Rubbia, il climate change e i premi nobel che sbagliano.

La domanda chiave del nostro tempo è questa: il cambiamento climatico è un fenomeno generato dall’attività umana oppure no?

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A questa domanda la scienza del clima ha risposto chiaramente e decisamente “SI”, con un larghissimo e documentato consenso che però non significa unanimità né uniformità di pensiero all’interno della comunità scientifica, dove si progredisce con un consenso diffuso attorno a convinzioni documentate e non con l’affermazione di una verità assoluta che vincola tutti gli scienziati.

Che non ci sia unanimità su quella che viene accettata come la conclusione ufficiale della scienza climatica non è un fatto nuovo: basta pensare che perfino la teoria della relatività di Einstein, anche dopo aver conquistato il consenso della comunità scientifica, è stata contestata per molti anni con centinaia di pubblicazioni prodotte da studiosi di fisica, filosofi e ricercatori di ogni genere.

All’epoca non c’erano i social network, ma se ci fossero stati sicuramente qualcuno avrebbe impugnato quelle ricerche minoritarie che hanno sottoposto a giudizio critico i risultati di Einstein, spiegando di avere in mano una pubblicazione “clamorosa”, che veniva censurata per nascondere i dati che smentiscono la “bufala” della relatività, frutto di manipolazioni della “scienza ufficiale” che mettono ai margini i risultati “fuori dal coro”.

Qualcosa di simile sta accadendo con le rare, isolate, marginali e minoritarie voci degli scienziati che rispondono “no” o “ni” a chi gli chiede se il cambiamento climatico sua generato dall’attività umana, voci strumentalizzate per semplice ignoranza o per sostenere agende politiche incompatibili con il cambiamento dei nostri stili di vita necessario ad affrontare in modo efficace una emergenza climatica e ambientale talmente grave da interpellare le coscienze dei più giovani, e talmente estesa da spingere tanti adulti all’ignavia, all’indifferenza o alla rimozione del problema che nasce dal senso di impotenza rispetto a un problema grande quanto il mondo.

Tra queste voci c’è anche quella di Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica (e non per la climatologia) nel 1984 (e non nel 2019) che cinque anni fa (e non ieri) dinanzi alle commissioni riunite Affari esteri e Ambiente-territorio di Camera e Senato ha espresso una posizione ambigua sul cambiamento climatico dicendo che è necessario ridurre le emissioni di Co2 con nuove tecnologie, ma dobbiamo farlo per diventare economicamente più competitivi e non ecologicamente più sostenibili, e per il resto si può stare tranquilli perché il clima del pianeta è sempre cambiato e a detta di Rubbia non sta cambiando più di prima.

Una argomentazione, quella usata da Rubbia nel 2014, che nel frattempo si è fatta strada nel mondo della pseudoscienza, conquistando la prima posizione nella classifica dei 197 argomenti retorici utilizzati da chi pratica il negazionismo scientifico della climatologia.

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Le opinioni di Rubbia, già confutate scientificamente, sono emerse mediaticamente dalla nebbia pascoliana dei ricordi grazie al solerte lavoro fatto sul canale Youtube “Parlamentono”, legato all’omonimo gruppo Facebook dove la “scienza” inciampa in mezzo a contenuti complottisti, fascistoidi, xenofobi, omofobi e antivax.

Una dichiarazione così “attuale” come quella di Rubbia, per giunta rilanciata in un contesto così “autorevole” come quello di un anonimo gruppo Facebook dove si delira a trecentosessanta gradi, non poteva passare inosservata a un grande giornalista come Nicola Porro, noto per il suo equilibrio nel valutare le informazioni e per le sue strutture di pensiero libere da ogni faziosità, che ha pensato bene di rilanciare il video d’epoca rilanciato dal gruppo Facebook complottista e trasformarlo nella notizia del giorno, scatenando una prevedibile quanto inutile ondata di polemiche.

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Nel circolo vizioso delle fake news, non c’è bisogno di disturbarsi per cercare fonti scientifiche più recenti e più autorevoli sul tema del clima, come la NASA, o l’agenzia intergovernativa ONU che studia i cambiamenti climatici, che ci consentono di collocare nel suo giusto contesto la vecchia arringa di Rubbia su un tema che non rientra nelle sue competenze specifiche.

Basta pubblicare un video d’annata con un titolo a effetto per far scoppiare dal nulla una polemica a uso e consumo dei negazionisti della scienza climatica, pronti a dare a un Nobel per la Fisica la patente di climatologo, e perfino di tuttologo, pur di contraddire la comunità scientifica degli esperti di studio del clima, che si è già espressa a larghissima maggioranza sul tema del cambiamento climatico, facendo storcere il naso ai possessori di SUV, a quelli che non sanno concepire nemmeno un pasto alla settimana senza proteine animali e quelli che considerano l’ambientalismo come un travestimento utilizzato per riproporre lo stalinismo.

