Come la multinazionale Monsanto ha preso di mira e screditato giornalisti e attivisti

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Un vero e proprio “centro di intelligence” per monitorare e screditare giornalisti e attivisti organizzato dalla Monsanto, la multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie, acquistata lo scorso anno dalla società farmaceutica tedesca Bayer. Questo è quanto emerso dalla lettura di documenti di comunicazione interna consultati dal Guardian, per la maggior parte risalenti a un periodo che va dal 2015 al 2017, depositati in tribunale nell’ambito di una battaglia giudiziaria in corso sui rischi per la salute causati dal diserbante Roundup prodotto dall’azienda.

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Il sistema, gestito all’interno dell’impresa, serviva a raccogliere informazioni su chiunque denunciasse i tragici effetti derivanti dall’uso di glifosato e su quanti si schierassero contro le attività della Monsanto, per organizzare successivamente delle azioni di contrasto diffamatorie.

Il contenuto dei documenti conferma le tesi sostenute in tribunale secondo cui la Monsanto ha “intimidito” critici e scienziati e si è impegnata a nascondere i pericoli derivanti dall’utilizzo del glifosato, l’erbicida più usato al mondo, elemento principale del prodotto Roundup.

Nell’ultimo anno, due corti statunitensi hanno dichiarato che l’uso di Roundup è stata la causa del linfoma non Hodgkin (NHL), un tumore del sangue, del querelante, condannando la società a pagare somme significative. Ciononostante Bayer ha continuato ad affermare che il glifosato è sicuro.

Ad oggi sono più di 18.400 le persone che hanno intentato una causa contro la Monsanto perché affette da NHL a causa dell’utilizzo dell’erbicida Roundup.

Dewayne “Lee” Johnson, il primo malato di cancro a vincere in tribunale contro la Monsanto       JOSH EDELSON/AFP/Getty Images

Ma il principale bersaglio dell’attività di intelligence è stata Carey Gillam, per 17 anni giornalista della Reuters e autrice di “Whitewash: The Story of a Weed Killer, Cancer and the Curruption of Science”, un libro (vincitore del premio Rachel Carson Book Award della Society of Environmental Journalists e di altri due premi letterari) pubblicato nel 2017, fortemente critico nei confronti delle attività della Monsanto. Attraverso varie inchieste, infatti, Gillam ha potuto appurare i legami esistenti tra l’uso di diserbante e il cancro.

Carrey Gillam Fanny Dollberg/Reporterre

Oltre a Gillam la società aveva preso di mira il cantautore Neil Young e la ONG US Right to Know (USRTK), una associazione senza scopo di lucro che si occupa di ricerca alimentare.

Dai documenti consultati dal Guardian e pubblicati da USRTK risulta che la Monsanto abbia pianificato di attaccare il libro di Gillam prima della sua uscita con una serie di 20 “azioni”, contenute nel file “Carey Gillam Book”, tra cui una lista di “argomenti di discussione” che terzi potessero utilizzare per criticarlo e l’invito a clienti del settore e ad agricoltori a postare recensioni negative su Amazon.

Infatti, subito dopo la pubblicazione del libro, decine di “recensori” hanno pubblicato commenti utilizzando contenuti e linguaggio sospettosamente simili tanto da ritenerli falsi o impropri ed essere per questo cancellati da Amazon.

Il file “Carey Gillam Book” era incluso in una operazione più ampia il “Project Spruce” che è il nome in codice utilizzato all’interno dell’azienda per le azioni organizzate dalla Monsanto mirate a difendere la propria attività inerente al glifosato e agli erbicidi Roundup da qualsiasi “minaccia” esterna, incluse quelle provenienti da scienziati e giornalisti.

Per danneggiare Gillam la Monsanto ha inoltre pagato Google per promuovere contenuti critici sul lavoro della giornalista risultanti dalla ricerca “Monsanto Glyphosate Carey Gillam”.

Oltre a questo lo staff delle pubbliche relazioni della Monsanto si era anche premunito di discutere di come esercitare “in ogni modo possibile” pressioni forti e costanti sugli editori della Reuters auspicando “che [Gillam] fosse trasferita”.

I funzionari che si occupavano del “centro di intelligence” della Monsanto avevano inoltre redatto un lungo e dettagliato rapporto sulla posizione anti-Monsanto del cantautore Neil Young monitorandone l’impatto sui social e non escludendo di intraprendere eventuali “azioni legali”.

