La grande regressione dell’Europa. Intervista a Nadia Urbinati

In vista delle prossime elezioni europee (che si terranno nei 28 Stati membri dell’Unione, tra il 23 e il 26 maggio) saranno chiamati al voto circa 400 milioni di cittadini del Vecchio Continente. Sono molte le incognite che incombono su questa tornata elettorale -la nona, da quando, nel 1979 è stato istituto il Parlamento europeo- a partire dall’avanzata dei movimenti populisti e sovranisti registrata negli ultimi anni. Su questo tema e sulle sfide future dell’Unione europea (tra le tante, quella delle migrazioni) riflette Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York, nel libro “Utopia Europa” (Castelvecchi editore) di cui pubblichiamo un estratto per gentile concessione dell’editore.

Le elezioni europee vedono avanzare i movimenti populisti e sovranisti europei, che hanno fatto della retorica della paura il collante delle insoddisfazioni sociali. È la fine del progetto europeo?
NU Non credo (non spero) sia la fine del progetto europeo, anche se come abbiamo avuto modo di constatare in questi anni, la politica democratica è ricca di colpi di scena e molto repentina nel determinare nuovi scenari. Ma l’affaire Brexit milita a favore dell’Europa. E infatti, gli antieuropei nazionalisti del continente hanno notevolmente moderato i loro toni e accantonato l’idea di mettere fine all’esperienza europea. A questo proposito, ci sono importanti “novità” di cui tener conto nelle nostre valutazioni su quel che potrà essere il prossimo futuro: a partire dal 2015 e in coincidenza con il picco più elevato delle migrazioni, i nazionalismi si sono aggiornati e ora reclamano una leadership europea. Dopo riunioni in varie città, le visite ricambiate di Salvini in Polonia e nei Paesi di Visegrad, gli ammiccamenti di Marine Le Pen, i capi dei partiti sovranisti si presentano come alleati in un progetto di “internazionale populista”, benedetto da Steve Bannon, il protagonista straniero della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, nel maggio 2019. L’obiettivo è fare dell’UE un continente ermetico retto su pochi chiari obiettivi, per nulla estranei alla storia europea: centralità della razza bianca, della religione cristiana, del benessere per gli europei. Un’Europa chiusa a chi viene da fuori. Ripeto: anche questa è l’Europa, non solo quella illuminista e universalista. Ma forse lo scopo finale è di indebolire i legami europei e aprire quindi il continente alla colonizzazione dei tre grandi Paesi egemoni, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina. Indebolire o anche finire l’Europa significherebbe rendere i Paesi europei (quelli più vulnerabili soprattutto) terra di conquista.

Il disegno politico dei sovranisti è attuabile?
NU A mio avviso, i nazional-sovranisti non si avvedono che la loro idea di un’Europa “aperta agli europei” dal Po alla Vistola, ma chiusa agli “altri” è assurda e irrealizzabile: perché, prima di tutto, non tutti gli europei sono ritenuti egualmente degni dai nazionalisti. Nell’immaginario dei nazionalisti che stanno oltre le Alpi, gli italiani non sono degni di fiducia, cattivi amministratori delle risorse pubbliche e corrotti: come avere una solidarietà con chi è ritenuto così poco credibile? In secondo luogo perché per chiudere agli “altri” si finirà fatalmente per chiudere agli “europei”, poiché per controllare le frontiere ai non desiderati si devono rendere difficili da attraversare anche agli europei. Controllare le frontiere equivale a mettere barriere che fermano tutti comunque.

La migrazione è ritenuta spesso un fenomeno marginale rispetto al funzionamento della nostra democrazia. Ma è proprio così?
NU La politica di chiusura ermetica che le destre nazionaliste e sovraniste propagandano in tutta Europa, intervenendo sulla ridefinizione della cittadinanza su basi etniche, ha come effetto principale la decostruzione e la ricostruzione del “popolo sovrano”, che in una democrazia dinamica e aperta non dovrebbe avere connotazione etnica, religiosa, culturale, di sesso – come ci spiega anche la nostra Costituzione. Quello che sta accadendo, in poche parole, rimette in discussione il patto sociale della cittadinanza politica, ridefinendo il “noi” e il “loro”. Si tratta di una grande regressione, che sembra far ripiombare il continente verso quelli che furono veri e proprio incubi. Se guardiamo indietro alle tragedie europee del secolo passato, ci accorgiamo che la questione del pluralismo -anzi la difficile accettazione del pluralismo- è permanente e pronta a tornare con virulenza. Nella Germania di Hitler, la persecuzione degli ebrei concretizzò il progetto totalitario. Non dovremmo dimenticarlo. Quando si rimettono in discussione i diritti di una minoranza su base etnica o razziale, è tutta la comunità di cittadini ad essere messa in discussione, perché quando una comunità decide di espellere o di escludere lo fa sulla base di una discriminazione che non ha nulla a che fare con la cittadinanza politica. A quel punto non c’è in teoria limite alla discriminazione.

