Contro l’ossessione per il consenso

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La propaganda parla al bambino che è in noi, cerca di convincerlo attraverso la suggestione, i personaggi, le storie. Crea cornici (frame) che servono alla nostra mente per assimilare i concetti attraverso narrazioni e metafore – ricordate “Renzi il Rottamatore”? Chi fa informazione, in teoria, dovrebbe essere disincantato e scettico, maneggiare con cura questo tipo di linguaggio; non aderire ai suoi frame, piuttosto crearne di propri per svolgere al meglio la funzione di contropotere. Altrimenti contribuisce a diffondere la propaganda, vi aderisce quel tanto che basta per effettuare una precisa scelta, la stessa che richiedono le favole: la sospensione d’incredulità.

Nelle favole gli animali parlano, e noi scegliamo di crederci per un attimo, quel tanto che basta per entrare in un mondo di significati e simboli simile al nostro, ma non identico. Possiamo considerare una favola anche che negli anni ‘90 Silvio Berlusconi sia “sceso in campo” in un paese minacciato “dal pericolo comunista” per realizzare un “nuovo miracolo italiano”; miracolo possibile perché il fondatore di Forza Italia è un “unto dal Signore” cui manca solo il nostro voto. Abbiamo nell’ordine un eroe, un antagonista, un’impresa, un mandante (Dio) e un donatore (gli elettori).

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Naturalmente chi votava Forza Italia negli anni ‘90 non sceglieva – si spera – di credere all’origine divina di Silvio Berlusconi, così come chi legge una favola non inizia a credere che gli animali parlino. Però leggere una favola è un atto circoscritto: prendiamo un libro o consultiamo un sito web, ci immergiamo in un mondo simbolico, e poi avviene una cesura – chiudiamo il libro, cambiamo sito. Mentre i frame scandiscono la cronaca politica, i talk-show, i lanci di notizie sui social media. Nel tempo diventano un modo naturale di pensare, creano il senso di cosa sia normale e cosa deviante, mentre in fondo sono sempre e comunque un atto di adesione, consapevole o meno.

Il linguaggio politico è perciò molto più pervasivo e influente delle favole. Se è abbastanza difficile credere alla storia dell’unto dal Signore, riesce invece più facile credere che Berlusconi sia davvero sceso in campo per salvare il paese dai comunisti. Specie se reggere il gioco contribuisce alla nostra carriera di commentatore, giornalista, intellettuale. Solo che a reggere troppo il gioco poi si finisce per prenderlo sul serio, e questo spiega perché molti ancora oggi parlano di Berlusconi come se in Italia vi fosse stato davvero un pericolo comunista negli anni ‘90 e una fondamentale missione salvifica da compiere. E spiega perché un monopolista con palesi conflitti di interesse sia riuscito a passare per eroe di una fantomatica “rivoluzione liberale”.

In Non pensare all’elefante! il linguista George Lakoff, parlando di frame, fa l’esempio del taglio delle tasse e dell’espressione “sgravio fiscale” per mostrare quanto sia facile veicolare un certo tipo di messaggio politico, anche solo per pigrizia linguistica. “Sgravio” fa pensare a un peso che si toglie, all’immagine di un alleggerimento e quindi di un sollievo. Ma è un frame in origine creato dai conservatori, e l’immagine del peso tolto nasconde aspetti politici non secondari: come sarà coperto il taglio delle tasse? Quali servizi verranno meno? La copertura economica del provvedimento peserà sulle spalle di chi?

Un altro esempio è quello per i matrimoni tra persone dello stesso sesso: che espressione usiamo per indicarli? “Matrimoni omosessuali”, spiega sempre Lakoff, è un frame conservatore, perché crea un apparente ossimoro tra il matrimonio tradizionale e l’essere omosessuali. Mentre “matrimoni egualitari” è un frame progressista, perché si focalizza sull’estensione di un diritto. Non esiste un modo di esprimersi perfettamente neutro (o, se esistesse, sarebbe terribilmente noioso e pedante): può esistere però la consapevolezza di quale aspetto si evidenzia con il linguaggio, e un certo grado di trasparenza nel motivare le scelte. E se per Lakoff un politico e il suo staff devono evitare di usare il linguaggio dell’avversario, figuriamoci un contropotere come il giornalismo.

