Ri-pubblicizzare l’acqua in Italia si può. E i costi ipotizzati dai gestori non sono reali

Ri-pubblicizzare l’acqua in Italia si può e i costi paventati negli ultimi mesi dai gestori per cessazioni delle convenzioni in corso, rimborsi dei debiti, canoni, oneri finanziari, addirittura mancati dividendi -pari a un ammontare compreso tra i 15 e i 25 miliardi di euro- non sono reali.

È quanto emerge dal dossier “Il costo della ri-pubblicizzazione del servizio idrico” curato dal Forum italiano dei movimenti per l’Acqua (acquabenecomune.org) e presentato a Milano il 16 maggio. Nelle pagine del documento è stato ricostruito il quadro attuale del servizio in termini di gestori, ambiti di riferimento, natura delle società. E soprattutto sono stati messi in fila i dati dei bilanci, così da poter valutare “in modo documentato e non empirico” i costi “reali” della ri-pubblicizzazione.

La copertina del dossier del Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Risultato: il costo una tantum per la ri-pubblicizzazione, “sostanzialmente relativo alla riacquisizione delle quote societarie detenute da soggetti privati”, sarebbe compreso tra 1 e 1,5 miliardi di euro. La valutazione del Forum -elaborata anche grazie al contributo editoriale di Altreconomia- giunge in un momento controverso della discussione della proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque”, ormai alla sua terza legislatura di “gestazione”. Non è un esercizio semplice quello fatto nel dossier, sia per il complesso merito della vicenda e sia per la distorsione mediatica che accompagna la battaglia per un’acqua pubblica gestita tramite aziende speciali, al di fuori delle logiche di profitto e diritto umano universale e fondamentale come riconosciuto dalle Nazioni Unite nel 2010 (Risoluzione del 28 luglio GA/10967). Basta scorrere i titoli di alcuni importanti quotidiani italiani dell’ultimo anno per rendersene conto. Il contenuto della proposta di legge di iniziativa popolare presentata nel 2007 dal Forum col sostegno di oltre 400mila cittadini -e fatta propria dal M5s in questa legislatura- è stata descritta a più riprese come un “sogno pubblico” da 15 miliardi di euro, una nuova “idrovora di Stato”, una brutta “copia di Maduro”, un “salasso da 19-23 miliardi”, una “riforma che ci farebbe affogare”.

Una rassegna di alcuni titoli recenti sulla questione ri-pubblicizzazione

Per smontare questi luoghi comuni, il Forum ha analizzato la struttura complessiva della gestione del servizio idrico, prendendo in considerazione “non solo i costi ma anche i risparmi o minori costi”. Dalla fotografia che ne esce l’acqua in Italia è già “pubblica”. Nel senso che la gestione del servizio attualmente “è affidata, per una quota pari al 66,67%, a società totalmente pubbliche e, per una quota pari al 32,46%, a società miste, pubblico – private, con capitale a maggioranza pubblica”. Risultato: il controllo pubblico tocca già oggi quota 99,13%. “Non è credibile che il ‘pubblico’ debba corrispondere un indennizzo a se stesso”, esordisce quindi il dossier.
È paradossale quindi parlare di “ri-pubblicizzazione”? No. “Attualmente le gestioni sono pubbliche ma gestite con una logica privatistica, come dimostrano profitti e finanziarizzazione -riflette Remo Valsecchi, commercialista, membro del Forum-. È l’effetto della gestione con società di diritto privato, nelle quali lo scopo è l’utile e la sua divisione tra i soci (art. 2247 cod. civ.) mentre il servizio è solo lo strumento per realizzare l’utile”.

Le società a capitale interamente privato hanno invece un “peso” marginale, “praticamente nullo”: “Per quanto riguarda il monoservizio sono sei e gestiscono il servizio in 32 Comuni (su 7.967) e una popolazione di 467.948 abitanti (su 60.476.956) e, per quanto riguarda le multiservizi, quattro che gestiscono sei Comuni e una popolazione di 29.797 abitanti”.

