Socialismo azionario antidoto alle diseguaglianze crescenti

Nell’analisi dei vari modelli di economia proposti, o attuati, nella storia, lei usa il capitalismo come metro di paragone fondamentale considerando, da economista, criteri di efficienza e di equità, ma anche l’interazione tra la sfera economica e quella politica, e gli effetti del sistema economico su incentivi, motivazioni e norme sociali. Qual è il vantaggio di questo approccio?

Per il tipo di questione sistemica a cui mi interesso, era necessario non limitarsi al tipico approccio da economista che analizza le conseguenze di politiche alternative in termini di efficienza e distribuzione. La sfera politica e il tessuto sociale, con i loro valori e norme, rispondono alle dinamiche risultanti dal sistema economico e, in effetti, gran parte della critica al capitalismo è critica alla politica e società prodotte dal capitalismo. Era pertanto necessario ragionare sui modelli alternativi in termini più ampi di quelli strettamente economici, avvalendomi dei contributi a ciò più utili offerti da varie discipline cugine dell’economia.

Uno dei principali vantaggi del capitalismo, scrive, sta nella sua capacità di promuovere l’innovazione tecnologica, a differenza per esempio delle economie pianificate. E tuttavia si possono nutrire dubbi sul rapporto tra capitalismo e innovazione. Da un lato c’è la questione della direzione dell’innovazione che nel capitalismo è determinata dalla ricerca del profitto, e non dell’utilità sociale (la ricerca medica è un classico esempio delle possibili distorsioni nell’innovazione). Dall’altro lato una fetta importante di innovazioni tradizionalmente attribuite all’iniziativa imprenditoriale dei singoli sono in realtà prodotto diretto o indiretto della mano pubblica, come ha fatto notare, tra gli altri, Mariana Mazzucato ne “Lo Stato innovatore”.

Non metto in discussione i benefici che un intervento correttivo dello Stato può avere per l’innovazione, ad es. finanziando la ricerca di base e imponendo delle tasse ecologiche quando i benefici privati degli investimenti sono superiori ai benefici sociali. Ma, come spiego nel libro, vi sono degli enormi problemi ad una determinazione puramente politica degli investimenti in ricerca e sviluppo: sia in termini di raccolta ed elaborazione dell’informazione, sia in termini di incentivi di tutte le parti in causa. Sui limiti dell’iniziativa imprenditoriale in fatto di innovazione non ci piove; ma sui limiti dell’innovazione senza imprenditori, nemmeno. Un progetto socialista che abbia senso deve riconoscere il ruolo dell’iniziativa imprenditoriale in merito all’innovazione. Tuttavia non può essere socialista se non estingue il dominio capitalista e ciò richiede che le grandi imprese non siano più in mano ad una élite del denaro ma vengano sottoposte ad un controllo democratico ad esse appropriato. Una questione fondamentale è allora quella del connubio fra la libera iniziativa imprenditoriale e la sua delimitazione al settore delle piccole e medie imprese. Nel libro propongo un meccanismo istituzionale – che prende spunto da quello dell’antidosis usato nell’antica Grecia – che permette di risolvere tale questione.

Fonte: Sbilanciamoci.info – http://sbilanciamoci.info/socialismo-azionario-antidoto-alle-diseguaglianze-crescenti/

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