Gli incendi in Amazzonia tra deforestazione, resistenza degli indigeni e disinformazione

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di Angelo Romano e Arianna Ciccone

“L’Amazzonia sta bruciando. Sta andando in fumo il polmone verde del pianeta”. Sono i giorni degli incendi in Siberia quando una enorme nube, provocata dalle fiamme che stanno bruciando foreste distanti quasi 3mila chilometri, oscura il cielo di San Paolo, in Brasile, e sposta l’attenzione di praticamente tutto il mondo sulla foresta amazzonica. 

“Solo un piccolo avvertimento per il mondo: oggi il cielo si è oscurato a San Paolo, e i meteorologi credono che sia fumo proveniente dagli incendi a migliaia di chilometri di distanza, a Rondônia o in Paraguay. Immaginate quanto siano intensi gli incendi per provocare tutto quel fumo (!). Sos”, twitta la giornalista del New York Times, Shannon Sims.

Le foto del cielo di San Paolo iniziano a girare sui social e sulle homepage di praticamente tutte le testate giornalistiche internazionali. 

Il giorno dopo la Reuters batte la notizia che “gli incendi nella foresta amazzonica hanno raggiunto un numero record quest’anno, con 72843 incendi rilevati dall’inizio dell’anno dal Centro di ricerca spaziale brasiliano INPE”, l’83% in più rispetto allo stesso periodo del 2018, il più alto da quando il numero degli incendi si è impennato a partire dal 2013.

L’articolo prosegue stabilendo una correlazione tra il picco degli incendi nel 2019 e l’inizio del mandato del nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro che ha tra i suoi obiettivi politici quello dell’espansione mineraria e della frontiera agricola a spese della foresta e dei suoi abitanti, ignorando i rischi legati alla deforestazione. Va ricordato, infatti, che tra i suoi primi atti politici, Bolsonaro ha affidato il potere di decidere quali e quante terre assegnare ai nativi in usufrutto permanente, un tempo attribuito alla Fondazione nazionale dell’indio (Funai), al ministero dell’Agricoltura, guidato da Tereza Cristina Corrêa da Costa Dia, precedentemente a capo della cosiddetta “Bancada ruralista”, una potente lobby che si batte proprio per lo sviluppo dell’industria agroalimentare in Brasile e in Amazzonia, in particolare.

L’articolo della Reuters viene ripreso e rilanciato dalle principali testate internazionali che titolano sul record di incendi che sta colpendo la foresta amazzonica e i rischi delle ricadute sull’intero pianeta. Nel frattempo la NASA pubblica un tweet che mostra come il fumo degli incendi si stava diffondendo su diversi Stati brasiliani avvalorando l’idea che ci si trovasse di fronte a un record di incendi: “Sebbene sia la stagione degli incendi in Brasile, il numero di incendi di oggi potrebbe battere ogni record”.

Nel giro di poche ore foto di incendi di foreste e chiamate alle armi per “salvare il polmone della Terra che dà il 20% di ossigeno al pianeta” iniziano a essere diffusi sulle principali testate giornalistiche e sui social accompagnate dall’hashtag #prayforamazonas. E così, come ha titolato il New York Times, insieme agli incendi sull’Amazzonia iniziano a diffondersi anche notizie non verificate. A partire dal dato del numero record di incendi che, come vedremo più nel dettaglio in seguito, non si riferisce alla foresta amazzonica ma a tutto il Brasile. Come specificato al New York Times proprio dall’INPE, il centro di ricerca spaziale brasiliano citato dalla Reuters come fonte, in 9 Stati che compongono la macro-regione amazzonica si erano sviluppati, nei giorni in cui la notizia era diventata virale, oltre 40mila incendi, il 35% in più della media dei primi 8 mesi dell’anno dal 2010 ad oggi. 

Anche alcune delle foto che sono state diffuse in Rete e hanno accompagnato diversi articoli dedicati all’Amazzonia non erano pertinenti. Come mostrato su Twitter da Afp Facutal, uno dei siti di fact-checking tra i più accreditati in America Latina, diverse foto che giravano in questi giorni erano fuori contesto, risalenti a 30 anni fa o agli incendi del 2014, o addirittura riferite ad altre aree del mondo, come l’India.

Personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo, persino rappresentanti politici e istituzionali, che si sono spesi per la causa dell’Amazzonia, hanno pubblicato sui social immagini fuori contesto. Come, ad esempio, Cristiano Ronaldo che ha condiviso una foto di una striscia luminosa di fiamme e fumo, scattata però nel 2013 in una parte del Brasile lontana dall’Amazzonia, come indicato dalla didascalia di quella stessa immagine pubblicata dal The Baltimore Sun, all’epoca. 

O Leonardo Di Caprio che ha condiviso la foto di una folta foresta avvolta dal fumo. Ma questa immagine, rilanciata anche dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cantante Ricky Martin, faceva parte del catalogo fotografico del fotogiornalista Loren McIntyre morto nel 2003.

Il musicista Jaden Smith, figlio dell’attore Will Smith, la cantante Madonna e il tennista Novak Djokovic hanno, invece, condiviso una foto relativa sì all’Amazzonia ma risalente a circa 30 anni fa, in base a una didascalia che è apparsa accanto alla foto in un articolo del 2007 pubblicato dal Guardian, come riferito da Mother Jones e altre testate giornalistiche.

Mentre il presidente del Cile Sebastián Piñera ha condiviso una foto scattata nel 2013.

Anche i testi che hanno accompagnato le foto si sono rivelati erronei. Dire che la foresta amazzonica produce oltre il 20% dell’ossigeno del mondo e che è il polmone verde del nostro pianeta, come fatto ad esempio da Cristiano Ronaldo e Macron, non ha fondamenta scientifiche, come ricostruiscono, attraverso la voce di esperti, Jonathan Watts sul Guardian e Michael Schellenberger su Forbes.

Gli incendi più intensi degli ultimi 10 anni

Tuttavia, nonostante la tanta disinformazione circolata in questi giorni, la questione c’è ed è rilevante. Migliaia di incendi, non da record ma sicuramente i più intensi negli ultimi 10 anni, come mostrano i dati raccolti dall’INPE, stanno devastando la foresta amazzonica dall’inizio dell’anno. 

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A essere particolarmente colpiti, come mostrano le immagini satellitari della NASA, gli Stati di Roraima, Acre, Rondônia e Amazonas. 

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Le fiamme hanno bruciato aree protette come i 32mila ettari del Parco nazionale di Ilha Grande in Paranà e parte del parco nazionale di Chapada dos dos Guimarães, nel Mato Grosso, e sono divampate distruggendo centinaia di migliaia di ettari anche in Bolivia, Perù e Paraguay. Gli incendi sono aumentati nel Mato Grosso e nel Para, due Stati in cui la frontiera agricola si è spinta di più incrementando la deforestazione. 

Il 9 agosto lo Stato di Amazonas ha dichiarato lo stato d’emergenza nel sud del paese e nell’area della capitale Manaus. Secondo lo scienziato Mark Parrington, che si occupa di emissioni legate agli incendi presso il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, nel 2019 finora in Amazzonia gli incendi hanno prodotto già 200 tonnellate di gas serra rispetto a una media di 500-600 tonnellate annue, anche se bisognerà aspettare settembre, mese in cui di solito c’è il picco delle emissioni, per capire se si sarà trattato di un’annata eccezionale per il numero e l’entità degli incendi. 

Di fronte ai numerosi incendi Bolsonaro non si è scomposto. Prima ha giustificato la loro frequenza dicendo che è usuale che si verifichino spesso incendi durante la stagione secca: «Là questa è l’epoca dei roghi», aggiungendo che questa è anche la stagione della “queimada”, quando gli agricoltori bruciano terreno per fare spazio all’allevamento del bestiame, alle piantagioni e ad altre attività produttive. Il 10 agosto, nel sudovest del Pará, gli agricoltori hanno annunciato la “giornata del fuoco”, provocando roghi simultanei ai margini dell’autostrada BR-163, una delle aree più interessate dalla deforestazione. Nei giorni successivi, l’INPE ha registrato un’esplosione di focolai, con un incremento del 300% nella città principale della regione Novo Progresso.

