Il video su Manduria scatena un’ondata di odio sui social. La polizia si rifiuta di rispondere alle nostre domande

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La settimana scorsa, il 2 maggio, abbiamo pubblicato un articolo critico sulla scelta della polizia di pubblicare sui propri account social due video delle aggressioni a Manduria, dove una persona anziana e con problemi mentali è stata picchiata, torturata, bullizzata da un gruppo di ragazzi tra cui alcuni minorenni.

La pubblicazione del video non rispondeva a nessuna esigenza investigativa, il testo che accompagnava il video sui social non spiegava il motivo della pubblicazione, si limitava a indicare di cosa si trattava, né rispondeva a particolari esigenze giornalistiche (non aggiungeva niente a quello che già si sapeva e si raccontava nelle cronache che si leggevano in quei giorni), riducendosi infine, come qualcuno ha fatto notare sulla nostra pagina Facebook, solo a una forma di “spettacolo di violenza gratuita che al massimo soddisfa il bisogno voyeuristico dei commentatori vari, di cui proprio non si riesce a inquadrarne il motivo”. Nell’articolo facevamo notare come quella pubblicazione avesse scatenato un’ondata di odio, sete di vendetta, violenza inaudita, commenti spaventosi tranquillamente ospitati sugli spazi social della polizia di Stato.

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Contestualmente alla pubblicazione di questo articolo critico, abbiamo posto delle domande alla polizia. Alla fine di un lungo e imbarazzante giro fra mail, telefonate, sollecitazioni e “stiamo per mandarvi le risposte, abbiamo bisogno dell’autorizzazione finale dell’ufficio comunicazione”, il responsabile del sito della polizia che ci è stato indicato come referente per i social, Mario Viola, ha sostanzialmente deciso di non rispondere alle nostre domande, rimandando semplicemente alla lettura di un post pubblicato da Open. Un post purtroppo abbastanza striminzito, che, riprendendo il nostro articolo e citandomi, si limita a riportare le risposte – molto deboli – della polizia. Un post che non si preoccupa minimamente di inserire quelle risposte in una cornice più ampia e di analisi, ma le pubblica a mo’ di “neutro” comunicato. Insomma non avevamo capito che in pratica la polizia aveva scelto Open alla stessa stregua di un ufficio stampa o del loro sito ufficiale.

Abbiamo inviato al direttore Viola una risposta molta dura, considerando il loro rifiuto di rispondere a noi, che per primi abbiamo posto il problema e posto le domande, come offensivo e come una mancanza di rispetto. D’altra parte non si è capito cosa sia successo tra un “Vi stiamo per mandare le risposte” – ripetuto per 5 giorni – e “Leggetevi le risposte su Open”.

Parlando con uno dei funzionari (non farò il nome per non metterlo in difficoltà), è apparso evidente che la scelta di pubblicare il video non sia stata minimamente ponderata per le conseguenze che avrebbe potuto avere. E non ci si è minimamente preoccupati dell’odio e della violenza scatenati, limitandosi alla fine a “oscurare” silenziosamente i commenti più violenti, senza intervenire attivamente per contenere e fermare quell’ondata di odio. Non ci si è posti il problema della volontà delle vittima, che purtroppo non c’è più (Antonio Stano è morto il 23 aprile) e non poteva quindi esprimere la sua volontà o meno di vedere diffuse le immagini che lo riprendono mentre subisce aggressioni, violenza, derisione, umiliazioni. La polizia non ha nemmeno preso in considerazione il rischio emulazione che potrebbe scatenare quel video. Eppure proprio con i social, faccio notare al telefono, le forze dell’ordine lavorano costantemente e gomito a gomito per arginare e contrastare fenomeni di bullismo e bullismo online (a loro volta le piattaforme hanno deciso che quel video, che in teoria non sarebbe ammissibile secondo le loro policy, andava bene evidentemente perché a pubblicarlo in questo caso è la polizia). Insomma capisco dai vari scambi, che abbiamo avuto in questi giorni informalmente al telefono, che non ci hanno proprio pensato. E non hanno pensato a come contenere quell’odio e quella violenza scatenata irresponsabilmente da una scelta che avrebbero fatto “in buona fede”.