Un esempio di come districarsi tra i frame della propaganda lo ha fornito di recente il Guardian. Nel giugno scorso, ha modificato le proprie linee guida per descrivere i provvedimenti sull’aborto, a partire dall’ondata di leggi in materia approvate negli Stati Uniti. I conservatori, infatti, hanno impiegato massicciamente l’espressione “hearbeat bill”, concentrandosi sul battito cardiaco del feto. Questo per promuovere il frame “la vita inizia al concempimento”, e quindi l’idea che ogni aborto sia un infanticidio, non un qualcosa che concerne i diritti delle donne. Per gli stessi motivi, nelle linee guida il Guardian consiglia di usare “anti-aborto” invece di “pro-vita”, e “pro-scelta” invece di “pro-aborto” – una persona può essere contraria all’idea di abortire, ma garantire agli altri quella possibilità. il Guardian, dunque, è partito dalla consapevolezza che il vocabolario usato per coprire un fenomeno politico così complesso, controverso e centrale per la sfera dei diritti forma l’opinione fin nelle sfumature. E, nel farlo, ha deciso di esplicitare al pubblico l’operazione, per trasparenza.

Tornando in Italia, e agli ‘90, in quel periodo abbiamo visto due importanti elementi farsi strada nel linguaggio politico, per effetto della propaganda politica di Silvio Berlusconi e di Forza Italia. Il primo è il leaderismo: interpretando al meglio il nuovo sistema maggioritario, Berlusconi si candidò direttamente a guidare il paese, benché in Italia la nomina del Presidente del Consiglio spetti al Presidente della Repubblica e al voto del Parlamento. Berlusconi centrò poi la narrazione politica sui suoi successi da imprenditore: “Sono stato un ottimo imprenditore, sarò un ottimo Presidente del Consiglio”, “non ho bisogno di arricchirmi con la politica, perché sono già ricco”. Ciò gli permise di posizionarsi come outsider di successo in un quadro politico su cui gravava Tangentopoli. Questo tipo di approccio si è riversato strutturalmente anche sul modo di intendere la forma-partito, accentrata attorno ai leader di turno e ai loro “cerchi magici”. Persino in un partito in apparenza più tradizionale come il Pd, noi intendiamo le correnti in riferimento ai rispettivi leader – i “renziani”, e più indietro negli anni ricordiamo i “dalemiani” e i “veltroniani”, e così via, e questo modo di pensare è naturalmente un riflesso della personalizzazione della dialettica interna.

Il secondo elemento è la demagogia, la tendenza a blandire il consenso delle masse attraverso le emozioni e l’accondiscendenza. Una vocazione maggioritaria a carattere nazional-popolare (a partire dal nome del partito stesso, uno slogan da stadio), che diventerà strategica una volta al governo. I continui richiami alla maggioranza degli italiani sono stati infatti un tema portante della retorica berlusconiana, tesa a imporre un frame ben preciso: la democrazia è consenso. Da cui deriva che il potere si fonderebbe solo ed esclusivamente sul consenso popolare. “La maggioranza degli italiani è con me”, “i sondaggi mi danno in testa”, sono diventati con Berlusconi dei tormentoni imprescindibili, accettati dal discorso pubblico come un fatto a sé. Mentre inchieste, avvisi di garanzia e rinvii a giudizio sono stati inquadrati come tentativi di “sovvertire la volontà popolare”, o persino come tentativi di “golpe giudiziario” – tanto che su Tangentopoli un certo revisionismo usa tutt’oggi quest’ultima espressione. O, per opposizione, si è sedimentata l’idea che un avviso di garanzia rappresenti un segno di colpevolezza e corruzione morale, quando invece è un semplice atto dovuto nel processo di indagine.

Eppure chi vince le elezioni raramente ha la maggioranza effettiva della popolazione dalla propria parte, e i sondaggi sono un indicatore troppo aleatorio per fondare la legittimità di un potere. Se guardiamo al Democracy index, in fondo alla classifica troviamo la Corea del Nord, dove almeno formalmente si tengono elezioni. Se la democrazia si fondasse sul consenso elettorale, il potere giudiziario non avrebbe fondamento, o sarebbe per l’appunto di minor peso perché non sottoposto al giudizio popolare. Per una democrazia sono invece centrali separazione dei poteri e il concetto di assemblea, che trova la sua massima espressione nel Parlamento, ma anche nella collegialità di organi come la Corte costituzionale, o il Consiglio superiore della magistratura.

Parliamo inoltre di “società democratica” nel suo insieme, con particolare riferimento al grado di trasparenza, alla libertà di espressione, alla tutela delle minoranze, e ai processi di selezione della classe dirigente. Quando un qualunque organismo è fortemente centralizzato, e le decisioni spettano a poche persone, oppure a una sola, e l’operato di quell’organismo è sottoposto a scarso o nullo controllo, ecco farsi strada in noi l’idea che sia più autoritario che democratico. Quando in nome del popolo sovrano si individuano nemici da abbattere o peggio, si stanno muovendo i primi passi per introdurre limiti alle loro libertà, tra gli applausi delle masse. Quando un leader dice “chi è eletto dal popolo risponde solo al popolo”, non sta esaltando la sovranità popolare: la sta strumentalizzando per delegittimare gli altri poteri dello Stato.

