Capitalismo, tecnologie digitali, Usa, Cina

La nuova era capitalistica basata sulle piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale sotto la lente d’ingrandimento di due studiosi – Shoshana Zuboff e Kai-Fu Lee – che nelle loro ultime pubblicazioni tratteggiano i contorni del futuro inquietante che ci attende.

Alcune tendenze cruciali del mondo attuale

In un certo senso, come ha scritto qualcuno, siamo fortunati a vivere in un’epoca molto importante, forse tra le più importanti della storia. In questi anni, in effetti, stanno andando avanti delle tendenze, su vari piani, che appaiono cruciali per il futuro immediato e per quello meno immediato della nostra specie.

Ricordiamo intanto, ovviamente, la questione climatica, che, se non risolta adeguatamente, rischia di mettere in discussione l’esistenza stessa degli esseri umani. Avanza intanto a grandi passi il passaggio del centro di gravità del mondo dall’Occidente all’Oriente, tanto sul piano economico e finanziario quanto su quello tecnologico e politico, sia pure con tempi e modalità diverse sui vari fronti citati, dopo che per alcune centinaia di anni l’Occidente era stato largamente egemone. Parallelamente, stiamo assistendo ad un’esplosione demografica che, dopo aver toccato l’Asia (il continente ha oggi ormai 5 miliardi di abitanti), si concentra ora in Africa, destinata in poco tempo a raggiungere i 2,5 miliardi di persone (ricordiamo che l’Europa ha oggi circa 500 milioni di abitanti). 

D’altro canto, registriamo difficoltà striscianti nell’economia capitalistica occidentale che, in particolare dopo la crisi del 2008, non sembra riuscire a ritrovare veri nuovi assi di sviluppo; qualcuno parla, a questo proposito, della minaccia di una stagnazione secolare e qualcun altro di “giapponesizzazione” rampante. Queste difficoltà appaiono anche, in qualche modo, collegate ad una crisi dei processi di globalizzazione quali si sono manifestati negli ultimi decenni (anche se quest’ultima tendenza ci sembra relativamente temporanea). Ricordiamo inoltre la crescita delle diseguaglianze di ricchezza e di reddito praticamente all’interno di tutti i paesi del mondo. 

Si va infine sviluppando un grande mutamento tecnologico, con la crescita esplosiva delle tecnologie digitali e di quelle legate alla scienza della vita, e la progressiva interazione/integrazione tra le due, con conseguenze molto rilevanti sull’organizzazione delle società e degli individui.

Incidentalmente, vogliamo sottolineare come le tematiche sopra indicate dovrebbero costituire, insieme a quelle relative alle specificità locali, la trama di fondo dei programmi politici che vengono messi a punto di volta in volta dai vari paesi, cosa che non sembra certo accadere dovunque – e meno che mai nel nostro paese.

In queste note vogliamo poco più che segnalare la pubblicazione recente di due testi importanti che affrontano i rilevanti problemi derivanti da uno dei temi citati, cioè lo sviluppo impetuoso delle tecnologie digitali. Tra l’altro, le recenti vicissitudini dalle principali imprese statunitensi del settore, da Facebook ad Apple, da Google ad Amazon, negli Stati Uniti come in Europa, mettono in qualche modo in rilievo l’attenzione crescente dei governi e dell’opinione pubblica (sia pure parzialmente e tardivamente) verso le questioni sollevate dallo sviluppo tecnologico recente. 

Il testo di Shoshana Zuboff

Shoshana Zuboff è una studiosa e accademica statunitense che si è fatta notare già molti anni fa quando ha contribuito con il suo primo libro (In the age of the smart machine, Basic Books, New York 1984) a far comprendere come lo sviluppo dei computer stesse rivoluzionando il mondo del lavoro e quello del potere economico. Alcune delle intuizioni di allora hanno avuto nel frattempo qualche conferma, ma diverse altre si sono dimostrate poco felici.

Ora, dopo un secondo libro che aveva ricevuto meno attenzione del primo, la Zuboff pubblica il suo testo più impegnativo, The age of surveillance capitalism (Profile Books, Londra 2019), appena tradotto anche in italiano con il titolo Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press, Roma 2019), che sta avendo molta risonanza. In questa sede ci limitiamo a citare l’opera, che meriterebbe per la verità più seri approfondimenti.

Il testo appare molto impegnativo alla lettura e non solo per la sua lunghezza (l’edizione economica in lingua originale si compone di circa 700 pagine, 535 senza le note), ma anche per la scrittura, a tratti molto complessa. Ma, d’altro canto, la complessità e l’importanza del tema giustificano in qualche modo lo sforzo del lettore.