In pochi abbiamo fatto notare l’errore di quella decisione, per la quale sono stati autorizzati dalla Procura. Tra questi Giovanni Ziccardi, Anna Puricella su RepubblicaGiovanni Drago su Next Quotidiano che fa notare nel dettaglio come la polizia abbia violato la sua stessa social media policy, Antonello Caporale sul Fatto Quotidiano, Matteo Flora sul suo canale Youtube e Valentina Spotti su Techeconomy, che analizza le risposte rilasciate a Open smontandole, lei sì, una ad una.

Scrive Caporale: “A chi serve pubblicare un video di una delle tante feroci aggressioni a cui è stato sottoposto il pensionato di Manduria, morto a seguito di tali violenze? Non serve agli inquirenti, giacché gli indiziati sono stati tutti fermati, non può servire all’opinione pubblica, che su quegli atti è stata abbondantemente informata. Allora la seconda domanda è: perché si rende pubblico un video di quel genere? Forse per allenarci alla ferocia? O forse per raccogliere i commenti, altrettanto feroci, sui protagonisti di questi atti disumani? Infatti la ferocia delle immagini fa da pendant alla ferocia delle parole che le commentano, alla durezza delle pene invocate, all’odio che quell’odio sprigiona nel tempo del ritorno all’occhio per occhio. Il fatto che la Polizia di Stato, sui suoi canali social, abbia diffuso questo video rende la vicenda più tragica, più insidiosa, più sospetta. E quella disumanità che col timbro dello Stato viene elevata a teatro, sia pure dell’orrore, è figlia di una decisione semplicemente incivile”.

Il video sarebbe stato pubblicato per creare attraverso la crudezza delle immagini riprovazione. Ma perché? Perché la polizia sarebbe tenuta a divulgare immagini violente con lo scopo di scatenare riprovazione? Tra l’altro non bastano davvero i dettagli emersi dalle cronache?

Volevano, a loro dire, “suscitare indignazione, attenzione e quella reazione volta a rompere qualsiasi future ipotetiche situazioni di silenzio affinché si verifichino le condizioni per favorire una corretta e puntuale veicolazione delle informazioni a coloro che sono deputati ad intervenire (ad esempio forze dell’ordine, servizi sociali ecc..)“.

Qui abbiamo un problema di versioni, cosa che, se ci avessero risposto, avremmo fatto notare: intanto non è nelle missioni della polizia suscitare indignazione o fare lezioni di educazione civica, ma cosa che più mi preme sottolineare questa versione veicolata da procura e forze dell’ordine secondo cui un silenzio omertoso avrebbe visto “complice” il vicinato è stata, e con forza, respinta dagli stessi vicini, che invece hanno rilasciato tutt’altra versione: più volte avevano segnalato cosa accadeva e mai le segnalazioni a carabinieri e polizia erano servite a qualcosa, al punto che il 5 aprile in otto decidono di fare ufficiale esposto / denuncia per ottenere finalmente un intervento. Agli atti poi risulta una denuncia contro ignoti da parte della vittima già nel 2012, e  il 14 marzo scorso lo stesso Antonio Stano aveva chiamato la polizia, denunciando di essere vittima di aggressioni da parte di una gang di ragazzini. Cosa abbiano fatto le forze dell’ordine da quel 4 marzo non è dato capire. Domanda che invieremo insieme ad altre alla mail dell’ufficio preposto alla comunicazione con la stampa relazioniesterne.stampaps@interno.it, sperando di avere questa volta una risposta. Vorrei ricordare che non è come mi è stato ventilato che rispondere è cortesia, la polizia non ci fa un favore rispondendoci. Come istituzione pubblica sarebbe tenuta a rendere conto delle sue azioni e scelte ai cittadini.