Il frame berlusconiano “la democrazia è consenso”, unito alla retorica maggioritaria e al sostituire la complessità ideologica con la semplificazione leaderistica, ha sedimentato questo artificio collettivo secondo cui chi è al governo è un capo-popolo, più che un Presidente del Consiglio, e quindi è giustificabile per ogni scelta, come se il voto fosse una delega in bianco. A ciò hanno contribuito probabilmente dei difetti endemici del mondo dell’informazione, in particolare la tendenza ad appiattirsi sul linguaggio politico, o la polarizzazione per tifoserie, senza attuare una prima e fondamentale mediazione tra politica e pubblica opinione. Non che il leaderismo sia un fenomeno solo italiano, basti pensare ad esempio alle presidenziali americane e in generale a quanto si sia spettacolarizzata la comunicazione politica, ma in Italia questo aspetto è stato introdotto da un politico ben preciso, trovando i suoi avversari abbastanza indietro – ce la ricordiamo la “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti? Perciò, se il linguaggio politico fosse un genere letterario, Berlusconi sarebbe il nostro canone di riferimento per il leaderismo, e nel nostro canone il leaderismo va di pari passo con una semplificazione demagogica del concetto di democrazia.

Se vogliamo vedere gli aspetti degenerativi più legati all’informazione, pensiamo all’abitudine di testate o programmi televisivi nel lanciare apparenti sondaggi – con Libero sul podio nella classifica del cattivo gusto. Dove si chiede di votare, e dove il voto non ha alcuna valenza statistica, rispetto al serio lavoro degli istituti di ricerca, dove sono fondamentali i criteri di costruzione del campione. Però di fronte a domande su temi di attualità, che vedono l’opinione pubblica coinvolta e polarizzata, quei risultati a tutto schermo o pagina creano la parvenza di una maggioranza che pensa in un certo modo. Concorrono a orientare chi magari non ha un’idea ben precisa, o rafforza chi la pensa in un certo modo. Basta solo, per chi fa propaganda, mobilitare le proprie truppe perché votino in massa, sbandierando all’occorrenza il risultato. Come nel caso del sondaggio sulla pagina di Sky Tg24, dove in pratica la testata ha offerto un assist alla Lega per una comoda propaganda a costo zero.

Così i sondaggi politici sul consenso di partiti e leader sono diventati un appuntamento imprescindibile nella narrazione del capo-popolo di turno in cerca di egemonia: un genere giornalistico, ormai, un appuntamento imprescindibile per tg e talk-show. E si fa strada, nelle conversazioni sui social media, l’idea che “Se continui così Tizio resterà al governo altri 20 anni” o che “non bisogna parlare di Tizio, sennò gli fai un favore”. Ora, a prescindere dal fatto che l’alfabetizzazione digitale è un tema imprescindibile di questa nostra epoca, e quindi educare ed educarsi ad abitare questi spazi riguarda chiunque abbia dei profili su una qualunque piattaforma, e non solo gli addetti, è singolare l’idea che chi lavora nell’informazione debba scegliere temi e parole con l’idea di erodere il consenso di qualcuno. Non è l’essenza del giornalismo a tesi, e quindi del cattivo giornalismo? Con questa logica, se un politico di opposizione fosse coinvolto in un grave scandalo, un giornalista, a seconda delle sue convinzioni politiche, dovrebbe autocensurarsi o edulcorare la notizia, per non correre il rischio di fare un favore al governo, oppure caricare a testa bassa per danneggiarlo. Ragionare così significa farsi sequestrare il cervello dall’elefante di Lakoff – altro che “non pensare a”.

Eppure il consenso è qualcosa di estremamente aleatorio e volubile, specie se l’opinione pubblica ormai è esposta a una politica fatta più di emozioni che di contenuti. Sono innumerevoli i cortocircuiti che crea questa visione a breve termine, con dichiarazioni e provvedimenti visti come tappe di una continua performance per tenere alta l’attenzione del pubblico, o distoglierla da ciò che magari potrebbe erodere il consenso. Sta diventando prassi di molti politici il diffondere bufale utili alla propria agenda, senza mai sentire il bisogno di rettificare o scusarsi – si percepisce l’imperativo ad aumentare e mantenere il consenso, non la responsabilità di rendere conto del proprio operato. Talvolta si creano anche esiti comici in questo folle inseguire l’approvazione. Ad esempio, nel 2018 il Movimento 5 Stelle ha prima lanciato un sondaggio su Facebook dove chiedeva, di fronte all’ipotesi di taglio dei vitalizi, di scegliere tra “casta” e “Roberto Fico”. Ma di fronte al massiccio trolling degli utenti, decisi a far trionfare la “casta”, gli amministratori della pagina hanno deciso di rimuovere il sondaggio.

