Le donò una bici quando a 5 anni viveva in un campo profughi in Olanda. Dopo 24 anni e 3mila retweet riesce a rintraccialo

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20 ore, 3.000 retweet, 3 articoli di giornale e un video. Così la 29enne Mevan Babakar, ex rifugiata in Olanda negli anni ’90, ha rintracciato l’uomo che 24 anni fa le ha regalato una bicicletta “facendole esplodere il cuore di gioia” mentre si trovava con la famiglia in un campo profughi nei pressi di Zwolle, nel nord-est del Paese.

Tre giorni fa, lunedì 12 agosto, Babakar ha iniziato la ricerca dello sconosciuto donatore della bici pubblicando sul suo account Twitter la foto di un uomo che lavorava nel campo profughi dove lei e i suoi genitori, di nazionalità curda, si erano rifugiati dopo essere fuggiti dall’Iraq durante la prima guerra del Golfo, viaggiando attraverso la Turchia, l’Azerbaigian e la Russia prima di arrivare in Olanda e trascorrervi un anno tra il 1994 e il 1995.

Al momento della pubblicazione del tweet Babakar si trovava da qualche giorno a Zwolle, dopo che la madre l’aveva chiamata da Londra, dove attualmente la famiglia risiede e la donna dirige Full Fact, un’organizzazione che si occupa di fact checking, fornendole ulteriori informazioni: il campo profughi dove si erano rifugiati ventiquattro anni fa si trovava appena fuori la città, nei pressi di una clinica di riabilitazione, per cui il centro era raggiungibile in poco tempo. Non era chiaro quale fosse l’occupazione dell’ignoto donatore, se fosse un manager o un tuttofare, ma aveva un soprannome, tutti lo chiamavano “aap”, che significa scimmia.

L’uomo, il cui vero nome è rimasto sconosciuto fino a qualche ora fa, non solo le aveva comprato e regalato “una bicicletta rosso fiammante”, in un periodo in cui scambiarsi regali era inimmaginabile, ma ne aveva donata una anche alla mamma e aveva invitato tutta la famiglia a trascorrere il Natale con la sua.

Immediatamente dopo la pubblicazione il tweet è diventato virale. Nell’arco di mezz’ora è stato retwittato 100 volte.

Dopo due ore e 500 retweet, Babakar è stata contattata da De Stentor, un quotidiano di Zwolle, per un’intervista in cui la donna ha espresso il desiderio di conoscere almeno il nome del benefattore.

Al giornale Babakar racconta che esisteva un legame speciale tra Mevan, sua madre e l’operatore umanitario. «È stato così generoso da parte sua offrirmi in dono una bellissima bici rossa. È stata la cosa più gentile che mi è capitata in quel momento difficile. Ecco perché voglio ringraziarlo. Mi ha insegnato che la gentilezza può esistere ovunque, non importa quanto terribile la realtà possa sembrare» .

Per farsi aiutare nella ricerca, la donna ha elencato le poche informazioni di cui era a conoscenza: l’uomo si chiamava probabilmente Ab, all’epoca aveva cinquanta o sessanta anni, viveva nei pressi di Zwolle in una fattoria con un grande serra, era sposato e aveva due figli che non vivevano con lui.

Babakar ha anche pubblicato una foto di quando si trovava al campo con la speranza che qualcuno la riconoscesse.

Quattro ore dopo la pubblicazione del tweet la sua storia è pubblicata da BBC News.

Mentre i retweet degli utenti si moltiplicano.

Dopo neanche 24 ore dalla pubblicazione della richiesta di aiuto Babakar ha scoperto l’identità del suo benefattore, grazie alla segnalazione di Arjen van der Zee, un ex collega di lavoro dell’uomo che lo ha riconosciuto su Twitter. Ed è così riuscita ad incontrarlo.

Durante il viaggio che ha portato Babakar al confine con la Germania per incontrare l’uomo che poi avrebbe scoperto chiamarsi Egbert Van Dijk, la giovane donna ha raccontato su Twitter l’importanza dei gesti e delle attenzioni nei confronti dei bambini, soprattutto verso quelli che si trovano in difficoltà.

“I bambini rifugiati hanno bisogno di pazienza, amore, rassicurazione sul fatto che sono al sicuro e che hanno l’opportunità di crescere superando ciò che hanno passato. Sinceramente, qual è il bambino che non ne ha bisogno? Dovremmo sforzarci di dare questo a tutti i bambini”, scrive.

Rispondendo a un tweet in cui viene espresso il bisogno di leggere storie come la sua, Babakar dice : “Vi garantisco che esistono milioni di storie come questa, principalmente di persone che conducono una vita tranquilla e umile, che cercano di cavarsela. Io non sono un’eccezione. Questa storia non è unica. Per ogni storia terribile di rifugiati che si sente ce ne sono migliaia positive”.

Rivolgendosi, poi, a un’altra persona rifugiata commenta così l’importanza dell’accoglienza: “Quanto spesso ti capita di sentire che anche un campo profughi può suscitare bei ricordi? Certo, può essere pieno di orrori, ma per me è stato anche il primo posto sicuro, il primo posto dove potevo davvero essere solo una bambina”.

Dopo abbracci calorosi e grandi sorrisi, Babakar presenta su Twitter Egbert che aiuta i rifugiati dagli anni ’90, felice di incontrarla e orgoglioso della donna forte e coraggiosa che è diventata. Attualmente l’uomo coltiva orchidee.

Per Egbert – racconta Babakar – una bici regalata è un gesto troppo piccolo per creare uno scompiglio tanto grande ma è davvero contento che sia stato il motivo per avere l’opportunità di incontrare di nuovo la piccola Mevan.

Al termine dell’avventura Babakar ha ringraziato tutti coloro che l’hanno sostenuta nel suo “folle viaggio” durato 36 ore. Si dice stupita dall’amore che ha ricevuto online e di aver capito che “Internet è ciò che creiamo”.

Le piccole azioni possono avere grandi conseguenze. La gentilezza che Egbert e la sua famiglia le hanno mostrato l’accompagnerà per tutta la vita e continuerà a formarla come persona.

“Questa è la magia della gentilezza, non costa nulla e cambia il mondo una persona alla volta”.

(e questo è il biglietto che Mevan ha regalato a Egbert)

Foto in anteprima via Mevan Babakar

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/rifugiata-bicicletta-twitter/

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