Passiamo a una delle domande “scomode” poste da Open e che riguarda la moderazione:

Ben consapevoli che sia impossibile moderare in tempo reale i commenti su Facebook (come è impossibile moderare in tempo reale un “ammazzateli” detto da un cittadino di fronte all’arresto degli accusati) e che sia impossibile moderare quelli su Twitter, qual è la vostra politica di moderazione e come intervenite?
«La moderazione sui social network varia a seconda della tipologia di piattaforma utilizzata. Nel caso di Twitter il social network non permette la rimozione dei commenti, negli altri la nostra policy è di rimuovere tutti i contenuti violenti che sono contrari al dettato costituzionale o alle leggi vigenti. Si rivela impossibile in presenza di migliaia di commenti intervenire in tempo reale. La Polizia di Stato si impegna tuttavia quotidianamente per una comunicazione rispettosa ed un dialogo aperto con i cittadini intervenendo appena possibile nell’eliminazione dei commenti incitanti alla violenza. Ogni altra considerazione è priva di fondamento; non vorremmo che tutta questa polemica fosse la tragica riproduzione della metafora “del dito e della luna”».

Valentina Spotti fa notare la debolezza di queste risposte: “Una pubblica Istituzione non può dare in pasto al pubblico un documento tanto violento senza fornire una qualche forma di guida alla visione. Il problema è che se la diffusione del video voleva avere un qualche scopo educativo, e cioè suscitare «quella reazione volta a rompere qualsiasi future ipotetiche situazioni di silenzio», questo scopo andava esplicitato. Subito, in modo chiaro. Nel lancio del post. Senza una “lettura guidata” ad un contenuto così violento i rischi sono enormi: su tutti, quello di emulazione.

Non puoi sapere con certezza quali saranno le reazioni del pubblico.
Prima di divulgare qualsiasi tipo di contenuto sensibile, non basta pensare soltanto ai motivi che ti portano a farlo, ma bisogna considerare anche come verrà recepito dal pubblico. I tuoi scopi potrebbero essere validissimi, ma non è detto che la gente reagirà nel modo in cui avevi in mente. E se accade questo, non c’entrano né il dito né la luna: chi è responsabile della divulgazione di un contenuto, è responsabile anche delle reazioni che provoca. Non è un problema secondario rispetto al tema principale: è il “tuo” problema”.

“Se un contenuto viene pubblicato con uno scopo preciso – continua Spotti – anche le risposte del pubblico diventano parte di quello scopo. Premere “Pubblica” e poi dimenticarsene azzera il valore dell’intera azione. E poco importa se, magari, il social media manager della Polizia di Stato abbia silenziosamente cancellato i commenti peggiori. Ancora una volta, se davvero la Polizia ha divulgato quel video con uno scopo educativo, avrebbe quantomeno dovuto interagire nella discussione che quel contenuto ha originato. In caso contrario il valore educativo della divulgazione diventa nullo. Cosa che, di fatto, è accaduta.”

Ecco infine le ulteriori domande che vorremmo porre alla Polizia:

1) Considerando l’odio e la violenza che ha scatenato sui social la scelta di pubblicare quelle immagini violente senza alcun esigenza investigativa, per le prossime volte valuterete con maggiore attenzione e ponderatezza se pubblicare o meno immagini violente? Avete considerato il rischio effetto emulazione?
2) Lavorate gomito a gomito con le piattaforme proprio per contrastare fenomeni di bullismo online: quel video se fosse stato pubblicato da un utente comune non sarebbe stato “attenzionato” da parte vostra proprio per il rischio emulazione?
3) Perché avete deciso di non intervenire attivamente nella moderazione?
4) Perché non avete rispettato la vostra stessa social media policy?
5) Che cosa è successo dopo il 14 marzo quando Antonio Stano vi ha chiamato chiedendo aiuto e denunciando le aggressioni subite? Avete iniziato ad indagare?
6) Come mai le continue richieste di intervento da parte dei vicini non hanno sortito effetto?

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/polizia-odio-social-video-manduria/<-a>

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