Più spesso accade che, abituati a concepire la democrazia solo come consenso, non percepiamo come sciocchezze dichiarazioni assurde sul piano logico, e gravissime sul piano istituzionale – come fossimo assuefatti. Così quando Salvini invita a candidarsi Alessandra Vella, la gip di Agrigento che ha disposto la scarcerazione di Carola Rackete, ecco che i giornali riprendono nei titoli la dichiarazione. Accettando così la plausibilità di un’idea: che la decisione di un giudice è un atto politico pro o contro il governo, e non l’esercizio autonomo di un potere, che può legittimamente entrare in conflitto. Senza questa accettazione a monte, il titolo si sarebbe focalizzato probabilmente sul Ministro dell’Interno  che non riconosce l’autonomia del potere giudiziario, o sui rancorosi capricci di chi prende male una decisione altrui.

Ed è proprio su temi forti su cui magari, per senso comune, siamo convinti di sapere cosa pensi la maggioranza degli italiani, che si vede la tossicità di questo frame. Ricorderete la storia di Rami e Adam, i due ragazzini di origini egiziani che hanno contribuito a sventare il dirottamento di uno scuolabus. Nei giorni appresso si parlò molto di concedere loro la cittadinanza, persino da parte di chi ha contribuito a inquinare il lessico politico diffondendo espressioni come “taxi del mare” e “clandestino”. Come faceva notare Dino Amenduni su Facebook, in quei giorni un sondaggio di Emg dava in lieve maggioranza gli italiani favorevoli “a concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia” (48%, contrario il 43% del campione). Eppure, nel dicembre 2017, fu proprio la paura di perdere consensi tra i motivi che portò ad affossare la legge sullo Ius Soli. Pensate cosa ne sarebbe stato delle principali riforme nella nostra storia, se i politici avessero ragionato sempre così.

Un ultimo aspetto da prendere in considerazione, è che il frame “la democrazia è consenso” promuove una spregiudicatezza senza limiti. Essere in cima ai sondaggi e vincere le elezioni ormai non solo è trattato come virtù politica a sé, a prescindere dai mezzi con cui si ottengono questi risultati, ma garantisce una comoda difesa d’ufficio di fronte ai casi più spinosi. Pensiamo al caso Diciotti e al presunto sequestro di persone su una nave militare in nome del popolo italiano: parliamo di un governo di coalizione post-elettorale dove il partito del Ministro dell’Interno ha in Parlamento una dote del 17%.

C’è poi chi si spertica in lodi per chi è in cima ai sondaggi, e ne decanta le doti di vincente nell’analizzare la comunicazione. Ma così facendo rimuove delle scelte ideologiche ben precise. La prima è la manipolazione del campo di osservazione: il consenso diventa conseguenza diretta di carisma del leader e capacità dello staff che ne cura la comunicazione, come se invece non avessero rilevanza altri aspetti – ad esempio il ruolo del sistema mediatico, o le eventuali debolezze degli oppositori, il contesto socio-economico in cui agisce la propaganda. La seconda è promuovere il frame maggioritario mascherando l’operazione attraverso una valutazione falsamente neutrale, intanto che spiegano perché il tal politico è “bravo”, “efficace”, “un genio”, o un “fenomeno”.

Non prendiamoci in giro: è un’idea che alcuni addetti sposano perché sono in una condizione di prossimità con quel potere di cui, a turno, decantano le virtù. Ne subiscono il fascino nella migliore delle ipotesi, o lo inseguono – nella peggiore. Oppure non sanno guardare al mondo se non attraverso le finestre del Palazzo. È qualcosa di interno alla bolla mediatica italiana che riflette il posizionamento politico, non certo un sistema di valori che si applica a prescindere, o fuori da quella bolla.

Nei corsi di comunicazione, difficilmente – si spera – vedremo seminari su “Come gestire il dissenso: il caso Khashoggi”, “Rendere mainstream l’antisemitismo: la lezione storica di Joseph Goebbels” o “Ruspe sui rom: storytelling vincente della pulizia etnica”. Eppure se a contare fosse solo e soltanto il consenso, a nessun livello bisognerebbe porsi la domanda “con che mezzi è ottenuto?”. Mentre invece l’analisi tecnica di un fenomeno – in questo caso la propaganda – non può prescindere dalla sua problematizzazione. Se la comunicazione passa per la retorica, e la retorica è l’arte di persuadere, da qualche parte dobbiamo iniziare a chiederci dove ci porta quella persuasione, quali prezzi impone. Pretendere di valutare solo aspetti tecnici, o di applicare il dogma del “chi vince ha ragione”, ignorando le conseguenze, ha a che fare più con l’ignavia e il servilismo che con la neutralità.

Immagine in anteprima via davidegiacalone.it

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/ossessione-consenso-propaganda/

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