Nel 2015 Young aveva pubblicato un album chiamato “The Monsanto Years” e prodotto un documentario in cui viene raccontata la storia di un agricoltore che ha vinto la battaglia legale contro l’azienda dopo essere stato accusato di aver utilizzato semi di soia geneticamente modificati di produzione della multinazionale, mentre l’agricoltore lo negava fermamente.

Come riportato dal Guardian, nel materiale prodotto dalla Monsanto su Young, ci sono grafici dettagliati sulla sua attività su Twitter. Il centro ha inoltre analizzato i testi dell’album “The Monsanto Years” per sviluppare un elenco di più di 20 possibili argomenti che il cantautore avrebbe potuto affrontare e creando contenuti utili da utilizzare per eventuali risposte, secondo quanto scritto da un funzionario della Monsanto nel 2015 che ha aggiunto che in quel periodo si stavano monitorando scrupolosamente le discussioni riguardanti un concerto che Young avrebbe tenuto insieme a Willie Nelson, John Mellencamp e Dave Matthews.

Dalla documentazione emersa si evince poi che la Monsanto fosse molto preoccupata per la diffusione di documenti che avrebbero potuto provare rapporti finanziari intercorsi con alcuni scienziati. Una simile scoperta avrebbe confermato che alcune “analisi poco lusinghiere” sui prodotti dell’azienda fossero tenute nascoste.

Nel 2016, infatti, un funzionario della società aveva espresso la propria frustrazione dichiarando che la vera questione non era che gli esperti fossero stati retribuiti ma che potessero essere debitamente ricompensati, considerato che nessuno lavora gratuitamente, per il tempo dedicato alla redazione di risposte da fornire all’esterno.

Christopher Loder, portavoce della casa farmaceutica Bayer, ha rifiutato di rilasciare commenti sui documenti consultati dal Guardian o sull’attività del “centro di intelligence” ma ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che le informazioni mostrano che «le attività della Monsanto fossero intese ad assicurare che ci fosse un dialogo onesto, accurato e basato su dati scientifici riguardanti l’azienda e i suoi prodotti in risposta a numerose informazioni distorte, inclusi i passaggi relativi alle risposte a seguito della pubblicazione di un libro scritto da una persona che critica frequentemente pesticidi e OGM». Loder ha poi proseguito affermando che i documenti sono stati «scelti con cura dagli avvocati dei querelanti e dai loro sostituti” e che non hanno contraddetto le posizioni della scienza a sostegno dell’uso del glifosato. «Prendiamo molto sul serio la sicurezza dei nostri prodotti e la nostra reputazione e lavoriamo per garantire che tutti… abbiano informazioni accurate ed equilibrate», ha concluso.

Nell’ultimo articolo di Gillam pubblicato dal Guardian la donna – nonostante i 30 anni di esperienza acquisiti sulle tattiche utilizzate dalle aziende americane che esercitano pressioni per avere una copertura positiva sui giornali e per limitare i commenti negativi – racconta di aver avuto una reazione di grande stupore a seguito della lettura delle 50 pagine del documento di comunicazione interna della Monsanto in cui era stava evidentemente presa di mira.

Per la giornalista, però, i documenti emersi sono una piccola parte delle oltre 10.000 pagine in cui viene citata ma che sono secretate.

Per Gillam, che attualmente collabora con Guardian e Huffington Post e che ricopre la carica di direttrice di ricerca della ONG USRTK, quella documentazione è “solo un ennesimo esempio di come una azienda lavori dietro le quinte per cercare di manipolare ciò che l’opinione pubblica sa sui suoi prodotti e sulle sue attività”.

Pur sapendo di non riscuotere le simpatie della Monsanto, per aver pubblicato nell’arco di 21 anni – principalmente per Reuters – inchieste sull’industria agrochimica e articoli sui semi geneticamente modificati e per aver creato un crescente disagio nella comunità scientifica, contribuendo a far luce sul collegamento tra gli erbicidi Monsanto e i problemi relativi alla salute e all’ambiente, la giornalista ha dichiarato che non avrebbe mai immaginato di essere diventata oggetto di un vero e proprio piano di azione.

La strategia della Monsanto, infatti, puntava ad etichettare Gillam e altri critici della multinazionale come “attivisti anti-glifosato e organizzazioni capitaliste favorevoli al biologico”.