Si potrebbe discutere per ore della scienza climatica, delle sue conclusioni e dei suoi segnali di allarme, ma c’è già chi lo sta facendo molto meglio di me, a cominciare dalla piccola Greta Thunberg. Io preferisco attingere al serbatoio della memoria per affermare una semplice verità: vincere un premio Nobel non è la certificazione della validità scientifica di ogni pensiero del vincitore, non estende le competenze del vincitore a qualunque settore della conoscenza, non rende il vincitore una creatura infallibile e mitologica che basta da sola a spazzare via tutta la letteratura scientifica di chi un Nobel non l’ha ancora vinto.

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A conferma che anche ai Nobel può capitare di dire scemenze, oltre alle discutibili dichiarazioni di Rubbia sui cambiamenti climatici, smentite dallo stato dell’arte della conoscenza scientifica sul climate change, vale la pena di ricordare le deliranti teorie eugenetiche di William Shockley, uno degli inventori del transistor premiati col Nobel nel 1956. Quello attribuito a Shockley era un Nobel per la fisica, estraneo alla scienza medica, che non può in alcun modo nobilitare o rendere più “scientifiche” le teorie di suprematismo bianco di Shockley, sposate dal Ku Klux Klan e rievocate di recente dal regista Spike Lee nel film Blackkklansman.

L’elenco dei “nobel che sbagliano” include anche il Nobel per la chimica e per la pace Linus Pauling, che negli ultimi anni della sua carriera scientifica si era stranamente convinto che il cancro si potesse curare con dosi massicce di vitamina C, o Luc Antoine Montagnier, che dopo aver ricevuto il Nobel per la medicina nel 2008 insieme agli altri due scopritori del virus HIV ha poi voltato le spalle alla scienza medica unendosi ai sostenitori della bufala conclamata, smentita e ritrattata da anni sulla presunta correlazione tra vaccini e autismo, e gettando le basi di pseudoscienza per la pseudomedicina chiamata omeopatia con teorie altrettanto fantasiose sulla presunta “memoria dell’acqua”.

Abbiamo James Watson, premio Nobel per la medicina nel 1962, co-autore della pubblicazione scientifica dove si è ipotizzata per la prima volta la struttura a “doppia elica” del DNA, poi approdato a oscure convinzioni pseudoscientifiche fino ad affermare che i neri fossero intellettualmente inferiori ai bianchi per questioni genetiche, e che le donne dovrebbero essere autorizzate ad abortire se scoprono che il loro feto ha “il gene dell’omosessualità”. C’è Louis Ignarro, passato dal ruolo di premio Nobel in medicina nel 1998 per i suoi studi sul sistema cardiovascolare al ruolo di dipendente della Herbalife, una multinazionale che vende integratori alimentari la cui efficacia è stata messa più  volte in discussione.

Un altro Nobel negazionista del climate change è Kary Mullis, che dopo aver ricevuto il Nobel per la chimica nel 1993, ha pensato di spiegare al mondo che i climatologi non vanno presi sul serio, che l’HIV probabilmente non è infettivo e non è provato che sia la causa dell’AIDS, e si è perfino fatto invidiare dai cacciatori di ufo di tutto il mondo con la sua autobiografia arricchita da rapimenti alieni e incontri ravvicinati con procioni parlanti in stile “Guardiani della Galassia”.

Le storie di chi ha toccato nell’arco di una sola vita le vette della scienza e gli abissi della pseudoscienza sono tantissime e affascinanti, e gli esempi potrebbero continuare.

Ma la scienza e la sua storia vanno studiate, perché in futuro il dibattito scientifico, e le decisioni politiche basate su questo dibattito, rischiano di essere sempre più inquinati da disinformatori, complottisti, negazionisti del consenso scientifico e cialtroni che costruiscono una pseudoscienza di comodo costruita “su misura” in base alle loro convinzioni, filtrando solo gli “scienziati” e le “verità scientifiche” compatibili col proprio pregiudizio e le proprie tesi preconcette.

Gioverà ricordare a tutti loro che la scienza non produce sempre dei Nobel, i Nobel non producono sempre scienza, e per farsi un’opinione su un argomento scientifico non si può tenere in considerazione una sola fonte, una sola ricerca scientifica o un solo scienziato, nemmeno se lo scienziato in questione ha preso il Nobel. La scienza è un processo comunitario di consenso tra esperti, dove le opinioni meglio documentate e le ipotesi più corroborate dai risultati di ricerca si fanno strada ed emergono progressivamente tra gli addetti ai lavori.

Il resto sono “scarti di lavorazione” inutili alla scienza, buoni soltanto per alimentare il flusso di chiacchiere che nutre la pseudoscienza, per far prendere due click in più a qualche cialtrone travestito da giornalista, o per confermare nelle proprie convinzioni deliranti qualche complottista che gioca a fare lo scienziato.

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Fonte: Matita Rossa – http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/03/19/climatechange/

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