“La salute non è d’acciaio. Il caso ILVA”

Ilva

Il primo capitolo della testi si intitola “L’Ilva da ieri a oggi, una minaccia ambientale, sociale ed economica”. Comincia ad esaminare la nascita dell’Italsider fino ad arrivare ad ArcelorMittal, passando per l’Ilva dei Riva.
Descrive l’inchiesta “Ambiente Svenduto” e giunge fino alla sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato lo Stato italiano per non aver protetto i cittadini di Taranto.

Il secondo capitolo si concentra sulla società civile che si è opposta all’inquinamento e analizza i tarantini “reattivi”. Tratta i movimenti sociali e la partecipazione “dal basso”, l’associazionismo a Taranto e la partecipazione al conflitto ambientale.

Giunge anche a toccare il tema delle bonifiche (“La canapa che bonifica, un’alternativa possibile”).

Il terzo capitolo è dedicato alle interviste.

Le conclusioni dell’autore della tesi sono le seguenti: 

“Il presente elaborato si è occupato di una questione socio-sanitaria ed ambientale che, nel silenzio generalizzato e nell’ipocrisia politica, sta martoriando un’intera città e una popolazione indifesa. Una popolazione, però, sempre più consapevole del disastro ambientale da cui è colpita e che, con tutte le potenzialità a propria disposizione, reagisce, critica, contesta, manifesta e denuncia. Una popolazione che allo stesso tempo si sente tradita dalla politica e dai “politicanti”. Una popolazione che si sente abbandonata e sfruttata: perché a Genova nel 2005 lo stabilimento di Cornigliano viene chiuso? La motivazione era che le cokerie e l’altoforno funzionante avevano un forte impatto sulla salute pubblica, diventando incompatibili con la salute umana.
E allora perché a Taranto tre altoforni funzionanti senza sosta non dovrebbero avere lo stesso effetto? È una domanda che tutti si pongono e in tanti hanno la risposta. Una risposta che, però, nasconde spesso rabbia e frustrazione.

Il piccolo campione di intervistati, seppur “di parte”, mi ha fatto capire come non ci sia più tempo a disposizione e che sia arrivato il momento di voltare pagina.
Sicuramente, per completezza, sarebbe stato utile dar voce anche al cittadino comune, ai lavoratori Ilva/ArcelorMittal, ai sindacati e a chi convive con il lutto.
Da ricercatore, sicuramente, non posso prendere posizione ma posso solo provare – con il massimo rispetto – a testimoniare la delusione e lo sconforto di chi non ci sta, ma non perde la speranza in un cambiamento possibile.

Per questo motivo le risposte che più mi hanno colpito riguardano proprio il cambiamento.
C’è chi se lo augura in primis culturale, e chi invece socio-economico.
La speranza, quindi, sembrerebbe riposta nei più giovani: un cambiamento culturale arriva dalla scuola, da cosa e come si insegna alle giovani generazioni. Sono gli stessi giovani che devono avere il diritto all’autodeterminazione, a poter scegliere cosa fare e come e, in una città dall’immenso potenziale ma oppressa dall’inquinamento, dovrebbero avere la stessa fortuna di chi nasce, cresce e vive in altre città d’Italia più attente alla salute dei cittadini. Una città dove ci siano più opportunità, più investimenti, dove si possa respirare aria di libertà e – mi viene da aggiungere – più sana. E dove, sottolinea infine Manna, sia protagonista la cultura.
Se a Taranto, come in tutta Italia, non si riparte dalla cultura e dalle generazioni future, qualsiasi tipo di lotta sarà inutile: risulterà difficile contrastare l’illegalità, le organizzazioni criminali e la corruzione stessa”.

La chiusura della tesi riprende l’intervento di Alessandro Marescotti – presidente di PeaceLink – durante il tavolo di confronto governo-associazioni del 24 aprile 2019, avvenuto presso la Prefettura di Taranto e rivolto ai Ministri Di Maio, Grillo e Costa. “Un intervento che trovo denso di significato, e che inquadra pienamente la delusione dei cittadini davanti all’inerzia politica”, scrive Nicola Petrilli.

“Io mi chiedo: ma la popolazione di Taranto da chi è protetta? Da chi è tutelata?
L’impressione che abbiamo è che a noi venga riservato un livello di attenzione che voi riservate ai migranti, per i quali la vita non è un diritto! E anche a Taranto la vita non è un diritto! Questo da un punto di vista antropologico si chiama “razzismo ambientale”. Gli studiosi negli Stati Uniti hanno studiato questo fenomeno e hanno visto che le imprese più inquinanti e le fabbriche più nocive venivano installate proprio vicino ai ghetti neri, dove la vita non era un diritto e quando hanno scoperto che questo era l’andazzo, c’è stato un Presidente degli Stati Uniti che ha detto che questa cosa non si doveva più fare.” (Intervento di Alessandro Marescotti davanti al ministro Luigi Di Maio)

La tesi di Nicola Petrilli si conclude con una ricca sitografia che documenta l’appassionato lavoro di documentazione su cui è stata realizzata. 

Fonte: Peacelink.it – https://www.peacelink.it/ecologia/a/46662.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *