determinante di qualsiasi altro elemento, dai prezzi definiti dal mercato, ai pareri delle autorità indipendenti fino alle “saccenti” élites, che vogliono occuparsi di musica. Lo Stato perde tratti istituzionali, certamente cessa di essere super partes, per trasformarsi in un organismo “spirituale” in cui si riconosce, prima di tutto simbolicamente, un popolo che ha indebolito il proprio senso di cittadinanza e  lo ha sostituito con la rivendicazione di un primato costruito sulle passioni personalistiche. Siamo approdati alla celebrazione dello Stato assoluto della religione del popolo, che deve essere protetto in ogni sua pulsione.

Università di Pisa

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/stato-totale/

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