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Di fronte alle critiche delle associazioni ambientaliste che attribuiscono la responsabilità di questa situazione alle scelte di Bolsonaro, accusato di avere allentato i controlli sulla salvaguardia della foresta, il presidente brasiliano ha ironizzato dicendo di essere passato dal soprannome di “capitan motosega” a quello di Nerone: «Ora vengo accusato di appiccare il fuoco in Amazzonia. Nerone che brucia la foresta amazzonica!», per poi accusare le ONG di appiccare volutamente gli incendi in ritorsione al suo governo per il taglio dei finanziamenti pubblici nei loro confronti. A sostegno di questa accusa, però, non ha saputo fornire prove

Il mese scorso, Bolsonaro aveva licenziato il direttore dell’INPE Ricardo Galvao accusandolo di aver diffuso dati falsi sul livello di deforestazione in Amazzonia con lo scopo di voler indebolire il governo. Secondo l’INPE, tra giugno 2018 e giugno 2019 c’era stato un incremento della deforestazione dell’88%. Galvao aveva risposto alle accuse dicendo che i dati forniti avevano un livello di accuratezza del 95%. La Norvegia e la Germania hanno sospeso parte delle sovvenzioni al Fondo per l’Amazzonia (avviato nel 2008 quando il Brasile stava facendo passi da gigante per frenare la deforestazione attraverso politiche ambiziose) fino a quando i dati sulla deforestazione non miglioreranno, mentre – riporta il Wall Street Journal – KLP, il più grande fondo pensione norvegese, con un investimento di 50 milioni di dollari nelle industrie agroalimentari statunitensi che producono soia in Brasile, sta facendo pressioni su investitori, banche e imprese agroalimentari che lavorano lì affinché agiscano sugli incendi. Non è escluso, scrive il New York Times, che Norvegia e Germania abbandonino il finanziamento del Fondo per l’Amazzonia, considerato che negli ultimi mesi l’amministrazione Bolsonaro ha messo in dubbio la sua utilità.

Nel frattempo, lo scorso fine settimana Bolsonaro ha mobilitato l’esercito brasiliano per aiutare i vigili del fuoco a contenere gli incendi. Solo nell’ultima settimana sono stati individuati 2500 incendi attivi in tutta la regione amazzonica. 

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Earth Alliance, l’organizzazione ambientalista dell’attore Leonardo Di Caprio darà 4,5 milioni di euro a cinque comunità indigene per aiutarle a contrastare la deforestazione, mentre il prossimo mese l’Assemblea Generale dell’ONU dedicherà una sessione per programmare iniziative di riforestazione. I leader del G7, riuniti a Biarritz, in Francia, hanno stanziato 17,9 milioni di dollari da dare al Brasile ma il presidente brasiliano ha per ora rifiutato gli aiuti perché sarebbero un modo per interferire negli affari interni del paese.

Cosa dicono i dati sugli incendi?

Come detto, il dato diffuso dalla Reuters riguarda il numero degli incendi in tutto il Brasile da gennaio ad oggi e non la sola foresta amazzonica. Secondo i dati satellitari raccolti dall’INPE, nei primi 8 mesi del 2019 si è registrato un incremento dell’85% degli incendi rispetto allo stesso periodo del 2018. Le cifre ufficiali parlano di 75mila incendi boschivi, il dato più alto dal 2013, 35mila in più rispetto ai 40mila del 2018.

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Tuttavia, il numero di incendi individuati nei 9 Stati che compongono la regione amazzonica è stato di 40341, il 35% in più rispetto alla media dei primi 8 mesi di ogni anno dal 2010. Se, invece, si allarga l’arco temporale agli ultimi 20 anni, ci si accorge – nota Michael Schellenberger su Forbes – che il numero degli incendi è stato molto più alto nel periodo 2003-2008 quando al governo c’era Lula, senza però che si levassero voci sul rischio di un’emergenza Amazzonia.

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Questo, tuttavia, non significa che il dato sugli incendi non sia allarmante, come mostra il grafico pubblicato dal Global Fires Atlas (elaborati sulla base di quelli della Nasa). 

