Ritorno al campo rom di Giuliano

Paura per un possibile nuovo sgombero. I 450 di origine bosniaca sgomberati a maggio temono il peggio: «Dove ci porteranno?» Dalla loro parte solo la Chiesa e i volontari. «Don Francesco, aiuti i nostri figli. Questa è una gabbia»


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«È vero che ci sgomberano di nuovo?». C’è preoccupazione, paura e anche un po’ rabbia, nella voce dei rom di Giugliano, sgomberati il 10 maggio dal campo dove vivevano da tre anni e finiti in una azienda abbandonata. Hanno sentito del nuovo censimento dei rom che vivono nei campi, ordinato dal ministro Salvini in vista di nuovi sgomberi. Per loro, sono 450 di origine bosniaca, il 60% minori, sarebbe l’ottavo in meno di venti anni.

«Se ci sgomberano di nuovo per noi è finita» denuncia Giuliano. Il ministro ha scritto nella circolare che i primi ad essere sgomberati sono i campi abusivi e questo di Giugliano lo è. Dopo l’ultimo sgombero, il 10 maggio, non è stata offerta nessuna vera soluzione alternativa e finalmente definitiva. Oltre che rispettosa delle persone. Nulla, assolutamente nulla. «Ora sono qui, in una azienda abbandonata, vicino allo svincolo di un importante asse stradale, tra macerie, fango, senza acqua nè luce», scrivevamo due mesi fa. E così è ancora oggi. E, come al solito, il provvisorio diventa definitivo o quasi. Dimenticate e abbandonate, la famiglie hanno costruito baracche con materiale rimediato.

Ormai quasi non ci sono più spazi. «Viviamo ingabbiati. I bambini giocano per strada ma è pericoloso con le macchine che corrono». Siamo accanto a uno svincolo. E i bambini ci corrono incontro, quando arriviamo insieme a don Francesco Riccio, parroco di San Pio X e responsabile dell’ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Aversa, uno dei pochi a non averli dimenticati, assieme ai volontari della Caritas diocesana e a fratel Rafael, laico lasalliano che viene da Secondigliano.

Riconosco il bimbo che due mesi fa era corso verso di me sorridendo e tenendo stretti in pugno due pacchetti di biscotti che mi voleva offrire. È sempre scalzo, come tutti i bimbi, e ancora più sporco, come tutti i bimbi. Ma sorride sempre, come tutti i bimbi. «Alcuni di loro saranno ospitati nel grest parrocchiale che sta per iniziare. E quattro adolescenti verranno con noi al campo di Ac sul monte Faito. Vogliamo che si incontrino con gli altri ragazzi, che si conoscano. È il primo passo per un percorso di vera inclusione. Partire dai bambini per coinvolgere le famiglie rom e della parrocchia».

Mentre racconta questo, il parroco prende appunti con le richieste che gli fanno. «Don Francesco, aiutaci tu». E si preoccupa soprattutto per la loro salute. La bimba più piccola, poco più di due mesi, dopo aver vissuto per settimane in un’auto, ora sta in una piccola baracca. Respira male, ha catarro, piange. Il parroco organizza la visita di un pediatra. Una donna racconta di aver avuto vari svenimenti. È andata al pronto soccorso e le hanno detto che deve fare una tac. Ma come? Dove? Ne ha diritto? Anche di questo si occuperà don Francesco, che ha coinvolto come volontari alcuni medici dell’ospedale di Giugliano. Continuiamo il giro accompagnati da una frotta di bambini. Scherzano, giocano, ci prendono per mano. Arriviamo in fondo al campo. Sotto a un capannone di metallo, Fabrizio ha costruito la sua baracca e ne è molto orgoglioso. È di legno e soprelevata, per evitare l’umidità, l’unica del campo. «L’ho quasi finita ma se ci sgomberano di nuovo è lavoro sprecato» dice anche lui preoccupato. E giustamente. Ha 26 anni e cinque figli, il più grande 8 anni. «Sono nato e cresciuto in Italia. Mio padre è arrivato qui più di trenta anni fa. Ed è sepolto nel cimitero di Giugliano. Io ho avuto sette sgomberi. Avrò anche l’ottavo?».

È il nuovo incubo per questa comunità passata da un campo nell’area industriale, a quello vicino a un centro commerciale, a un altro vicino a un’enorme discarica, fino al penultimo in un fossato. Ma almeno lì c’era l’acqua che vanno a prendere ancora adesso facendo un paio di chilometri. Niente luce e solo alcuni bagni chimici, arrivati da alcuni giorni. Ma sono pochi e così ci si arrangia con latrine autocostruite. Sono così da due mesi. E da due mesi l’unica soluzione proposta sono dei fondi europei che il Comune ha a disposizione, 5mila euro a famiglia, ora saliti a 8mila, per trovare sistemazioni autonome. Ma chi affitta una casa ai rom? E molti non si vogliono separare.

Così ora si cercano casolari da acquistare per 2 o 3 famiglie, coi soldi del comune e di qualche benefattore. Ma non è meno difficile. E mentre la soluzione non arriva, mentre la precarietà ancora una volta si organizza, torna lo spettro dello sgombero. Per fortuna i piccoli non lo percepiscono. Una bimba, 5 anni, guarda con interesse i miei braccialetti, ricordo di altre emergenze. Mi chiede quello colorato che mi ha regalato un immigrato africano. «Tieni, è tuo». E corre via felice. Mi sento tirare la maglietta. È la sorella maggiore, 7 anni. Ha in mano un suo braccialetto di plastica. Me lo porge sorridendo. «Hai regalato il tuo a mia sorella e io ti regalo il mio» dice con gentilezza. Ecco le persone che dovrebbero essere sgomberate. Eppure la compatrona di Giugliano, la Madonna della Pace, è chiamata “zingarella” per il colore scuro del viso. Zingarella, proprio come le due sorelline.

Antonio Maria Mira, Giugliano in Campania (Napoli) venerdì 19 luglio 2019

Avvenire

Fonte: Perlapace.it – http://www.perlapace.it/ritorno-al-campo-rom-giuliano/

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