Città bandita

L’élite di Catania.

L’inchiesta giudiziaria che ha travolto l’Università di Catania, tutti i suoi vertici e gettato ombre su centotrentacinque concorsi per ricercatori, docenti ordinari e associati, è stata vissuta dalla comunità accademica catanese come una calamità naturale. Un uragano, un grande terremoto, un’onda anomala. Un evento funesto e imprevedibile. Come quegli eventi di cui gli esseri umani non hanno alcuna responsibilità e nessuna colpa.

La corruzione, i figli dei figli chiamati a fare concorsi truccati, un sistema di potere baronale vantato davanti ai colleghi, la democrazia interna all’istituzione accademica concepita come guerra tra bande e scontro di potere sui concorsi sono stati derubricati a “cose da niente, cose normali, cose naturali dentro l’Università”.

Ciò che di più triste emerge dall’inchiesta della Procura di Catania sulla corruzione all’Università è l’incapacità storica dell’Ateneo di risanarsi, di rifuggire pratiche clientelari, di superare l’insopportabile familismo. In un’Istituzione sana sarebbe stato inutile l’intervento della magistratura e della polizia, sarebbero arrivati prima il Senato Accademico, i consigli di dipartimento, persino le assemblee studentesche, che seppur hanno urlato non hanno mai raggiunto una forza tale da mettere in discussione le logiche di potere degli organi accademici.

C’è qualcosa di più pericoloso della sospensione dalla carica di tutti i vertici accademici, più insopportabile dei concorsi truccati, più intollerabile degli abusi di potere: è la reazione omertosa, autoassolutoria, conservativa e consociativa della comunità accademica alle indagini e a quelle verità che, indipendentemente dalla rilevanza penale, sono emerse dall’inchiesta della Procura di Catania.

Chi lavora all’Università ha preferito scrivere appelli di sostegno al Rettore accusato, ha preferito diramare comunicati di attacco alla magistratura, ha deciso di buttarla in caciara, di fare di tutta l’erba un fascio, e di attaccare l’intero sistema universitario italiano ed europeo, in modo da annacquare quelle accuse di associazione a delinquere e di corruzione. Ha deciso di serrare le fila, di proteggere il buon nome dei docenti universitari catanesi, tutti senza distinzione, di chiudere le porte del Rettorato e di difendere il fortino. Così nell’Università del familismo il Decano, Professore più anziano, parente di svariati professori coinvolti nell’inchiesta, convoca d’urgenza il Senato Accademico e indice in fretta e furia le nuove elezioni per Rettore, allo scopo unico di andare avanti, di accelerare, di perpetuare gli stessi identici poteri finiti sotto inchiesta: come se nulla fosse mai successo. Come nei paesi colpiti dal terremoto da ricostruire.

Avrebbero dovuto solo chiedere scusa, comprendere che l’Università non poteva più funzionare in quel modo, avere rispetto per un’inchiesta della magistratura che ha svelato cose assai note, rifuggire l’idea che si tratti di un complotto, di una resa dei conti. Non l’hanno fatto.

Potevano ripartire da quei professori che con coraggio, come si legge nelle intercettazioni, hanno tentato di resistere: Maurizio Caserta che tenta di fermare un concorso truccato, Gianni Piazza che si oppone in consiglio di dipartimento. Hanno prevalso quelli che nelle intercettazioni assecondano il Rettore e i baroni, gli insospettabili contattati telefonicamente per comunicare “che l’accordo è fatto”: i finti garantisti preoccupati solo che prima o poi salti fuori anche il loro nome.

Anche i coltissimi professori hanno scelto la strada più semplice, quella catanese. Quella della pretesa impunità dei ricchi e degli eleganti. Quella dei rapporti amicali e parentali, trasversali politicamente, ma che creano una solida comunità di affari e interessi. Medici, professori universitari, magistrati, costruttori, politici, gioiellieri e i loro figli, mariti e mogli dei figli, nipoti e così via. Poche migliaia di persone che tengono per il collo l’intera città e che quando vengono accusate, sanno bene come delegittimare l’accusante. Che si tratti del sequestro del giornale della città, delle forniture di un ospedale o di centinaia di concorsi truccati all’università.

“Perché poi alla fine qua siamo tutti parenti (…) l’università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta una specie di élite culturale della città perché fino adesso sono sempre quelle le famiglie” dice il Rettore dell’Università di Catania Francesco Basile al Direttore Generale Candeloro Bellantoni.

Dice il Giudice che “la conversazione non necessità commenti: l’élite culturale di cui parla il Basile è tale perché ha illegalmente occupato i ruoli nevralgici dell’Università orientando in favore di parenti e affini l’assegnazione di concorsi che avrebbero, invece, dovuto premiare i più capaci in ossequio al dettato previsto dall’art. 3 della Costituzione”.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/lPE4EzEMl9c/

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