Per il raggiungimento di questo obiettivo nei documenti si legge che la Monsanto aveva arruolato alcuni consulenti della FTI Consulting (una società indipendente di consulenza aziendale globale che si occupa di aiutare le organizzazioni a gestire i cambiamenti, mitigare i rischi e risolvere le controversie). A marzo scorso proprio la FTI Consulting è salita alla ribalta dopo che una sua dipendente si era accreditata come giornalista della BBC ad un’udienza, svoltasi a San Francisco, di un processo relativo ad un caso (Hardeman contro Monsanto) di una persona ammalatasi di cancro a seguito dell’utilizzo di Roundup. Si trattava di una messa in scena per avere la possibilità di avvicinare i giornalisti che si occupavano del processo e avere l’opportunità di parlare positivamente della Monsanto.

Ed è stata sempre la FTI Consulting, secondo quanto raccontato da Gillam, ad occuparsi dell’invio di un’email, datata settembre 2017, ai dipendenti della Monsanto contenente un elenco di attività da svolgere prima del lancio del suo libro (previsto ad ottobre 2017), tra cui lo sviluppo di una serie di argomenti per attaccare il libro, e il link alla pagina di Amazon per l’acquisto del testo dove le persone avrebbero potuto pubblicare recensioni negative.

Secondo Dave Mass, ricercatore investigativo alla Electronic Frontier Foundation, i centri di intelligence governativi hanno sollevato problemi di privacy sulla modalità con cui le forze dell’ordine raccolgono dati, sorvegliano i cittadini e condividono informazioni. Se da un parte è comprensibile che le aziende private possano usare le stesse modalità per difendersi, per esempio, da attacchi informatici, dall’altra «diventa preoccupante quando utilizzano i propri soldi per indagare su persone impegnate a difendere i diritti garantiti dal primo emendamento».

Michael Baum, uno degli avvocati coinvolti nei processi intentati per i danni provocati dall’uso del diserbante Roundup, ha dichiarato al Guardian che le informazioni che sono venute alla luce rappresentano ulteriori “prove del disprezzo riprovevole e consapevole esercitato nei confronti dei diritti e della sicurezza delle persone” ma che comunque sarebbero state utili per sostenere le ragioni di coloro che si sono ammalati di cancro.

«Tutto questo mostra un abuso del loro potere che si sono guadagnati attraverso vendite elevate», ha aggiunto. «Hanno talmente tanti soldi e sono talmente tante le cose che stanno cercando di proteggere».

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Tra gli obiettivi della Monsanto, racconta Gillam, c’era anche screditare l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) dopo che nel marzo 2015 aveva classificato il glifosato, ingrediente chiave di Roundup, come probabile sostanza cancerogena.

I malumori della multinazionale nei confronti di Gillam – spiega la giornalista – sono iniziati molto prima della pubblicazione del libro. In un’e-mail, il responsabile delle relazioni con i media della Monsanto Sam Murphey discuteva di come lui e i suoi colleghi “potessero gestire collettivamente il problema Carey” a seguito della pubblicazione, a settembre 2015, di una inchiesta pubblicata da Reuters, che raccontava come il cancro potesse essere provocato dall’erbicida, che aveva attirato l’attenzione sul numero crescente di cause legali intentate contro la Monsanto da malati di tumore.

“Continuiamo a mettere pressione con forza sui suoi editori tutte le volte che ne abbiamo l’opportunità”, aveva scritto Murphey. “E speriamo che un giorno verrà trasferita”.

Neanche la fine della collaborazione con la Reuters, ad ottobre 2015, ha diminuito la pressione che la Monsanto esercitava nei confronti della giornalista. Dopo essere entrata a far parte di USRTK ed aver iniziato a scrivere il suo libro a gennaio 2016 in un’e-mail, datata maggio 2016, veniva definita da Monsanto “una rompiballe”.

«Sono solo una persona, solo una giornalista che lavora in una casa nel Midwest, destreggiandosi tra tre bambini e scadenze improvvise di articoli. Per cui la consapevolezza che un’azienda multimiliardaria abbia speso così tanto tempo e attenzione nel tentativo di capire come contrastarmi è terrificante», scrive.

«La verità e la trasparenza sono beni preziosi, le basi per la conoscenza di cui tutti abbiamo bisogno e che meritiamo nel mondo in cui viviamo. Senza verità non possiamo sapere quali sono i rischi che dobbiamo affrontare e di quali protezioni abbiamo bisogno per le nostre famiglie e il nostro futuro», aggiunge Gillam.

«Quando il potere delle aziende è così fortemente impegnato a mettere a tacere con l’obiettivo di manipolare documenti e opinione pubblica, la verità viene soffocata. E tutti dovremmo avere paura».

Foto in anteprima MIKE MOZART/VIA FLICKR CREATIVE COMMONS, CC BY-SA 2.0 via Philly Voice

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/monsanto-giornalisti-attivisti/

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