Si tratta di un’analisi che affronta il tema dell’emergere di una nuova forma di capitalismo, che l’autrice denomina “capitalismo della sorveglianza”; con questo testo la Zuboff seguirebbe, per la profondità e la ricchezza dell’analisi nonché per il tema trattato, almeno secondo qualche autorevole lettore citato in copertina, le orme di studiosi come Adam Smith, Max Weber, Karl Marx, Karl Polanyi (affermazione che ci sembra peraltro sostanzialmente esagerata).

L’autrice sottolinea i modi con cui, attraverso in particolare lo sviluppo delle tecnologie numeriche e l’affermazione di alcune grandi imprese nel settore, da Google ad Apple, ad Amazon, a Facebook, che nel frattempo vanno accumulando immense ricchezze, vada emergendo una nuova forma di capitalismo. Essa appare basata, nella sostanza, sull’espropriazione dei dati personali dei cittadini, di cui si estraggono in modo sistematico tutte le informazioni rilevanti relative alle loro attività e ai loro comportamenti. Attraverso tale espropriazione si va estendendo la sorveglianza dei comportamenti delle persone, tema sul quale da anni la letteratura appare già piuttosto abbondante. Ma ciò che preoccupa soprattutto la Zuboff appare un altro aspetto della questione, che sino ad oggi non era stata ancora sufficientemente sottolineato: il fatto cioè che le imprese del settore riescono anche a indurre comportamenti nuovi nelle persone, ciò che appare minaccioso soprattutto dal punto di vista del processo democratico. La modificazione poi dei comportamenti a fini economici può alla fine trasformarsi anche in un controllo dei comportamenti politici, come alcuni recenti episodi tendono a indicare.

Queste, sia pure in estrema sintesi, le tesi principali del volume, tesi sostanzialmente condivisibili e che mostrano tendenze preoccupanti. Pur nella sua rilevante importanza, il testo della Zuboff presenta alcuni problemi che ne riducono il possibile impatto. L’autrice mostra intanto una certa nostalgia per il vecchio capitalismo, nostalgia che non condividiamo molto e, d’altro canto, le sue indicazioni per la lotta contro il nuovo sistema di sorveglianza appaiono piuttosto generiche.

Siamo poi in presenza di una sorta di “imperialismo ideologico”. Il volume appare troppo concentrato sul mondo statunitense e i riferimenti alla Cina – paese che pure sta sfidando e apparentemente con un certo successo l’egemonia Usa nel settore – sono molto pochi e frettolosi; dimenticanza di non poco conto se si considera anche il contenuto del secondo libro di cui vogliamo parlare e che ricordiamo più avanti. Anche i riferimenti all’Europa sono piuttosto scarsi, tranne che sul piano culturale. Per non parlare del resto del mondo.

La lacuna appare piuttosto grave in un testo che pretende di spiegare l’andamento dell’universo intero. Al di là dei commenti a nostro parere frequentemente troppo entusiasti che il testo ha ricevuto, si tratta comunque di un libro che merita di essere letto, nonostante i suoi difetti, soprattutto per le questioni che pone sul tavolo.

Il testo di Kai-Fu Lee

Concentriamo l’attenzione a questo punto su un altro testo, quello pubblicato da Kai-Fu Lee nel 2018, dal titolo AI super-powers, China, Silicon Valley and the new world order (Houghton Mifflin Harcourt, Boston 2018). Si ignora se il testo sarà mai tradotto in italiano, cosa d’altro canto certamente da auspicare, mentre è appena uscita la traduzione francese.

L’autore, al contrario della Zuboff, non è un accademico, ma un importante imprenditore e consulente del settore IA, ben conosciuto e stimato nel mondo delle tecnologie numeriche. Quasi naturalmente, il suo approccio appare molto diverso da quello della studiosa statunitense e di taglio molto più operativo.

Di famiglia di origine cinese, egli stesso nato a Taiwan, Kai-Fu Lee si è poi trasferito negli Stati Uniti ed è cittadino americano, ha lavorato a lungo nelle grandi imprese statunitensi del settore e per ultimo era stato responsabile di Google Cina. Questo, prima di fondare, sempre nel paese asiatico, la Sinovation Ventures, una società di investimento molto attiva in quel paese nel campo dell’ultima generazione di società high-tech e in particolare nel settore dell’intelligenza artificiale. Con tale insolito profilo, l’autore è quindi una persona a cavallo dei due mondi e un profondo conoscitore dello stato dell’arte nei due paesi, in entrambi i quali appare molto stimato.

