La “pace fiscale” e la fine della cittadinanza. È tornata la finanza creativa

Negli ultimi tempi sembra essere tornata di moda la finanza creativa. A differenza di quanto avveniva in passato però, le attuali proposte di più o meno credibili interventi sui conti dello Stato hanno a che fare quasi esclusivamente con tasse e imposte. La recente ipotesi di finanziare la riduzione del carico fiscale, operata attraverso la flat tax, ricorrendo ad una nuova raffica di condoni, sublimati sotto la ben più ecumenica voce di “pace fiscale”, costituisce la misura più rilevante, e certamente più paradossale, in tal senso.

In primo luogo una simile prospettiva stravolgerebbe una delle più consolidate tradizioni degli ordinamenti liberali avviatasi dalla fine del XVII secolo. La nozione di cittadinanza si è fondata infatti sul principio per cui chi paga le imposte gode del diritto di voto per scegliere i propri rappresentanti; la rappresentanza parlamentare ha le sue radici nel principio anglosassone “no taxation without representation”, che è stato l’oggetto delle grandi rivoluzioni liberali e che ha sancito la trasformazione dei sudditi di antico regime in cittadini-contribuenti, in grado di contribuire appunto con il pagamento delle imposte al funzionamento dello Stato di cui essi stessi avrebbero, a vario titolo, beneficiato. Questa dimensione volontaria della cittadinanza basata sul fisco era la garanzia della libertà del singolo cittadino dall’arbitrio del potere politico e lo rendeva giudice, in quanto pagante ed elettore, della bontà dei servizi ricevuti dallo Stato stesso. Si trattava di un patto sociale chiaro che attribuiva la legittimazione del potere ai contribuenti.

In seguito, nel corso del Novecento, la nozione di cittadinanza si sarebbe estesa non restando confinata alla sola comunità di coloro che pagano tasse e imposte, ma il principio ispiratore del patto sociale restava centrale; chi contribuisce al finanziamento dello Stato in relazione alla propria possibilità di farlo ha diritto di beneficiare dell’azione dello Stato stesso che si estende anche a chi non può finanziarlo in virtù di una comune appartenenza alla cittadinanza democratica.
Se, invece, si afferma il principio per cui, abitualmente, chi non paga le imposte può definire con lo Stato un accordo che gli consente di versare assai meno del dovuto e quanto recuperato con un simile accordo serve a finanziare la riduzione delle imposte in maniera uguale per tutti, mediante la flat tax, la tassa piatta, allora l’essere contribuente cessa di costituire la condizione della cittadinanza e della libertà dal potere politico. Pagare le imposte diviene, in quest’ottica, un disvalore e l’appartenenza allo Stato non si regge più sull’idea che i cittadini debbano contribuire a sostenerlo sulla base di regole condivise.
Per essere ancora più chiari: finanziare lo Stato con i proventi dell’evasione e utilizzarli per ridurre le imposte significa, in estrema e paradossale sintesi, negare l’esistenza dello Stato, la cui fondamentale prerogativa di imporre un prelievo per sostenersi risulta dipendente da quanto gli evasori sono disposti a pagare.

Le aliquote verranno così definite in base alle aspettative dei “peggiori” cittadini, con un’inevitabile scomparsa di qualsiasi fedeltà fiscale. Proprio per tale rischio, l’intenzione di giustificare una siffatta visione del sistema dei tributi con le condizioni di difficoltà di molti contribuenti, divenuti evasori per necessità, non può bastare e a tale scopo devono essere mirate, invece, le deduzioni e le detrazioni. A questo riguardo emerge però un secondo paradosso. Nel pensiero politico ed economico sono state molte le teorie che hanno sostenuto la bontà di uno Stato leggero, in cui il carico fiscale era volutamente molto basso per lasciare più risorse a disposizione dei cittadini che avrebbero potuto utilizzarle liberamente senza la mediazione dell’autorità statale. Tali teorie hanno tuttavia sempre affermato che un basso livello di prelievo fiscale avrebbe comportato uno Stato ben poco presente, ridotto a funzioni minimali e di conseguenza volutamente non in grado di fornire ai cittadini i servizi necessari che sarebbero stati acquistati, a pagamento, sul mercato. Chi oggi si dichiara fautore della flat tax finanziata con i condoni, e quindi accetta inevitabilmente una minore fedeltà fiscale e minori entrate, non immagina invece, come i liberisti tradizionali, uno Stato leggero, ma introduce il reddito di cittadinanza, Quota cento, il salario minimo garantito, la nazionalizzazione di Alitalia e vari altri interventi destinati ad ingigantire la spesa pubblica. È questo il secondo paradosso; si celebra l’infedeltà fiscale e al contempo si costruisce uno Stato costosissimo.

A ciò si aggiunge l’ulteriore anomalia di pensare di finanziare almeno una parte della spesa pubblica permanente, a regime, come quella per reddito di cittadinanza e pensioni, con entrate una tantum, che tolgono ogni continuità alle risorse pubbliche. Sembra che stia compiendosi così lo smantellamento repentino di alcuni degli elementi portanti dei sistemi istituzionali su cui si è sorretta la tenuta della società italiana dal dopoguerra in avanti; uno smantellamento che, peraltro, non avviene solo sul piano dei principi ma anche su quello dei numeri. Se oggi quasi il 65% dei contribuenti italiani è collocato nella fascia di reddito da 0 a 50mila euro, quanto costerà applicare a tale scaglione un’aliquota secca del 15%? Quante “paci fiscali” saranno necessarie per trovare le risorse mancanti? Lo Stato forte degli evasori è, ancora una volta, una efficace narrazione molto lontana dalla realtà.

Università di Pisa

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/pace-fiscale-analisi-volpi/

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