Le stragi dei suprematisti bianchi, l’uso della Rete e le parole di odio dei leader politici

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Tra sabato e domenica, nell’arco di 24 ore, negli Stati Uniti sono morte più di 30 persone uccise in sparatorie di massa. I due episodi sono indipendenti tra di loro, e presentano degli elementi diversi. Quello che li accomuna è il profilo della persona che ha sparato: un giovane maschio bianco.

La prima sparatoria è avvenuta la mattina del 3 agosto a El Paso, in Texas, al confine con il Messico. Poco prima delle 11, il ventunenne texano Patrick Crusius, di Dallas, a circa 600 miglia da El Paso, ha aperto il fuoco con il fucile all’interno di un supermercato Walmart – posto molto frequentato anche da famiglie di cittadini messicani – causando almeno 22 vittime e 27 feriti. La polizia è intervenuta sul luogo, arrestando l’attentatore. Secondo gli agenti, il ventunenne non ha mostrato alcun segno di pentimento.

Prima di iniziare a sparare, Crusius aveva postato online sul sito 8chan un manifesto suprematista bianco di quattro pagine, in cui diceva che l’attacco era una risposta alla “invasione ispanica” del Texas, e di difendere il paese “da una sostituzione etnica e culturale causata da un’invasione”. Le autorità federali hanno fatto sapere che il caso verrà trattato come “terrorismo domestico”.

Qualche ora dopo, intorno all’una della notte tra sabato e domenica, a Dayton, in Ohio, Connor Betts, 24 anni, ha iniziato a sparare sulla gente che si trovava per strada e nei locali della zona, causando 9 vittime – tra cui anche sua sorella – e 27 feriti. Anche l’attentatore è morto, in uno scontro a fuoco con la polizia. Betts era armato con un fucile d’assalto, un giubbotto antiproiettile e circa cento munizioni. Ha sparato 41 colpi in meno di 30 secondi. Il capo della polizia di Dayton, Richard Biehl, ha dichiarato che «non c’era nulla nella storia di questa persona che avrebbe potuto precludergli l’acquisto di quell’arma». Un’altra pistola è stata poi rinvenuta nell’auto parcheggiata lì vicino. A differenza del caso di El Paso, le motivazioni della sparatoria di Dayton non sono ancora chiare, anche se alcuni elementi sul profilo di Betts iniziano a emergere. Ad esempio, un certo interesse per violenza e sparatorie di massa e un’attitudine alla misoginia, compresa la compilazione di liste di “ragazze da stuprare” a scuola.

Le due stragi ravvicinate hanno acceso la discussione negli Stati Uniti sulle questioni dell’accesso alle armi e del terrorismo suprematista bianco. Secondo il Gun Violence Archive finora nel 2019 ci sono state oltre 250 sparatorie di massa (intese come eventi in cui 4 o più persone sono state raggiunte da colpi di pistola nella stessa area e lasso di tempo) negli Stati Uniti. Il direttore dell’FBI Christopher Wray ha dichiarato che sono stati conteggiati circa 100 casi di arresti per terrorismo domestico nel 2019, la maggior parte dei quali hanno legami con il suprematismo bianco.

Solo la scorsa settimana, il 28 luglio, Santino William Legan, di diciannove anni, ha aperto il fuoco al Girloy Galrlic Festival, in California. I morti in quel caso sono stati quattro – compreso l’attentatore, colpito dalla polizia. Anche in questo caso l’FBI ha aperto un’indagine per terrorismo domestico: secondo gli investigatori Legan avrebbe avuto una “lista di obiettivi” da colpire, inclusi edifici religiosi e federali.

La strage di El Paso, i precedenti e l’uso della Rete

Poco meno di un’ora prima di entrare da Walmart e uccidere più di 20 persone, intorno alle 10 e 15, Patrick Crusius aveva annunciato la sua impresa sul board /pol/ di 8chan, una bacheca anonima con un policy estremamente permissiva, nota per la pubblicazione di contenuti violenti. Crusius ha postato anche un manifesto intriso di suprematismo bianco in cui spiegava il suo piano di fare una sparatoria di massa contro il popolo latino, colpevole di “invadere” gli Stati Uniti. Il messaggio conteneva un monito: “Fate la vostra parte e diffondetelo fratelli!”

Come ricostruito da Slate, qualcuno deve aver ricevuto la richiesta dell’autore: poco dopo essere stato pubblicato su 8chan, il manifesto è stato trovato su 4chan – un’altra bacheca con scarse regole sui contenuti che è possibile pubblicare – e poi ha iniziato a girare come immagine su Twitter e Facebook.