È concreto il rischio che l’Europa prenda questa strada?
NU 
Il rischio c’è, soprattutto se le forze nazional-sovraniste riusciranno a tirare dalla loro parte il Partito popolare. Ricordiamo che il Partito di Viktor Orbán si candida ad essere la seconda o la terza forza del Partito popolare europeo, dove milita anche il partito del premier austriaco Sebastian Kurz. Né bisogna sottovalutare la capacità di queste forze di parlare all’immaginario di popolazioni stremate dalla crisi e risentite verso coloro (gli immigrati) che una propaganda martellante ha trasformato in capro espiatorio. Paura e risentimento sono due passioni micidiali per la politica, e in totale stridore con le idee democratiche. Il fatto è che a lungo andare, l’alleanza strategica dei nazional-sovranisti sarà messa a dura prova dalla natura stessa del nazionalismo che non può essere solidarista.

Dove va cercata l’origine di questa virata, che sembra andare contro gli stessi valori fondanti della comunità europea?
NU Sul piano sociale hanno giocato un ruolo importante la disgregazione delle classi popolari, delle culture politiche e poi le disuguaglianze crescenti tra parti della popolazione, che la sinistra non ha saputo o voluto rappresentare e affrontare con risolutezza. La disuguaglianza la si deve intendere per gli effetti che ha sulla percezione delle fasce a rischio di lavoro: per esempio, il senso di forte pessimismo verso le possibilità future di miglioramento; l’umiliazione per dover essere percepiti dagli altri concittadini come poveri o falliti; la rabbia per essere ritenuti per legge uguali a chi ha stipendi vergognosamente sproporzionati; la trasformazione della giustizia sociale in vendetta sociale o in carità per i falliti. Quando cittadini democratici perdono il senso della propria dignità e subiscono il confronto con gli altri cittadini come ingiusto perché troppo profonde sono le diseguaglianze, allora la solidarietà si fa selettiva e purtroppo a subirne le conseguenze non sono i potenti ma i deboli. Benché tra i fattori dell’immiserimento dei molti vi sia la crescita di condizioni di privilegio per i pochi, torna più facile (e più lucrativo per i politici furbi e desiderosi di rastrellare consensi) scatenare le passioni contro gli africani e gli extra-comunitari.

In questa situazione preoccupante, l’Unione europea potrebbe avere o dovrebbe avere un ruolo riparatore?
NU 
Si, ma l’incompiutezza del progetto di unione politica lo ha impedito e lo sta impedendo. Non si può non volere l’Europa unita, tuttavia, quella attuale è un’Europa difficile da difendere, perché è essenzialmente un mercato la cui moneta unica ha diversi corrispettivi nei diversi Paesi, ma non un’unità di valore. Perché la sua unione risiede nel sistema di regole tenute insieme da vincoli di bilancio che mentre impediscono alle diverse nazioni di rispondere ai bisogni sociali dei loro Paesi, non assegnano all’UE alcun centro democratico di progettualità politica e redistribuzione. Senza un’unione politica e un coordinamento delle regole fiscali, le costrizioni alle quali questa Europa è vincolata rischiano di esasperare ancora di più i nazionalismi e di giustificare i sovranismi. Il paradosso (strategico, non casuale) di questa ideologia nazional-sovranista è di presentarsi all’opinione pubblica come se ci fosse un’Europa, per proporne un’altra.

Cosa può dire e fare la sinistra?
NU L’arcipelago delle sinistre è sembrato fino ad oggi incapace di elaborare una risposta alternativa a un’Europa sovranista. Ma questo vale per l’Italia soprattutto, non o molto meno per la Germania, per esempio. È ormai evidente che questa parte politica può ripartire solo alzando il livello della sfida. Un’Europa dello status quo è superata dai tempi. Le divergenze tra Paesi non la consentono. Affidarsi alle regole costruite nell’età della ricostruzione post-bellica e poi aggiustate per far fronte all’emergenza con il comandamenti dell’austerità non basta più, soprattutto se queste regole sono tra i fattori del fallimento delle politiche sociali dei Paesi. Le forze democratiche e di sinistra devono recuperare i valori fondanti dell’Unione, ma perché la loro non sia la solita stantia retorica, devono avere la lungimiranza e il coraggio di affidarsi a una radicalità di contenuti. L’Europa deve essere una scelta di campo che metta al centro tutte le idealità che avevano mosso i Padri fondatori dell’Unione. L’attualità del Manifesto di Spinelli sta qui, poiché quel Manifesto non voleva essere un esercizio utopistico ma una visione pragmatica che tenesse insieme solidarietà e sicurezza sociale con la libertà personale e politica. Senza una politica sociale che contenga e limiti le prerogative del mercato, che metta steccati a quel che il mercato può o vuole fare, quell’idea di Unione è un bluff.

Estratto da “Utopia Europa” di Nadia Urbinati a cura di Antonio Fico,
Castelvecchi editore © 2019 Lit Edizioni Srl.
Per gentile concessione

© riproduzione riservata

Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/incognita-sovranista-futuro-europa/

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