Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. La complessità raccontata dall’Istat

Monitorare i progressi verso lo sviluppo sostenibile non è un compito facile. Ma il “Rapporto SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030” curato dall’Istat, dedicato proprio ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sustanaible Development Goals, SDGs), l’ha svolto in maniera illuminante. Non ci si perde infatti nelle oltre 470 pagine del report, ricche di grafici, numeri e correlazioni, perché la realtà descritta dagli Obiettivi, seppur articolata, è tangibile, quotidiana. Dalla povertà alla fame, dalla salute all’istruzione di qualità, dalla parità di genere all’acqua, dall’energia pulita al lavoro, dall’innovazione alle disuguaglianze, dalle città sostenibili al consumo responsabile, dalla lotta ai cambiamenti climatici alla vita dei mari, della terra, alla pace e alle partnership.
Come spiega ad Altreconomia Angela Ferruzza -curatrice del Rapporto e dal 2016 coordinatrice in Istat delle attività relative allo Sviluppo ed all’analisi degli indicatori per il monitoraggio degli SDGs e di quelle relative all’Inter Agency Expert Group on SDGs delle Nazioni Unite (UN-IAEG-SDGs)- “non bisogna avere paura della complessità”. Occorre semmai “lavorare per produrre informazione statistica di qualità e analizzarne le interrelazioni”. Con un’attenzione che tenga fede al principio base degli SDGs, quello per cui “Nessuno sia lasciato indietro”.

È questa la carta vincente del Rapporto, che per la sua seconda edizione ha offerto nuovi strumenti per monitorare i progressi del nostro Paese verso il modello di sviluppo sostenibile stabilito dalla comunità globale nel settembre 2015. Come ricorda l’Istat, infatti, i 17 Obiettivi dell’Agenda “sono declinati in 169 sotto obiettivi e lo United Nations Inter Agency Expert Group on SDGs (UN-IAEG-SDGs) ha proposto una lista di 244 (di cui 232 diversi) indicatori necessari per il loro monitoraggio, che costituiscono il quadro di riferimento a livello mondiale”.

fonte: “Rapporto SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030”, Istat, 2019

Il “Rapporto SDGs 2019” dà conto quindi di un ulteriore ampliamento del panorama degli indicatori -in continua evoluzione da dicembre 2016, data della prima diffusione Istat-, giunto a un “set aggiornato” di 123 indicatori UN-IAEG-SDGs e, per questi, di 303 misure statistiche nazionali (di cui 273 diverse), tutte disponibili sul sito dell’Istituto.

“Non esiste una corrispondenza univoca tra gli indicatori definiti in sede internazionale e le misure individuate per l’Italia”, si legge nel Rapporto. “Per 96 misure c’è una perfetta coincidenza con gli indicatori internazionali, 117 misure rispecchiano parzialmente le esigenze informative dell’indicatore internazionale a cui sono collegate (questo accade per svariate ragioni principalmente perché non tutti i dati sono disponibili nella specificità richiesta). Le restanti 90 misure sono state inserite al fine di fornire ulteriori elementi utili alla comprensione e al monitoraggio del target calati nel ‘contesto nazionale’. Per 107 misure, già diffuse a dicembre 2018, sono stati effettuati aggiornamenti delle serie storiche o realizzati ampliamenti delle disaggregazioni”.

fonte: “Rapporto SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030”, Istat, 2019

È con queste coordinate sempre più disaggregate che occorre “navigare la complessità degli SDGs”, come sintetizza Ferruzza. SDGs che non sono Obiettivi generici ma un vero e proprio programma d’azione su questioni concrete relative a quattro ambiti (economico, sociale, ambientale e istituzionale), che riguardano ognuno di noi, siglato da tutti i Paesi dell’ONU, in via di sviluppo e non. Pensare però che ogni “Goal” sia un blocco a sé è limitante. “Obiettivi, targets, indicatori, anche se organizzati in singole componenti, sono interdipendenti, integrati ed indivisibili al fine di considerare in maniera bilanciata le dimensioni economiche, sociali, ambientali, istituzionali dello sviluppo sostenibile”, chiarisce Ferruzza.
Tra i 17 Goal e i 169 Target esistono del resto “legami” che possono rinforzarli o farli entrare in contrasto. Saperli leggere, monitorare, porre in relazione, secondo criteri di universalità, integrazione e partecipazione di soggetti diversi, è la chiave. Da lì arriva la scelta “ampliare per ogni Goal le disaggregazioni possibili: regionali, per città, per grado di urbanizzazione, per genere, per cittadinanza, per presenza di disabilità.
Genere, cittadinanza, disabilità possono essere esplicitati nelle analisi delle interconnessioni tra obiettivi, target e indicatori: il loro potenziale informativo può migliorare la coerenza delle analisi, esplicitando sinergie e complementarità.
Analisi trasversali relative alla dimensione urbana, ai cambiamenti climatici, alle innovazioni e alle infrastrutture in quanto motori di sviluppo, possono evidenziare ulteriori aspetti legati alle interconnessioni, concettuali e dovute alla coerenza anche con altri framework internazionali, quali il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction (adottato al Third UN World Conference on Disaster Risk Reduction in Sendai, Giappone) o quelli relativi ai cambiamenti climatici (Accordo di Parigi)”.