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La maggior parte delle aree colpite si trova nel nord del paese: lo Stato di Roraima ha visto un aumento del 141%, Acre del 138%, Rondônia del 115% e Amazonas del 81%. Il Mato Grosso do Sul, più a sud, ha visto un incremento del 114%. Inoltre, l’impennata degli incendi non si limita al Brasile: in Perù sono aumentati del 112%, in Guyana del 143%, in Bolivia del 108%.

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Qual è la causa degli incendi?

Come ha spiegato a Reuters Alberto Setzer, ricercatore dell’INPE, l’alto numero di incendi non è dovuto all’inizio della stagione secca ma sono frutto di un’azione dell’uomo: «La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’uso e la diffusione del fuoco, ma per dare il via a un incendio serve il contributo umano, che sia deliberato o accidentale».

In altre parole, dietro gli incendi che stanno divampando in queste settimane c’è l’iniziativa di agricoltori che approfittano delle minori piogge e appiccano il fuoco per ottenere terre da coltivare o da dedicare al pascolo, sottraendole alla foreste, di piccoli proprietari terrieri che bruciano le stoppie dopo il raccolto, di chi compie disboscamenti illegali, dando fuoco agli alberi in modo tale che aumenti il valore dei terreni sequestrati o per far allontanare le popolazioni indigene che vivono nella foresta.

Secondo l’Amazon Environmental Research Institute (Ipam) il recente aumento del numero di incendi in Amazzonia è direttamente correlato alla deforestazione. Per quanto l’esatta dimensione del fenomeno sarà certa solo a fine anno, i primi dati preliminari suggeriscono un aumento significativo. Secondo i dati raccolti dall’INPE, a luglio 2019 la deforestazione ha avuto un incremento del 278% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

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Tra il 2004 e il 2012 la deforestazione era diminuita del 70% grazie a politiche ambientali all’avanguardia. In quegli 8 anni il Brasile aveva creato nuove aree protette, aumentato il monitoraggio sui disboscamenti illegali, sottratto crediti governativi a quei produttori rurali colti nel dare fuoco a terreni situati in aree protette.

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Ma, ricostruisce il New York Times, dopo la recessione del 2014, quando il paese è diventato maggiormente dipendente dalle materie prime agricole che produce (carne bovina e soia, motori della deforestazione), il disboscamento, in gran parte illegale, è tornato a salire. La deforestazione è cresciuta negli ultimi cinque anni sotto i governi guidati da Dilma Rousseff e Michel Temer e ha avuto un’ulteriore accelerazione dopo l’elezione di Jair Bolsonaro. Il suo governo ha ridotto gli sforzi per combattere il disboscamento illegale, l’estrazione mineraria e l’allevamento su terre sottratte alla foresta. La parte brasiliana dell’Amazzonia ha perso quasi 3.500 km² di foresta nella prima metà del 2019, con un aumento del 39% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, secondo l’agenzia governativa che monitora la deforestazione.

Tuttavia, spiegano a Forbes due esperti di foresta amazzonica, Dan Nepstad e Leonardo Coutinho, la crescita della deforestazione rispetto ai picchi del passato è ancora modesta, circa un quarto dei livelli raggiunti nel 2004. Continuando ad applicare le leggi approvate in passato e controllando gli incendi boschivi accidentali che diventano particolarmente pericolosi negli anni di siccità, si potrà evitare di rendere vulnerabile la foresta amazzonica.

Quali sono gli effetti degli incendi?

Al momento non è possibile capire le conseguenze effettive di questi incendi. Si potrà avere un quadro completo del danno provocato dai roghi – spiega alla BBC Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea – solo quando sarà possibile verificare quanta anidride carbonica sarà stata rilasciata nell’aria.

Una prima analisi dei dati satellitari della NASA dice che, per quanto gli incendi registrati nel 2019 siano al livello più alto dal 2010 ad oggi, sono sulla stessa media degli ultimi 15 anni e non farebbero pensare a un evento dagli effetti così straordinari.

Facendo riferimento al Brasile, in particolare, i dati raccolti da Copernicus mostrano che le emissioni di anidride carbonica sono ai massimi dal 2010 ma non raggiungono ancora i livelli della metà degli anni 2000.