Non è la prima volta che il sito 8chan risulta coinvolto in episodi come quello di El Paso. Lo scorso marzo, prima di uccidere 50 persone in una moschea a Christchurch, in Nuova Zelanda, il 28enne Brenton Tarrant aveva postato su 8chan un manifesto che contiene tutti gli elementi del suprematismo bianco intitolato “The great replacement” (La grande sostituzione). È proprio a lui che, nel suo testo, Crusius sostiene di essersi ispirato.

Insieme al manifesto, Tarrant aveva postato anche un link a una diretta Facebook del massacro e istruzioni per condividerla. Il video è stato rimosso circa 45 minuti dopo l’inizio, il tempo necessario per diffondersi: nelle 24 ore che hanno seguito l’attentato è stato postato su Facebook circa 1,5 milioni di volte.

Un mese dopo la sparatoria in Nuova Zelanda, il diciannovenne John Earnest è entrato in una sinagoga di Poway, in California, uccidendo una persona. Due ore prima, aveva postato un manifesto antisemita su 8chan, inserendo anche istruzioni per diffonderlo. Sia Tarrant che Earnest, peraltro, sembra si fossero radicalizzati sulla piattaforma.

“Ognuna di queste sparatorie sembra essere progettata per diventare virale: un atto orrendo cattura l’attenzione mondiale, e un manifesto aggiunge il carico d’odio”, si legge su Slate. 

8chan esiste dal 2013, quando è stata fondata da Fredrick Brennan, all’epoca 19enne e programmatore a New York. È nata per aggirare – le già blande – restrizioni di bacheche come 4chan. Nella sua tag-line si definisce “l’anfratto più oscuro” online, e come spiega un articolo pubblicato su Vox, la piattaforma è diventata un luogo popolato da nazionalisti bianchi, neonazisti e alt-right: “Il tono della conversazione è quello dell’umorismo nero e inquietante in cui abbondano retorica odiosa sul popolo ebraico, musulmani, donne e altri gruppi. Gran parte delle discussioni vengono definite come semi-serie e ‘per il lulz’ (variante dell’espressione LOL). Ma le conseguenze nel mondo reale non sono certo uno scherzo”.

Il pezzo su Slate spiega come 8chan non sia “solo un posto dove le persone trovano una community per il loro odio, ma è anche dove vanno quando vogliono annunciare omicidi di massa a un esercito online che può aiutarli a diffondere il loro messaggio. E quando i proprietari di 8chan si sentono obbligati a intervenire” quell’esercito “si è già messo al lavoro. Il manifesto è stato ripostato ancora e ancora”.

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Secondo un pezzo di Robert Evans su Bellingcat, comunque, oltre alla consacrazione di 8chan come luogo di radicalizzazione di stragisti, c’è un altro aspetto che la sparatoria di El Paso ha portato alla luce: l’atto di massacrare innocenti si è gamificato – ossia ha assunto le sembianze di un videogame. Evans ha trovato diversi commenti online successivi alla sparatoria relativi al conteggio dei corpi delle vittime. Già dopo l’attentato a Christchurch, utenti di 8chan commentavano regolarmente sull’elevato numero di morti causati di Tarrant, esprimendo il desiderio di “battere il suo alto punteggio”.

“Quello che vediamo qui è l’evidenza dell’unica reale innovazione che 8chan ha portato al terrorismo globale: la gamification della violenza di massa”, scrive Evans, sottolineando come questo sia visibile “nel modo in cui la sparatoria di Christchurch è stata compiuta. Brenton Tarrant ha trasmesso live il suo massacro da una videocamera posizionata sulla sua testa, in modo che la sparatoria sembrasse esattamente come un videogioco in prima persona. È stata una scelta consapevole, così come la decisione di scegliere una colonna sonora che avrebbe intrattenuto e ispirato i suoi spettatori”.

Gli episodi di Christchurch o della sinagoga in California e in ultimo quello di El Paso hanno acceso la polemica attorno a 8chan, e al suo ruolo nelle sparatorie di massa e in atti violenti. Il sito è stato offline per diverse ore, dopo l’abbandono da parte di società che ne garantivano il funzionamento. Il suo stesso creatore, Brennan, ha chiesto che il sito venga chiuso: «Se potessi tornare indietro e non creare 8chan, probabilmente lo farei».

