Essere utile per gli altri col lavoro quotidiano

02 Set Essere utile per gli altri col lavoro quotidiano

2 Settembre 2019

Ero in pensione da poco, quando una collega mi chiese se avessi voglia di portare nel mondo del volontariato, nel Gruppo Abele, la mia esperienza di insegnante.

No, di insegnare, dopo quarant’anni, non avevo proprio più voglia.

Capita a tutti, però, prima o poi, di desiderare di fare qualcosa che sappia di buono. Tuttavia, l’idea di inserirmi in una situazione che non conoscevo, se non per sporadiche informazioni, e che temevo ispirata a rigide regole mi spaventava un po’. Da ragazzo avevo, come molti, frequentato l’Azione Cattolica, poi, da studente, avevo incontrato Voltaire, Anatole France e molti altri, i quali mi avevano in qualche modo reso prevenuto nei confronti di fedi acritiche di ogni genere, da quelle politiche del post sessantotto, che peraltro mi avevano a suo tempo intrigato, a quelle legate ad una Chiesa cattolica, le cui gerarchie mi parevano troppo distanti dalla vita reale.

Sulle fedi totalizzanti di ogni genere la penso ancora così, ma sulla filosofia che guida da sempre il Gruppo Abele, mi sbagliavo: ben presto avrei compreso che chi fa fatica e si rivolge a noi non verrà mai giudicato in base alle sue convinzioni politiche o religiose.

Decisi di saperne di più. E di lì in poi tutto è andato velocemente.
Conobbi il Gruppo durante una delle feste di Natale dell’associazione. Poi, l’incontro con le risorse umane. E quando mi fu domandata quale forma volessi dare al mio impegno, chiesi un’unica cosa: mi andava bene scegliere l’insalata o svolgere qualunque tipo di lavoro compatibile con le mie scarse abilità di bricoleur, ma non volevo più insegnare.

E allora mi è stato chiesto di entrare nell’equipe dell’Accoglienza, per dare una mano agli operatori con le tante richieste di aiuto che ogni giorno arrivavano, allora come ora.

Avevo paura di giocare il ruolo del profano, di finire per essere un po’ visto come l’esterno. E invece, la coesione intorno a me è stata immediata. Certo, c’era da rapportarsi con un mondo nuovo, nuove forme di relazione, nuove risposte per domande che per me non avevano precedenti. C’era da mettere in discussione tutto: tempo e competenze. 

Non è stato un percorso semplice né lineare. Mi è stato richiesto un lungo adattamento. Ma l’Accoglienza è un settore importante del Gruppo Abele. E la voglia di fare, unita al fatto di avere giocoforza una responsabilità forte tra le mani, mi ha aiutato.  Molto di più ho impiegato a comprendere la filosofia che guida l’associazione, le dinamiche relazionali tra i vari settori del Gruppo, quelli sul campo e quelli di tipo più organizzativo e amministrativo. E ora che scrivo, mente ne scrivo, anni dopo ormai, mi accorgo che il Gruppo Abele lo sto ancora studiando.

Da parte mia ho cercato di farmi guidare da un’unica regola: ero, sono qui al Gruppo per dare una mano (anche due), non per cercare di riproporre in un altro ambito schemi e comportamenti che potevano far parte della mia esperienza precedente ma che non sarebbero adatti a un nuovo ambito. Né, soprattutto, per sentirmi dire un grazie tutte le volte che saluto e me ne torno a casa. Chissà se ci sono sempre riuscito.

Quello che è certo è che da parte loro, gli operatori, le operatrici, i volontari che nel corso di questi dieci anni si sono alternati, in Accoglienza come in tutti i progetti con i quali ho collaborato e collaboro, di esperienza o giovani, hanno mostrato una notevole buona volontà nel comprendere i miei limiti, a volte anche i lati più spigolosi del mio carattere, in modo tale da consentirmi un lavoro sereno.

Di questo e della loro pazienza non finirò mai di ringraziarli, visto che sono ancora qui dopo più di dieci anni. E continuo a essere ben contento di esserci.

(aldo gola, volontario settore accoglienza)

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/essere-utile-per-gli-altri-col-lavoro-quotidiano/

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