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Inoltre, scrive Jonathan Watts sul Guardian, non dobbiamo essere nemmeno preoccupati rispetto al rischio che dopo questi incendi ci si trovi in una situazione di carenza d’ossigeno. Sebbene si sia diffusa la voce che l’Amazzonia produca il 20% dell’ossigeno del mondo, non ci sono basi scientifiche che sostengono tale affermazione. 

Non è possibile stabilire con certezza quanto ossigeno è prodotto da una foresta. Secondo gli scienziati del clima Michael Mann e Jonathan Foley, il dato effettivo probabilmente non supera il 6% di tutto l’ossigeno presente nell’atmosfera, secondo altri, la quantità si attesterebbe intorno al 10%. Né si può parlare della foresta amazzonica come polmone verde del pianeta.

“Il rischio più grande – riporta Il Post – è che la grande quantità di anidride carbonica emessa localmente, insieme ai fumi e alle polveri, contribuisca a rendere più intensa la stagione secca, facilitando la formazione di nuovi incendi di ampie dimensioni”. Per capire se ci saranno conseguenze irreversibili bisognerà aspettare lo studio sull’estensione degli incendi “per valutare le dimensioni del problema e i suoi effetti nel medio e lungo periodo”.

Le politiche di Bolsonaro e la resistenza degli indigeni

Il 24 aprile scorso migliaia di indigeni hanno raggiunto la capitale Brasilia per protestare contro le politiche del presidente Bolsonaro: un attacco ai loro diritti e ai loro territori.

“Difendiamo la nostra terra, difendiamo l’Amazzonia, la foresta. L’uomo bianco sta mettendo in pericolo il nostro pianeta e vogliamo difenderlo”, aveva detto al Guardian Alessandra Munduruku, rappresentante della tribù Munduruku che aveva viaggiato dallo Stato amazzonico del Pará per unirsi all’accampamento annuale “Free Land” vicino alla sede congresso brasiliano.

L’evento di quest’anno ha assunto, infatti, un’importanza particolare dopo l’elezione di Bolsonaro – avvenuta anche grazie all’appoggio della potente lobby del business dell’agroalimentare e degli evangelici – che aveva promesso di “integrare” gli indigeni nel resto della popolazione e mettendo in forse anche le loro riserve.

Secondo Bolsonaro, infatti, i territori indigeni sono troppo grandi rispetto al numero di persone che vivono lì e si è impegnato a congelare le demarcazioni di nuove riserve indigene, a revocare lo stato di zone protette, e a dare il via libera alla commercializzazione dell’agricoltura e dell’estrazione di minerali in altre zone come il territorio Yanomami. Yanomami è una delle più grandi riserve dell’Amazzonia, che da tempo soffre della presenza di minatori illegali, conosciuti come garimpeiros, i cui interessi Bolsonaro aveva detto di voler proteggere.

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Bolsonaro e il suo ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, hanno attaccato duramente le agenzie per la protezione ambientale, arrivando a definirle “una industria” per le multe ambientali. Sotto attacco non solo l’agenzia Funai, ma anche l’agenzia Ibama, incaricata di monitorare e sorvegliare l’Amazzonia per fermare la deforestazione.

Al centro delle critiche dei leader indigeni la decisione del governo Bolsonaro di trasferire la responsabilità della delimitazione delle riserve indigene al ministero dell’Agricoltura brasiliano, che è controllato da membri di una potente lobby agricola che da tempo si oppone ai diritti degli indigeni, e quella di affidare il controllo dell’agenzia indigena Funai, già a corto di liquidità, a un nuovo ministero delle donne, della famiglia e dei diritti umani presieduto da un pastore evangelico conservatore.

Secondo l’agenzia Funai, ci sono più di 400 territori indigeni delimitati in tutto il paese, il 12,2% del territorio, con circa 500mila abitanti. La maggior parte di essi si trova nella regione amazzonica e alcuni vivono totalmente isolati.

Il forte aumento delle attività illegali, l’invasione di territori e riserve indigene sotto protezione negli ultimi mesi è sotto gli occhi di tutti. È come se accaparratori di terre, minatori, taglialegna e agricoltori si fossero sentiti incoraggiati dalle parole e dalla propaganda del nuovo presidente del Brasile.

“Il governo al potere oggi sta cercando di sterminare le popolazioni indigene, ma noi siamo popoli guerrieri”,  ha detto alla AFP Cacique Dara, uno dei leader indigeni. “Non ci interessa la ricchezza. Quello che davvero conta è la natura”.

Secondo gli attivisti indebolire le politiche di protezione potrebbe portare a una più grave deforestazione della foresta pluviale amazzonica e a minacciare l’esistenza stessa delle tribù indigene.

“Avendo sofferto per 500 anni di genocidi e massacri, i popoli tribali brasiliani non si faranno intimidire dal presidente Bolsonaro, per quanto orrendi e superati siano i suoi punti di vista”, ha affermato, come riporta la BBC, Stephen Corry, membro del gruppo per i diritti umani Survival International.

A luglio le preoccupazioni e le paure sono cresciute ulteriormente in seguito all’uccisione di uno dei leader locali, in una remota riserva indigena, invasa da alcuni minatori d’oro. L’estrazione illegale di oro ha raggiunto proporzioni epidemiche in Amazzonia. I cosiddetti garimpeiros stanno devastando le foreste e avvelenando i fiumi con il mercurio.

Minatori armati sono stati avvistati qualche giorno dopo il ritrovamento del corpo di Emyra Waiãpi, vicino al villaggio di Mariry. Così gli indigeni hanno deciso di evacuare Mariry e sono fuggiti nel villaggio di Aramirã, dove sono stati sentiti degli spari. Il timore è che i minatori vogliano spaventare gli indigeni per costringerli ad abbandonare i loro territori. Leader indigeni e politici locali hanno chiesto aiuto urgente alla polizia, temendo un bagno di sangue: “Se non ci aiuterà la polizia, saremmo costretti a combattere per proteggerci”. Da tempo diverse tribù si sono unite e hanno organizzato una sorta di guardia forestale e pattugliamenti per respingere “gli invasori”.

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I garimpeiros e l’industria dell’oro hanno trovato in Bolsonaro un alleato che si è impegnato a “legalizzare” le attività e ad autorizzare l’estrazione nelle terre indigene ricche di minerali: “Per quanto mi riguarda, se un indigeno vuole fare estrazione mineraria sulla sua terra, può farlo”, ha detto il presidente durante una diretta live su Facebook.

Ci sono più di 450 siti minerari illegali nella regione brasiliana dell’Amazzonia. E, secondo una ricerca del consorzio Raisg – Amazon Geo-Referenced Socio-Environmental Information Network, decine di questi sono in terre indigene.

L’epicentro della crisi dell’estrazione sarebbe, come racconta Al Jazeera, il bacino del fiume Tapajos. “Sorvolando la zona su un piccolo veivolo, è possibile vedere l’entità del danno: foreste e sponde del fiume si aprono e si trasformano in vaste fasce di fango marrone. Alcune delle attività nella regione sono legali. Ma ogni anno qui vengono vendute illegalmente 30 tonnellate di oro. Ciò rappresenta 4,5 miliardi di real (1,1 miliardi di dollari) in fondi non dichiarati – 6 volte più dell’importo legale negoziato, secondo le informazioni presentate dall’agenzia mineraria nazionale brasiliana al Congresso ad aprile”.

A luglio scorso, Bolsonaro ha accennato alla legalizzazione dell’estrazione dell’oro nello Stato di Para, ma aveva offerto pochi dettagli. Contattato da Al Jazeera, il ministero delle Miniere e dell’Energia ha confermato che “probabilmente a settembre la proposta sarà conclusa e pronta per essere presentata”.

Juliana de Paula Batista, un avvocato dell’Istituto Socio-Ambientale del Brasile, ha affermato che qualsiasi disegno di legge che non abbia consultato le comunità prima di essere inviato al Congresso viola la Costituzione e potrebbe essere bloccato a livello giudiziario. “Le comunità devono essere consultate durante l’elaborazione del disegno di legge e dopo”.