Il suo volume sta conoscendo, come quello della Zuboff, un rilevante interesse nel mondo delle tecnologie e in quello più generale del pubblico informato. Il testo, oltre ad analizzare le tendenze di sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale nel mondo, si concentra soprattutto su due temi: da una parte l’andamento della gara per il primato tecnologico tra Cina e Stati Uniti nel settore, dall’altra le conseguenze in termini di diseguaglianze e di mercato del lavoro dello sviluppo delle nuove tecnologie.

L’autore distingue, tra l’altro, quattro importanti competenze necessarie nei vari paesi per sviluppare i programmi di intelligenza artificiale: possedere grandi quantità di dati (big data), disporre di molti e qualificati “scienziati dell’algoritmo”, trovarsi in presenza nel settore di una quantità importante di imprenditori aggressivi (hungry entrepreneurs) e godere di un supporto pubblico adeguato. Analizzando da questo punto di vista la situazione esistente e quella che si profila tra Cina e Stati Uniti, egli valuta come probabile una prevalenza in prospettiva del paese asiatico, che presenta come quasi unico punto di debolezza oggi la carenza di un numero adeguato di grandi scienziati dell’algoritmo. 

Per sintetizzare ancora il confronto tra i due paesi da un altro e parallelo punto di vista, l’autore distingue quattro ondate anche, ma non solo, temporalmente successive nello sviluppo progressivo del settore (tutte peraltro ancora in continua trasformazione), valutando la situazione attuale (nel testo siamo nel 2018) e quella prospettica dopo cinque anni, quindi nel 2022.

Le quattro ondate citate vengono rispettivamente chiamate dall’autore come IA Internet, IA business, IA percettiva e IA autonoma (per una migliore comprensione di tali aspetti rimandiamo al testo dell’autore). Nel 2018 troviamo, secondo l’autore, una rilevante superiorità statunitense in due dei quattro stadi elencati e una sostanziale parità o un leggero primato cinese negli altri due; ma nel 2022 ci troveremmo per Kai-Fu Lee con una rilevante prevalenza cinese in due delle fasi, una sostanziale parità in un’altra e ancora una certa affermazione statunitense nell’ultima, anche se in misura più ridotta che nel 2018.

Su di un altro piano, se le preoccupazioni della Zuboff riguardano soprattutto il tema del controllo delle decisioni politiche dei cittadini, quelle di Kai-Fu Lee, altrettanto drammatiche, toccano invece i temi del lavoro e delle diseguaglianze. Si tratta, in un certo senso, di due testi complementari sotto diversi piani.

Per quanto riguarda la questione del lavoro, la crescente diffusione delle quattro ondate di IA attraverso le economie di tutto il mondo ha il potenziale, per l’autore, di fissare nel tempo delle divisioni ancora più grandi di quelle di oggi tra gli have e gli have not, portando alla fine a una diffusa disoccupazione tecnologica. Tale ondata toccherà in misura altrettanto forte sia i lavoratori manuali che i colletti bianchi con un alto livello di istruzione. Una laurea e anche studi superiori non garantiranno in effetti una sicurezza di occupazione contro macchine sempre più capaci di analisi e decisioni complesse.

Le previsioni dell’autore sono abbastanza drammatiche e simili a quelle degli studiosi più pessimisti in materia, ma egli non riesce che molto parzialmente a suggerire rimedi credibili a quello che sta arrivando. Al di là delle minacce che pesano sul mondo del lavoro, l’IA accentuerà, secondo Kai-Fu Lee, le diseguaglianze economiche non solo all’interno dei vari paesi; essa emarginerà i paesi emergenti, impedendo loro di far decollare l’economia attraverso il modello delle esportazioni a basso costo. Il costo dell’utilizzo dei processi di automazione e di IA si sta in effetti abbassando a tal punto che i vantaggi in tale ambito di oggi dei paesi arretrati perderanno ogni senso.

Ma anche molti paesi sviluppati, ad eccezione di Cina e Stati Uniti, verranno toccati fortemente da tali sviluppi (l’autore è molto pessimista sull’Europa, area di cui mette appunto in rilievo le debolezze molto difficilmente recuperabili nel settore delle alte tecnologie), mentre poche grandi imprese dei due paesi citati monopolizzeranno le conoscenze, le ricchezze e i redditi.

Prospettive certo non entusiasmanti.

Fonte: Sbilanciamoci.info – http://sbilanciamoci.info/capitalismo-tecnologie-digitali-usa-cina/

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