Come fa notare Buzzfeed, però, non esiste una soluzione semplice, ed “è improbabile che chiudere il sito sradichi questa nuova cultura estremista, perché 8chan è ovunque. Stacca la spina, apparirà da qualche altra parte, in qualunque luogo lo ospiterà. Perché non c’è nulla di particolarmente speciale in 8chan”: “L’unica cosa che radicalizza gli utenti di 8chan sono gli utenti di 8chan”. C’è un problema molto più profondo, e va ben oltre le bacheche anonime.

La catena del terrorismo suprematista

Gli attentatori di Christchurch, Poway o El Paso hanno in comune il fatto di credere che le persone bianche stiano subendo una “sostituzione” a causa dell’immigrazione, o addirittura che sia in atto un “genocidio dei bianchi”. Secondo questa teoria del complotto – della quale Leonardo Bianchi su VICE ha ripercorso le origini e l’evoluzione – “i grandi cambiamenti demografici e sociali che interessano gli Stati Uniti e molti altri paesi – come l’immigrazione, i matrimoni misti, il multiculturalismo, il liberalismo e il femminismo, solo per citarne alcuni – fanno in realtà parte di un piano segreto per annientare la razza bianca”.

Cynthia Miller-Idriss, senior fellow al Centre for Analysis of the Radical Right, ha spiegato al Guardian che per coloro che credono nelle teorie del complotto del suprematismo bianco, il cambiamento demografico costituisce «una minaccia esistenziale per le persone bianche», e l’idea della “sostituzione” è centrale – come dimostra il coro “You will not replace us!” (Non ci sostituirete!) intonato da suprematisti bianchi e neonazisti alla marcia di Charlottesville.

Crusius a El Paso così come Tarrant in Nuova Zelanda citano il “genocidio bianco” nei loro manifesti. Tarrant, così come Anders Breivik, autore delle stragi del 2011 a Oslo e Utøya, in Norvegia, vedevano nei musulmani invasori che minacciano la civiltà bianca. Robert Bowers, attentatore alla sinagoga di Pittsburgh nel 2018, e John Earnest, che ha ucciso una persona ad aprile in una sinagoga di Poway, vedevano la minaccia nel popolo ebraico. Come ha analizzato Michael Davis, Research Fellow al Middle Eeast Media Research Institute, tutti questi stragisti “hanno affermato di aver agito con un senso di urgenza e autodifesa. Vedevano loro stessi come tra i pochi difensori di una razza bianca in pericolo. Guidati da questa certezza, tutti e quattro hanno cercato di pubblicare manifesti che presentassero quelli che credevano fossero argomenti razionali, informando della loro scelta di agire”. Crusius, Earnest e Tarrant, tra l’altro, “hanno citato altri suprematisti bianchi come loro ispirazione, esprimendo un senso di cameratismo con una comunità online che condivide la loro ideologia, e l’hanno invitata a continuare la lotta”.

La pubblicazione dei manifesti è un tentativo di fare in modo che altri seguano la scia. «Stanno anche provando a ispirare altri sull’urgenza del momento», ha spiegato Heidi Beirich, direttrice del Southern Poverty Law Center’s Intelligence Project, secondo cui in particolare con i casi della Nuova Zelanda, Poway ed El Paso si è visto come queste idee si siano sviluppate l’una sull’altra. «Non c’è dubbio che queste persone si stiano alimentando a vicenda, perché fanno riferimento a manifesti precedenti. Sia nel caso di Poway che di di El Paso viene menzionato Christchurch».

Secondo il giornalista esperto di estrema destra americana David Neiwert, questi ultimi attacchi consolidano uno schema “che potrebbe segnare una nuova era del terrorismo – quella in cui il terrorismo a catena, in cui un atto di violenza ne ispira un altro che segue, esattamente come è destinato a fare, è una realtà manifesta”.

Le stragi di Anders Breivik nel 2011 a Oslo e Utøya, in Norvegia sono state parzialmente ispirata dall’attentato commesso da Timothy McVeigh a Oklahoma City nel 1995. Dylann Roof ha ucciso nove persone nere a Charleston nel 2015 perché era convinto di teorie simili riguardo il genocidio bianco. Ispirato dal manifesto di Roof, John Russell Houser ha aperto il fuoco dentro un cinema in Lousiana nel 2016. Il killer di Christchurch nel suo manifesto cita esplicitamente Breivik e Roof tra i suoi ispiratori.

Con le sue 1500 pagine contro “l’islamizzazione dell’Europa”, Breivik è stato il primo a inaugurare il trend dei manifesti dei terroristi di estrema destra. Åsne Seierstad, autrice di un libro che ripercorre la storia degli attentati del 2011 in Norvegia, ha scritto sul New York Times che nei forum di estrema destra “il termine ‘going Breivik’ significa un pieno impegno per la causa”.