Le proteste contro le politiche di Bolsonaro nelle settimane successive sono continuate. Il 13 agosto scorso centinaia di donne indigene hanno occupato una sede del ministero della salute, nella capitale Brasilia.

Le manifestanti, in città per la prima Marcia delle Donne Indigene, hanno cantato e ballato dentro e fuori l’edificio del Segretariato speciale per la salute degli indigeni, noto come Sesai. “Siamo stati abbandonati. Trattano gli indigeni come animali”, ha detto il 43enne Teresa Cristina Kezonazokere al quotidiano Correio Braziliense.

Due giorni dopo, oltre 100mila persone secondo gli organizzatori, 20mila secondo la polizia, soprattutto donne, hanno invaso le strade della capitale. Al di là dei numeri, si tratterebbe comunque della più grande protesta a Brasilia da quando Bolsonaro è stato eletto.

Portando archi, frecce e lance, le donne indigene hanno marciato verso il Congresso, con in mano uno striscione che diceva “Resistere per esistere”.

Le donne hanno manifestato anche per sostenere l’impegno politico della prima donna indigena eletta al Congresso e prima donna indigena avvocato del Brasile, Joênia Wapichana, che insieme ad altre forze progressiste sta cercando di contrastare le proposte, spinte dalla lobby dell’agroalimentare, per aprire i territori indigeni, indebolire le protezioni e consentire attività minerarie e di disboscamento nei loro territori. Una lotta che – ha sottolineato l’attivista e direttore di Amazon Watch, Andrew Miller, durante un’intervista a Democracy Now!, si sta svolgendo dunque su diversi livelli”.

Il sito openDemocracy ha pubblicato alcuni leak di documenti riservati, secondo cui il governo brasiliano intende costruire ponti, autostrade e centrali idroelettriche nella giungla con lo scopo di “combattere la pressione internazionale” per proteggere la più grande foresta pluviale del mondo.

“I progetti di sviluppo devono essere attuati nel bacino amazzonico per integrarlo nel resto del territorio nazionale al fine di combattere le pressioni internazionali per l’attuazione del cosiddetto progetto di conservazione “Triple A”, si legge in una slide. “Per fare questo, è necessario costruire la centrale idroelettrica del fiume Trombetas, il ponte Óbidos sul Rio delle Amazzoni e implementare l’autostrada BR-163 al confine.” Il progetto “Triple A” è uno sforzo di conservazione guidato dall’organizzazione Gaia Amazonas, in collaborazione con ONG e governi internazionali. Dai leak si evince anche che i discorsi di odio contro le popolazioni indigene saranno una delle strategie per minare la loro credibilità e reputazione.

In un lungo reportage The Intercept ha ricostruito le radici storiche della deforestazione in nome di sempre più terra per il bestiame e per la coltivazione della soia. Il giornalista, Alexander Zaitchik, racconta dell’assemblea nel villaggio di Kamarapa, un insediamento degli indiani Apurinã nell’Amazzonia sud-occidentale del Brasile. Le tribù si erano riunite ad aprile per organizzare la resistenza all’invasione, che con l’elezione di Bolsonaro era solo peggiorata.

“Il suo progetto per l’Amazzonia è il business dell’agroalimentare. A meno che non venga fermato, minerà i nostri diritti e consentirà una gigantesca invasione della foresta. L’accaparramento delle terre non è nuovo, ma è ora diventato una questione di vita o di morte”, ha detto al giornalista uno dei capi indigeni.

L’assemblea era stata indetta per discutere diversi punti: organizzare pattuglie a piedi armate, una rete di stazioni di monitoraggio dotate di radio, la collaborazione con altre tribù, compresi nemici storici. Rivolgersi a potenziali alleati in Brasile, appellarsi ai cittadini e ai governi europei e asiatici, principali mercati di consumo di carne e soia brasiliane. “Stiamo facendo il possibile, organizzando, monitorando e lanciando petizioni”, ha detto Fabiana, una donna apurinã di 23 anni che partecipava alla riunione. “Siamo guerrieri e ci mobiliteremo per difendere noi stessi e la foresta. Ma abbiamo bisogno di aiuto”.

Immagine in anteprima via Al Jazeera

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/incendi-amazzonia-bolsonaro-indigeni/

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