fonte: “Rapporto SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030”, Istat, 2019

Questo non significa che il Rapporto non analizzi poi “Goal per Goal” la situazione del Paese. Un’utile sintesi all’inizio disegna il quadro. Ad esempio in tema di lotta alla povertà (Goal 1). Ferruzza cita l’indicatore multidimensionale della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, “pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente”, ma sottolinea quello meno discusso della povertà reddituale, che “riguarda il 20,3% della popolazione”. “La situazione appare in miglioramento -evidenzia il Rapporto, ma le disparità regionali sono molto ampie. Nel 2017 si stima siano 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta”.

Anche a proposito di “modello agricolo” (Goal 2) la situazione è sfaccettata. La superficie investita in coltivazioni biologiche “continua ad aumentare” (1,9 milioni di ettari nel 2017, di cui quasi due terzi localizzati nel Mezzogiorno, dati Sinab) e diminuisce l’impiego dei fitofarmaci, a fronte però dell’aumento delle emissioni di ammoniaca, “tornate ai livelli del 2010”, e al marcato impiego di fertilizzanti.

Il sesto Obiettivo (su Acqua pulita e servizi igienico-sanitari) vede l’Italia quale Paese con il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 dell’Unione europea (156 metri cubi per abitante nel 2015). “Nel 2015 sono stati prelevati 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, ma solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e 4,9 sono stati erogati agli utenti, corrispondenti a 220 litri per abitante al giorno”. Significa che l’efficienza della rete di distribuzione dell’acqua potabile è “in peggioramento”. Non solo: come si legge nel Rapporto, “nel 2015 è pari al 59,6% la quota di carichi inquinanti di origine civile confluiti in impianti di tipo secondario o avanzato, che rappresentano il 44,2% del parco depuratori”.

A ogni obiettivo corrisponde una dettagliata istantanea, con fonti che vanno al di là di Istat. Perché una portata “rivoluzionaria” degli SDGs è proprio quella di far progredire la misurazione mettendo in collegamento tessere tra loro distanti. “L’Istituto nazionale di statistica ha competenze su tantissimi temi -spiega Ferruzza- ma per alcuni ha bisogno, ed è giusto che sia così, di una collaborazione con altri soggetti (dal GSE per l’energia all’ISPRA per l’ambiente) per lavorare insieme sui dati, per trasformarli in indicatori e così produrre informazione statistica per gli SDGs”. Vale per l’Italia ma vale anche per tutti gli altri uffici nazionali di statistica.

“La sostenibilità è intrinsecamente complessa e non vi è solo un modo per definire ‘percorsi di sostenibilità’”, conclude Ferruzza riprendendo il contenuto del Rapporto. “Sono necessarie strategie interconnesse per le regioni, le città, i cittadini, le comunità, le imprese e la società civile: il passaggio da un’economia lineare a un’economia circolare, al fine di riutilizzare le risorse, diminuire il ricorso al capitale naturale del pianeta e nel contempo le emissioni di gas serra; la garanzia della sostenibilità dal produttore al consumatore; le questioni inerenti l’energia e la mobilità; l’evoluzione tecnologica, strutturale e demografica in un mondo più interconnesso che garantisca un’eguaglianza sostenibile.
Per questo motivo l’approccio sistemico e integrato sembra essere quello più adatto, declinato considerando lo sviluppo urbano sostenibile, i cambiamenti climatici, i fattori di crescita economica e di sviluppo sociale e ambientale, le questioni connesse all’uguaglianza sostenibile”.

© riproduzione riservata

Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/sdgs-istat-rapporto/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *