Il pasticcio dell’immunità penale ad ArcelorMittal

L'ILVA data in fitto nel 2018 ad ArcelorMittal
E’ una cosa molto complicata e ambigua. Di Maio dice di averla tolta, ma non è così. Hanno riscritto la norma (che deve essere ancora approvata, è passata all’altro ramo del Parlamento) restringendone il perimetro di applicabilità. L’immunità penale con la nuova norma non viene cancellata ma sarà “riperimetrata” e riguarderà “solo” la realizzazione dell’AIA; attualmente invece fornisce uno scudo per l’azienda più ampio e riguarda anche la delicata tematica della sicurezza sul lavoro su cui già la Corte COstituzionale aveva arricciato il naso in una precedente sentenza. Con la nuova norma – non ancora approvata – sono immuni penalmente tutte le condotte connesse al piano ambientale se l’azienda dimostra di rispettare i tempi e le prescrizioni dell’AIA: “Se si rispetteranno i patti come li abbiamo firmati non ci sarà nulla da temere”, ha detto Di Maio ad ArcelorMittal.

Ma perché il governo ha riscritto le norme sull’AIA? Per un sussulto della coscienza?

Non è così. Vi sono un paio di ragioni che lo hanno obbligato. E queste due ragioni si chiamano CEDU e Corte Costituzionale.

Il governo ha dovuto fare di necessità virtù.

Infatti doveva riconsiderare la norma alla luce della condanna subita dallo Stato italiano presso la CEDU (Corte Europea diritti dell’Uomo).

Quando la delegazione di PeaceLink la scorsa estate andò dal ministro Costa, fummo accompagnati dall’avvocato che segue la pratica dei cittadini di Taranto presso la CEDU. Non c’era stata ancora la condanna ma il ministro dell’Ambiente si dimostrò preoccupato e chiese: “Ma se ci fosse una condanna che cosa succede?”

Ora il ministro Costa lo sa, e lo sa così bene che si è dato da fare con Di Maio per provare a modificare la norma. Il merito quindi di tutto “movimento” è quindi della società civile che si è mossa mentre il governo stava fermo l’estate scorsa, così come stava fermo e impassibile Di Maio quando il massimo dirigente europeo di ArcelorMittal disse di fronte a lui (e a noi che eravamo presneti a Roma nella sede del MISE) che non avrebbe accettato di operare senza immunità penale. Di Maio ascoltò impassibile. Allora l’immunità penale era una certezza assoluta e non vi era stata la condanna della CEDU, per cui opportunisticamente il governo non cambiò la norma che ora è costretto a cambiare per ragioni esogene.

Vi è una seconda ragione per cui il governo ha dovuto fare di necessità virtù.

Infatti la Corte Costituzionale dovrà esprimensi prossimamente sull’immunità penale ed è una seconda spada di Damocle per il governo. Anche su questo “movimento” va detto che nessun merito va al governo. Il merito spetta al magistrato che si è mosso, e anche a PeaceLink che ha presentato – con grande discrezione e senza alcuna pubblicità nella scorsa estate – una memoria al GIP di competenza per sollecitare il riesame della norma dell’immunità penale alla luce della sua possibile incostituzionalità.

Siamo quindi di fronte ad un quadro chiaro in cui emerge un comportamento opportuniscico del ministro Di Maio che non si è mosso quando fu incalzato da noi (innumerevogli furono gli appelli a cancellare la norma un anno fa) ma si muove ora quando la CEDU e la Corte Costituzionale lo mettono sulla “graticola”.

Ma il carattere camaleontico della componente pentastellata del governo si riconferma nel merito di questa “riforma” dell’immunità penale ad ArcelorMittal. 

Inftti – invece di cancellare l’immunità – il governo l’ha riscritta dando d’intendere agli elettori pentastellati che l’immunità è stata cancellata e dando al tempo stesso d’intendere ad ArcelorMittal che l’immunità resta in forma riscritta e un po’ più “ristretta”.

Agli elettori dice: “L’immunità non c’è più” (cosa non vera perché i provvenimenti di tale natura sono secchi, decisi e di un paio di righe, mentre il testo della nuova norma è articolato).

All’azienda dice: “Non preoccupatevi, non avrete nulla da temere se realizzate il piano ambientale”.

Il problema è che il piano ambientale (l’AIA) durerà fino al 2023: e se muore qualcuno, chi ne risponde in tempi così lunghi?

Di Maio sembra credere che le emissioni della fabbrica nel frattempo siano così blande e innocue da non costituire un problema in questi quattro anni di transizione.

Di Maio omette di considerare che ogni anno che passa muoiono almeno 70 persone in più nei quartieri più vicini all’area industriale (e la messa a norma degli impianti durerà fino al 2023!) e che la stessa Arpa ha previsto che vi sarà un rischio cancerogeno inaccettabile nel quartiere Tamburi anche quando dovessero essi messi “a norma” tutti gli impianti, con una produzione di 8 milioni di tonnellate/anno di acciaio. Arriveremo quindi al 2023 con trecento morti in più (non attribuibili automaticamente all’inquinamento ma comunque colegati ad aree cittadine su cui maggiormente si riversa l’inquinamento) per avere impianti che comunque non garantiscono l’assenza di effetti avversi sulla salute umana.

Il governo ha preso in considerazione di realizzare una Valutazione Danno Sanitario preventiva riesaminando l’AIA nel caso in cui il verdetto evidenziasse un rischio inaccettabile per i cittadini. Questo governo si è incamminato sulla difficile strada della “ambientalizzazione”. Se ne sta facendo paladino proprio il M5s che contestava tale strategia. Il dubbio è che questa operazione non sarà a zero vittime, lo sapeva (e lo gridava) il M5s quando era all’opposizione.

Il dubbio – e il dubbio è di molti – rimane ancora oggi che il M5s ha cambiato strategia.

Ma l’impressione che abbiamo è ancora quella. L’impressione è che lo stato di diritto sia stato sospeso a Taranto offrendo ai cittadini indigeni uno status di minore tutela, come ha dichiarato la Corte Europea dei diritti dell’Uomo con una condanna che non può più essere furbescamente ignorata da questo governo.

Fonte: www.peacelink.it – https://www.peacelink.it/editoriale/a/46633.html

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