Come riporta il New Yorker, sabato poco dopo la sparatoria utenti di 8chan hanno fatto girare un Google spreadsheet contenente una lista con alcune di queste sparatorie, indicando data, luogo e numero di morti. Anders Breivik – la cui figura è iconica nell’estremismo di destra – e Dylann Roof , “comunemente indicati su 8chan come ‘martiri’”, erano in cima alla lista. L’attentatore di El Paso era alla fine.

I numerosi link tra questi episodi mostrano come la definizione di “lupi solitari”, che si radicalizzano e agiscono autonomamente, non sia la più appropriata. In realtà non si tratta mai di individui davvero isolati, ma di persone che hanno connessioni e interazioni con una sorta di comunità, dove trovano appartenenza e uno scopo. «Questi attacchi sono sintomatici di un movimento globale molto potente, che non viene adeguatamente inquadrato descrivendo queste persone come lupi solitari», ha sottolineato Vidhya Ramalingam, del Moonshot CVE, che sviluppa programmi e software contro l’estremismo. «Anche considerarli semplicemente minacce di terrorismo domestico sarebbe una sottovalutazione».

Quello che infatti emerge è che il movimento suprematista bianco si è globalizzato. Sia Breivik che Tarrant fanno riferimenti e menzionano concetti e riferimenti nati in altri contesti e paesi, presentandosi come difensori della civiltà bianca europea globale. Il suprematismo bianco, scrive Bianchi su VICE, è “ormai in grado di avere lo stesso linguaggio, le stesse parole d’ordine e le stesse modalità. È esattamente per questo, tra l’altro, che l’attentatore di Christchurch ha citato Luca Traini nel manifesto e sul caricatore: l’ha riconosciuto come uno di loro”.

Per questa ragione, come spiega l’analisi su Bellingcat, “finché le forze dell’ordine e i media tratteranno questi episodi come parte di un movimento non meno organizzato o mortifero dell’ISIS o di Al Qaeda, la violenza continuerà”.

La retorica dell’invasione e le parole di Trump

Dopo una generica condanna, i primi commenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo la sparatoria di El Paso sono stati due tweet: uno in cui sosteneva che il Congresso avrebbe dovuto occuparsi dei controlli sui precedenti per l’acquisto di armi legandolo a nuove norme sull’immigrazione; e un altro in cui se la prendeva con i media, colpevoli di aver contribuito alla rabbia cresciuta nel paese.

Nel frattempo, diversi esponenti repubblicani davano pubblicamente la colpa delle sparatorie di El Paso e Dayton ai videogame. Come si legge su Vox, “il comune denominatore sembra fare tutto il possibile per evitare di parlare di suprematismo bianco e armi”.

Lunedì pomeriggio Trump ha tenuto una conferenza stampa parlando delle due stragi, condannando finalmente «razzismo, intolleranza e suprematismo bianco». Al momento di proporre delle soluzioni, però, il presidente USA si è ben guardato dal nominare le armi e si è concentrato sul ruolo di Internet e dei social media – che dovrebbero individuare gli stragisti prima che colpiscano –, sulla regolamentazione di videogiochi violenti, su una veloce espansione della pena di morte in caso di crimini d’odio o di omicidi di massa e sulla malattia mentale. Anzi, quest’ultima «e l’odio hanno premuto il grilletto, non la pistola».

Il candidato democratico Beto O’Rourke ha accusato la retorica razzista di Trump di avere un ruolo nella crescita dei crimini d’odio e del suprematismo bianco.

È la riflessione che stanno facendo anche molti media americani in queste ore – tra cui un lungo pezzo del New York Times – confrontando i termini utilizzati nel manifesto dell’attentatore di El Paso con le parole d’ordine che hanno accompagnato la presidenza Trump sin dalla campagna elettorale.

A partire da “invasione”. In un evento per le elezioni di metà mandato dell’anno scorso il presidente USA ha più volte avvertito la folla che l’America era sotto attacco da parte di immigrati provenienti dall’America Centrale diretti verso il confine: “Guardate cosa sta arrivando, è un’invasione!”. Il termine è stato utilizzato decine di volte negli ultimi mesi.

La parola “invasione” si ritrova nell’ultimo messaggio lasciato online dall’attentatore della sinagoga di Pittsburgh; nel manifesto scritto da Tarrant prima della strage nella moschea in Nuova Zelanda; nel caso della sinagoga di Poway in California; e nel documento dello stragista di El Paso: “questo attacco è una risposta all’invasione ispanica del Texas”.

