Trasformazione del lavoro e salute pubblica

A proposito del progresso tecnico, sicura fonte di “lavoro attraente”, un generoso quanto imprevidente anarchico militante, nei primi anni del Novecento, scriveva:

Scopo dunque di una società anarchica è di rendere tutti i lavori attrattivi, di togliere maggiori fatiche col progresso crescente della meccanica e di far sì che il lavoro, vita dell’umanità, sia anche la salute degli uomini. […] E noi risponderemo che la meccanica, oggi matrigna e nemica degli operai, diventerebbe allora madre benevola e verrebbe ad alleviare tante fatiche. E i lavoratori, soli padroni dell’opifici, saprebbero portarvi tutti quei provvedimenti utili per la propria salute, e la scienza, abbracciando un concetto più umanitario, verrebbe a perfezionare l’officina e a renderla pari al laboratorio del professore. Salve, o divina scienza, o anfesibene dei desposti, te saluteranno li scarni operai che sudando nelle officine o nelle miniere, te saluteranno, spirito umanitario, i girovaghi disoccupati che oggi giustamente t’imprecano. Salve, o lavoro umano, che ritemprerai li animi, che rinvigorirai le menti, salve, o ginnastica sublime, te canteranno le future generazioni nella nuova Arcadia della vita (Anonimo, Il lavoro attraente, pubblicato a cura della Redazione del giornale “Il Risveglio”, Firenze, Tip. Guttemberg, s.d., ma circa 1910).

Appare ragionevole assumere il dubbio che si reitererebbe il vaticinio del nostro anonimo anarchico se ci si limitasse a sostenere che la “digitalizzazione” sarà foriera di vantaggi per tutti i lavoratori o almeno per coloro (ma si chiameranno o si vorranno ancora chiamare operai o lavoratori?), pochi, più direttamente coinvolti nel più recente processo di trasformazione tecnologica.

I vantaggi, come si sostiene dai più, ma in primo luogo da parte di consulenti aziendali della prima ora, sarebbero rappresentati sostanzialmente dalla liberazione da compiti pericolosi, monotoni e ripetitivi, dalle nuove forme di cooperazione e di rafforzamento dell’autonomia d’azione, di autoregolazione decentrata, di “partecipazione” se non di protagonismo. Il dubbio non può essere fugato che da “previsioni” non interessate e poi da dati, fatti e testimonianze frutto di un monitoraggio adeguato, di lungo periodo (le “malattie professionali” per definizione hanno lunghi “periodi di latenza”) che è sperabile si preoccuperà, in tempo reale, di correggere o integrare le sentenze dei vaticinatori di oggi.  Ma, al solito, come è puntualmente successo per le altre rivoluzioni industriali, per qualcuno e per certe cose sarà troppo tardi.

Lo stato di salute e di sicurezza
dei lavoratori oggi in Italia

Il fenomeno infortunistico e quello delle malattie “professionali” o meglio delle patologie correlabili con le attività lavorative, rappresentato attraverso numeri o indici spesso mutevoli, assurgono ciclicamente all’onore delle cronache, forse più in Italia che in altri Paesi, per esprimere, sinceramente da parte di qualcuno, indignazione, insofferenza e anche voglia di cambiamento rispetto a un inossidabile “zoccolo duro” fatto di mutilazioni e di morti.

I dati sugli infortuni che accadono nel nostro Paese, nel bene e nel male, provengono quasi esclusivamente da un’unica fonte e sono tenuti principalmente a fini assicurativi, dall’Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro (INAIL); volerli indirizzare ad altri fini (di conoscenza, di prevenzione e di vigilanza/controllo) comporta varie criticità e richiede conseguenti cautele e adattamenti. Pur dovendo considerare dei limiti originari, ai più è apparso e appare necessario utilizzare questi dati, che nella versione più aggiornata, informano che la serie storica del numero complessivo degli infortuni denunciati prosegue un andamento decrescente. Sono state registrate circa 637 mila denunce di infortuni nel 2015; rispetto al 2014 si ha una diminuzione di circa il 4%; sono circa il 22% in meno rispetto al 2011. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono circa 416 mila, di cui il 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.246 denunce di infortunio mortale (erano 1.152 nel 2014, 1.395nel 2011) quelli accertati “sul lavoro” sono 694 (di cui 382, il 55% “fuori dell’azienda”). Esaminando la suddivisone per dimensione aziendale del complesso degli infortuni riconosciuti (esclusi quelli “in itinere”) accaduti nel 2000-2015 in “Industria e Servizi”, si conferma la prevalenza di eventi nelle imprese entro i dieci addetti, con qualche punta per le imprese fino a cento addetti relativamente al complesso degli infortuni, punta che si nota meno nel caso degli eventi mortali: il 60% di questi si verifica ogni anno nelle microimprese. Si assiste inoltre a una progressiva tendenza all’aumento del numero di infortuni nelle donne rispetto agli uomini, di entità molto più rilevante negli eventi “in itinere”. Relativamente agli eventi mortali si evidenzia come la distribuzione per comparto, nel periodo 2010-2015, abbia le costruzioni nettamente in testa con un quarto degli eventi, seguite da agricoltura, trasporti e metalmeccanica. Considerando i dati disponibili, in riferimento agli altri Paesi europei, la posizione dell’Italia non appare peggiore considerando gli infortuni totali mentre è pessima se si considerano gli infortuni mortali.

Fonte: Sbilanciamoci.info – http://sbilanciamoci.info/trasformazione-del-lavoro-e-salute-pubblica/

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