Lettera di un volontario a bordo della Sea Watch

Il dodici giugno la SeaWatch3 prestava soccorso a 53 persone a circa 35 miglia nautiche dalla costa libica. Il coordinamento delle operazioni di soccorso marittimo – le note operazioni SAR (dall’inglese Search and Rescue, ricerca e soccorso), – in questa zona sono assegnate dalla cosiddetta guardia costiera libica, una milizia operante sotto il comando del governo di Tripoli.

Dal 2018 la cosiddetta guardia costiera libica viene sostenuta economicamente dai governi europei per intercettare le imbarcazioni dirette in Europa e riportare le persone nei noti centri di detenzione in Libia, nonostante le Nazioni Unite ribadiscano da tempo che la Libia non possa essere considerata un luogo sicuro dove poter sbarcare delle persone recuperate in mare.

Soccorrere persone nel Mediterraneo non è lo stesso che in altre acque, perché salvare una vita nel Mare Nostrum è ormai sistematicamente oggetto di sospetto, di diffidenza e speculazione. Ed è ormai una regola, una regola assurda e non scritta: chi soccorre viene indagato e punito con settimane di attesa nelle acque internazionali, in condizioni di sovraffollamento critico e risorse limitate, senza un porto dove sbarcare i naufraghi.

Sono uno dei volontari a bordo della SeaWatch3. Da una settimana condivido le risorse e il tempo sulla nave con decine di persone soccorse nelle acque internazionali del Mediterraneo Centrale. E mentre fuori da questa barca molto si parla di loro, noi, qui, parliamo con loro. Ancora una volta, questa assurda attesa ci dà l’occasione di capire meglio da cosa scappano, che cosa cercano.

K. ha una moglie e una bambina in Camerun. Nella regione settentrionale del paese la popolazione anglofona combatte contro la francofona. Ha lasciato la sua terra perché si rifiuta di prendere parte a questo conflitto fratricida. Viaggiava con due uomini che presto diventarono i suoi amici. Il primo fu ucciso davanti ai suoi occhi nel deserto tra Niger e Libia, K. Ha ancora vivida la percezione del suo sangue sulle sue mani. Il secondo nel centro di detenzione, dopo essere torturato.

D. è stata costretta a sposarsi a ventidue anni. Fu suo marito a organizzare la sua fuga dalla guerra civile, tramite una conoscente algerina. Ma, arrivata in Algeria, viene obbligata a prostituirsi in una casa chiusa e poi venduta come schiava e trasferita in Libia. Sta viaggiando con altre due donne ed un uomo ivoriano, è in cinta di suo marito. I trafficanti le violentano e uccidono davanti ai suoi occhi l’uomo che tenta di proteggerle.Viene incarcerata arbitrariamente in un centro di detenzione. Viene sistematicamente picchiata e messa in isolamento senza cibo ne acqua, perché aiuta a fuggire le sue compagne. Durante la visita dei commissari delle nazioni unite riceve con gli altri detenuti l’unico vero pasto che riceverà in diversi mesi e viene minaccata di vedersi tagliarle la lingua, se parla.

Con queste storie alle spalle, i passeggeri della SeaWatch3 guardano le luci di Lampedusa. Ci chiediamo perché, pur essendo tutti esseri umani, alcuni abbiano diritto alla vita e altri no. Ci chiediamo perché alcuni siano liberi e altri no. Ci chiediamo cosa produca la differenza, cosa ci condanni e cosa ci salvi.

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2019/06/18/lettera-di-un-volontario-a-bordo-della-sea-watch/151929/

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