Le idee suprematiste bianche non sono certo una novità in America, ma Trump “ha portato nel mainstream idee e personaggi polarizzanti che un tempo erano relegati ai margini della società americana”, scrive il NY Times. Nel pezzo vengono sentiti diversi esperti di comunicazione politica, secondo cui i leader nazionali possono modellare l’ambiente con le loro parole e azioni e hanno una responsabilità particolare nell’infiammare o meno individui o gruppi, anche involontariamente.

Secondo Nathan P. Kalmoe, assistant professor alla Louisiana State University, le persone che compiono questi attacchi sono già violente e piene di odio, «ma leader politici di primo piano e figure mediatiche incoraggiano l’estremismo quando approvano idee suprematiste bianche e giocano con un linguaggio violento. Avere la persona più potente della terra che fa eco alle loro idee di odio può dare agli estremisti un senso di impunità».

David Livingstone Smith, professore di filosofia all’University of New England, ritiene che Trump abbia incoraggiato americani le cui idee erano ritenute inaccettabili fino a poco tempo fa.

Per anni Trump ha abbracciato teorie cospirazioniste razziste. Ad esempio, è stato fra i maggiori portatori della bugia secondo cui l’ex presidente Barack Obama non era nato negli USA. “E sin dalla campagna presidenziale, Trump ha portato queste idee al centro della politica americana”, scrive il NY Times, ricordando come il presidente abbia definito i membri della banda di immigrati come “animali”, si sia lamentato dei migranti  che “infestano” gli Stati Uniti, abbia chiamato l’immigrazione clandestina una “mostruosità”, abbia usato la parola “alieni” per definire gli immigrati e abbia chiesto che le donne americane nere del Congresso “tornino nei loro paesi d’origine”.

Ha chiamato gli immigrati messicani “stupratori”, ha accusato gli oppositori di tradimento una ventina di volte, Lo scorso anno ha inviato i militari al confine dicendo che avrebbe ordinato alle truppe di aprire il fuoco sui migranti che lanciavano pietre.

«Come fermare queste persone?», ha chiesto alla folla parlando di migranti che attraversavano il confine. Dal pubblico è arrivato un grido: «Sparandogli!». La folla è scoppiata in una risata e Trump ha sorriso.

Neiwert ritiene che il fenomeno a cui siamo di fronte è quello che i sociologi chiamano scripted violence: se un leader molto popolare sostiene fondamentalmente che un gruppo di persone sta cospirando contro il bene comune, e lo sostiene per molto tempo, è solo una questione di tempo prima che quelle persone vengano uccise.

Recentemente il Southern Poverty Law Center ha rilevato il più alto numero di gruppi d’odio operanti in America di tutti i tempi – 1020 – la maggior parte dei quali attribuibili all’influenza di Donald Trump.

Secondo i dati dell’FBI, i crimini d’odio sono aumentati del 17% durante il primo anno di presidenza di Trump. Un’analisi del Washington Post ha evidenziato un incremento del 226% nelle contee che hanno ospitato un raduno del presidente nel 2016.

Per l’Anti-Defamation League, gli omicidi ad opera di suprematisti “sono più che duplicati nel 2017”, con gruppi di estrema destra e suprematisti bianchi responsabili per il 59% di tutte le morti legate a estremisti negli USA nel 2017.

Ovviamente anche i media conservatori hanno giocato un ruolo nella diffusione di certe idee – persino dopo la sparatoria. Secondo Heidi Berich del SPLC, il concetto di sostituzione demografica «sicuramente emerge dai media conservatori» come i programmi di Fox News di Tucker Carlson e Laura Ingraham, «che sebbene non usino lo stesso linguaggio», trasmettono la stessa narrazione di base della sostituzione.

Come si legge su Vox, il fatto che la “retorica dell’invasione” sia diventata così normalizzata su Fox News è un esempio di quanto radicata sia diventata la retorica anti-immigrati nel Partito Repubblicano di Trump: “Lo show preferito del presidente non ha avuto nessuna remora nel difendere il manifesto dell’attentatore di El Paso”, sostanzialmente trasmettendo il suo messaggio a milioni di spettatori.

Il giornalista Mehdi Hasan ha scritto su The Intercept che Trump “potrà non premere il grilletto o piazzare la bomba, ma sta abilitando gran parte dell’odio dietro quegli atti. Sta dando aiuto e conforto a uomini bianchi arrabbiati, offrendo loro obiettivi chiari – e non riuscendo poi a condannare completamente la loro violenza”.

Foto via Insider

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/stragi-suprematisti-odio-trump/

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