Rimane sul tavolo quindi la questione della liquidazione dei soci privati della loro quota di partecipazione nelle società miste, monoservizio e multiservizi, e con capitale interamente privato. Per stabilirla il Forum ha utilizzato il metodo patrimoniale, “rappresentato dal patrimonio netto, ossia dal valore contabile della società o ente”, “lo stesso che normalmente le società utilizzano per fare acquisizioni nel settore idrico”. Il valore ottenuto è sorprendente: per le “monoservizio” (ovvero che si occupano solo di idrico) stiamo parlando di 1 miliardo di euro. Per le “multiservizi”, invece, si ottiene una forbice tra 10,7 e 485,6 milioni di euro. Sommando le due voci, quindi, si va 1 a circa 1,5 miliardi di euro.

“Un esborso una tantum assolutamente aggredibile -scrive Paolo Carsetti del Forum nella prefazione del dossier- soprattutto nel caso, da noi ipotizzato, di intervento della Cassa depositi e prestiti che, per dare un’idea, ha distribuito dividendi nel 2018 per circa 1,34 miliardi di euro (nel 2017 essi ammontavano a circa 1 miliardo e nel 2016 a 850 milioni di euro) e che ha recentemente presentato un piano industriale per gli anni 2019- 2021 pari a circa 200 miliardi di euro, di cui 25 a favore degli Enti locali per finanziare investimenti in infrastrutture”.

Nel dossier non vengono risparmiate osservazioni critiche ai due centri di ricerca REF Ricerche e Oxera, interpellati a vario titolo anche dall’associazione dei gestori (Utilitalia, nel caso di Oxera), auditi in Parlamento nella discussione del “potenziale impatto della proposta di legge”. Per il Forum manca nelle loro analisi una “valutazione della funzione sociale, delle essenzialità per la vita umana” dell’acqua. Un esempio su tutti che dà conto dell’approccio radicalmente diverso è quello dei dividendi. È il caso di Oxera. Nel suo studio -commissionato da Utilitalia- tra gli “impatti non quantificabili” si ritrova anche il “mancato incasso dei dividendi”. Con tanto di esempi: “Nel 2016, ATO 2, controllata direttamente (e indirettamente, attraverso il gruppo Acea) dal Comune di Roma, ha raggiunto un utile pari a circa 90 milioni di €, di cui 61 milioni di € destinati ai soci come dividendi (il 68% degli utili) (circa 25 € per abitante servito)”. O Publiacqua (Firenze), “controllata direttamente e indirettamente da numerosi Comuni, ha generato un utile pari a 24 milioni di €, di cui 18 milioni di € destinati ai soci come dividendi (il 75% degli utili) (circa 14 € per abitante servito)”. O Smat (Torino), “controllante di SAP e controllata dal Comune di Torino e da altri Comuni, ha raggiunto un utile pari a 60,4 milioni di €, di cui 11 milioni di € quale dividendo ai Comuni soci (il 19% degli utili) (circa 5 € per abitante servito)”.

Poiché “le aziende speciali non distribuiscono dividendi”, scrive Oxera, vi sarebbe un “impatto” “non facilmente individuabile” su “consumatori, imprese e/o fiscalità generale”. “Questo è l’elemento che produce effetti, in senso negativo, di redistribuzione del reddito -denuncia il Forum-. I dividendi, destinati alla copertura di costi di gestione dell’Ente locale, non sono il corrispettivo di una prestazione o dell’erogazione di un servizio, ma sono delle vere e proprie ‘imposte’ che si aggiungono a quelle normalmente applicate; sono occulte, perché l’utente non ne è consapevole e violano il principio della capacità contributiva previsto dall’art. 53 della Costituzione, perché determinate in funzione del consumo. E in questo caso si tratta di un bene comune naturale e di un diritto fondamentale e non del reddito”.

La partita dell’acqua continua.

© riproduzione riservata

Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/costi-ri-pubblicizzazione-acqua/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *